Cosa sono le Transition Towns?

Il seguente articolo è tratto dalla rivista Consapevole 17 http://www.ilconsapevole.it/newsletter/_consapevole_17.htm

Cambiare prospettiva. Guardare gli eventi da un altro punto di vista. Trasformare una situazione apparentemente negativa, in un’occasione di cambiamento positivo. Cambiare. Prepararsi al cambiamento. Allenarsi per la transizione.
Perché un cambiamento, e anche grande, ci sarà di certo e coinvolgerà principalmente il nostro stile di vita sviluppatosi sulla scia della grande disponibilità di combustibili fossili a buon mercato: disponibilità e buon mercato che – ed è sotto gli occhi di tutti – stanno tristemente per terminare. Ma proprio qui sta il punto: siamo sicuri che questa fine sia così triste, tragica e senza speranza?
«La crescita è la vera utopia – scrive Maurizio Pallante nella prefazione al Calendario della Decrescita 2009 – l’aumento del prezzo del petrolio e la diminuzione della sua disponibilità porteranno inevitabilmente alla decrescita delle attività produttive. Se a questo aspetto si sommano gli effetti della crisi finanziaria americana dei derivati che sta per arrivare in Europa, e si aggiunge la crisi industriale – un fatto inevitabile dal momento che ormai abbiamo tutto quello che ci è necessario e anche di più – ci rendiamo conto che la prospettiva della decrescita è una prospettiva molto realistica. Il problema è fare in modo che questa decrescita, che comunque ci sarà, non sia una decrescita devastante – perché subita senza aver fatto nulla per attenuare le conseguenze negative – ma una decrescita controllata, voluta, gestita, che ci consenta di riscoprire un modo di fare, di lavorare, di rapportarci con noi stessi e con il mondo che abbiamo dimenticato in tempi rapidissimi. La decrescita può essere l’occasione per riscoprire tutti quei modi di vivere che hanno una potenzialità di futuro molto superiore alla mancanza di capacità di futuro che ha una società economica fondata sulla crescita del PIL e sulla produzione di merci».
Se la crescita è la vera utopia e nella decrescita risiede la nostra capacità di futuro, allora due importanti fenomeni come il picco del petrolio e il mutamento climatico possono essere la più grande opportunità mai presentatasi fino ad ora all’uomo contemporaneo. L’opportunità di cambiare.
Avete presente la curva del picco del petrolio? La curva – che la forma tipica di una campana – ci dice che ad un certo punto della storia viene raggiunto un picco, detto picco di Hubbert, che rappresenta il massimo storico delle capacità di estrazione. Successivamente al picco, il ritmo a cui il petrolio viene estratto inizia a decrescere progressivamente, fino ad arrivare a zero.
E se dopo la discesa post picco ci fosse di nuovo una salita? Se quella discesa a zero non fosse altro che una rampa di lancio per risalire di nuovo e approdare a qualcosa di diverso?
Con la testa con il cuore con le mani
Se il picco del petrolio fosse, in definitiva, una grande opportunità? È questa la filosofia che anima il movimento culturale della transizione (Transition Culture), nato in Inghilterra dalle idee e dai progetti di Rob Hopkins – ex insegnante di permacultura ora stabilitosi a Totnes, capostipite delle Transition Towns nel Regno Unito. Dalla cultura della transizione derivano le città della transizione: scopo delle Transition Towns è quello di cercare di capire in che modo una comunità può rispondere ai cambiamenti e alle opportunità messe a diposizione dalla correlazione dei due fenomeni sopra citati: picco del petrolio e riscaldamento globale. La cosa interessante è che qualsiasi città, villaggio, metropoli può avviare un progetto di transizione: il punto è proprio questo, permettere alle comunità di lavorare nel luogo in cui si trovano, nel qui ed ora, nel momento presente e con le capacità attualmente disposizione all’interno della comunità stessa. Ogni città, in questo senso, può diventare una Transition Town. Ma qual è il punto di arrivo? Verso cosa si è in transizione? Lo scopo è dare vita ad un Energy Descent Action Plan ovvero ad un Piano di Discesa Energetica capace di ridurre il consumo di energie dell’intera comunità.
«Le Transition Towns – ci racconta Ellen Bermann, esperta in Italia di Transition Towns – sono delle esperienze di resilienza locale (per resilienza intendo la capacità di una comunità di essere autosufficiente rispetto all’esterno per quel che riguarda il cibo, l’energia e le attività economiche) in cui si prendono in considerazione due effetti ambientali molto importanti e attuali: uno è il cambiamento climatico e l’altro è il picco del petrolio. Spesso i due aspetti vengono considerati in maniera separata, ma se andiamo ad analizzarli in modo olistico possiamo renderci conto del fatto che sono due facce della stessa medaglia. La cosa più appassionante e interessante delle Transition Towns è l’approccio estremamente positivo capace di far presa sul livello locale della nostra esperienza di vita: non tutti avremo modo di emigrare in un eco villaggio, quindi è necessaria una modalità di approccio che prenda in considerazione il dove effettivamente le persone vivono: nei loro paesi e nelle loro città. Ed è lì che bisogna trovare delle soluzioni: sull’esistente».

Fine Corsa – Overshooting

Editoriale di Giulietto Chiesa comparso sul n. 4 della rivista “Megachip” il 29/10/08

 

Alcune note utili, forse, per affrontare il problema della transizione a un’altra società, che sia compatibile con la sopravvivenza del genere umano. Né più né meno. E non perché, stanti così le cose, come si dirà tra qualche riga, il nostro destino sia quello di essere eliminati dalla faccia del pianeta per manifesta incompatibilità con la natura di cui siamo parte impazzita, in quanto incapace di convivere con la sua entropia.

 

1) La prima considerazione è che l’umanità ha già raggiunto, da oltre 25 anni, la situazione di “insostenibilità”. Il termine usato dal Club di Roma, nel suo update del 2002, è “overshooting”. Siamo in overshooting da 25 anni. E’ una situazione che non si era mai verificata nella vicenda, lunga 5 miliardi di anni, della ecosfera. Dal 1980 in avanti, circa, i popoli della Terra hanno utilizzato le risorse del pianeta, ogni anno, più di quanto esse siano in condizioni di rigenerarsi. Cos’è esattamente l’overshooting? E’ “andare oltre un limite”, anche senza volerlo. In primo luogo perché non lo si sa. Ciò avviene – dicono gli scienziati del Club di Roma – in condizione di crescita accelerata, oppure quando appare un limite o una barriera, oppure a causa di un errore di valutazione che impedisce di frenare, ovvero quando si vorrebbe frenare ma non ci sono più freni disponibili.

Overshooting contiene anche un altro aspetto: che, a un certo punto, si verifica un “picco”, doppiato il quale non si può più tornare indietro. Dove si trovi questo picco, questo Capo di Buona Speranza, è molto difficile da calcolare, perché siamo dentro problemi di altissima complessità Siamo esattamente in una situazione in cui tutti e quattro questi aspetti sono in funzione. Inoltre si calcola che ci vorranno oltre dieci anni prima che le conseguenze dell’ overshooting diventino chiaramente visibili. E ci vorranno 20 anni prima che l’overshooting diventi un’idea comunemente accettata. Bisognerà agire in questi limiti di tempo.

Ma è già evidente oggi che l’attuale architettura istituzionale della politica e dell’economia mondiale non è in grado di risolvere il problema del freno.

Quanti conoscono questa situazione? Un numero insignificante di specialisti. Pochi governanti di questo pianeta. Ecco perché questa situazione deve trovare posto in una rivista che si occupa di comunicazione e di informazione: perché questa situazione non viene comunicata e, quando lo è, è comunicata male e in forme ingannevoli.

Per esempio perfino l’opinione dei gruppi più avanzati, intellettualmente e culturalmente (per esempio Al Gore e i suoi consiglieri) è che noi “corriamo il rischio” della insostenibilità. Cioè nemmeno i più avveduti sanno che ciò è già accaduto. Di conseguenza si prendono decisioni gravemente errate.

 

2) Cosa occorrerebbe fare, da subito?

a) Sviluppare a ritmi forzati la ricerca scientifica e tecnologica in direzione del risparmio energetico, della riduzione dell’aumento demografico del mondo povero, dell’aumento del consumo alimentare dei poveri e della crescita delle loro condizioni di vita (perché questo riduce la natalità), dell’aumento della produzione di energie alternative, della riduzione dell’inquinamento ambientale e degli scarti: in poche parole andare verso la riduzione dell’impronta umana sull’ecosistema, sulla biosfera.

b) Pianificare gl’interventi sull’unica scala che conta, cioè su scala planetaria. Cioè dotarsi di un’architettura decisionale mondiale (si spera democratica) in grado di realizzarli. Solo una tale architettura può ampliare l’orizzonte temporale della programmazione degl’interventi e consentire effetti di lunga durata per il governo della crisi.

c) Organizzare il cambiamento di abitudini di miliardi di persone. Ciò richiede un drastico mutamento dei sistemi di informazione e comunicazione, delle istituzioni educative in generale. Mutamento che non può essere spontaneo o casuale, e che va dunque organizzato dai poteri pubblici e democratici. E’ evidente che esso influirà sugli assetti proprietari del sistema mediatico, e anche per questa ragione sarà duramente osteggiato.

 

Vi sono alcuni corollari a queste considerazioni:

Corollario n.1. Tutti questi temi programmatici richiederebbero decenni per essere realizzati. Cioè bisognerà non dimenticare che, anche se cominciassimo oggi stesso a proporre cambiamenti, ci vorrà molto tempo prima che si producano effetti. In altri termini l ‘overshooting peggiorerà nel corso del prossimi vent’anni.

Corollario n.2. Non abbiamo altri trent’anni a disposizione. Il sistema economico-sociale in cui viviamo non reggerà, senza grandi cataclismi (sociali, politici, militari) entro questo lasso di tempo.

Corollario n.3. Occorrerà rendere consapevoli grandi masse popolari, in tutti i continenti, ma soprattutto nel mondo occidentale, che i limiti dello sviluppo sono già stati raggiunti. Il fatto che non lo si veda ancora non è che la conferma che il sistema mediatico nasconde la realtà invece di renderla nota e spiegarla.

Corollario n 4. Non stiamo discutendo dell’eventualità che qualcuno, da qualche parte, decida di ridurre la crescita. La crescita, nei termini in cui è avvenuta nel corso dell’ultimo secolo, sarà fermata non da decisioni umane ma dagli eventi che derivano dalla natura dell’ecosfera, cioè dalle leggi della fisica e della chimica.

Corollario n 5. Le resistenze al cambiamento saranno enormi. In primo luogo tra i padroni del nostro tempo, le corporations, e i governi. Agli uni e agli altri sarà richiesto di perdere molto e di sottostare a condizioni e discipline che rifiuteranno di rispettare. Si imporrà una visione del “Bene Comune”, contro la quale verranno scagliate mille risposte corporative, di interessi particolari che non accetteranno di essere messi in forse. Ma non sarà solo il problema di élites egoiste. Anche miliardi di individui non vorranno, non sapranno, rinunciare alle loro abitudini, fino a che gli eventi non ve li costringeranno.

Corollario n. 6. La possibilità che scenari di grande mutamento, improvvisi, non preceduti da adeguata informazione e preparazione, provochino ondate di panico, apre la strada a forti pericoli di instabilità e a formidabili pressioni per soluzioni di guerra.

 

Un ulteriore aspetto della questione deve essere evidenziato.

Molte risposte fino ad ora formulate a questo tipo di considerazioni affermano che vi sono due meccanismi in azione che potranno risolvere, se non tutte, almeno una parte rilevante delle attuali e future contraddizioni. Si tratterebbe della tecnologia e del mercato. E di una combinazione di entrambi.

Entrambi, in effetti, possono esercitare una influenza, ma nessuno dei due, singolarmente e insieme, sarà sufficiente. Per diversi e concomitanti motivi. La tecnologia sostitutiva e integrativa dei processi in corso non è in grado di fare fronte alla rapidità della crisi.

Gli aggiustamenti tecnologici necessari per produrre mutamenti nella qualità dello sviluppo (cioè verso la sostenibilità almeno parziale, cioè verso il restringimento dell’ overshooting , sicuramente non verso la sua eliminazione) richiedono tempi non inferiori ai 30-50 anni per entrare in funzione. Le tecnologie costano. Le tecnologie richiedono anch’esse ulteriori flussi di energia e di materiali. Cioè, mentre cercheranno di alleviare i problemi, ne creeranno altri. In parole più semplici: crescita della popolazione mondiale, crescita geometrica dello sviluppo dei consumi, crescita della domanda di energia in presenza di costi crescenti di estrazione dell’energia fossile organica e inorganica, saranno tutti fattori che non potranno essere fermati dalla sola crescita tecnologica (neppure nell’ipotesi ottimale che, per essa, si trovino le immense risorse necessarie) .

Per quanto concerne il mercato, esso ha proceduto fino ad ora in direzione della totale insostenibilità. E’ il mercato ad avere prodotto questa situazione insostenibile. Il mercato implica una crescita esponenziale (proporzionale a ciò che è già stato accumulato) , che è racchiusa nella logica del prodotto Interno Lordo. Ma una crescita esponenziale non può procedere indefinitamente in un qualsiasi spazio finito con risorse finite .

In altri termini, l’economia capitalistica, esattamente come la popolazione, non sempre cresce, ma entrambe sono strutturate per crescere e, quando crescono, lo fanno in modo esponenziale. Questo modo non è sostenibile.

Chiedere al mercato di risolvere questa equazione à una cosa priva di senso. Esiste una grande confusione, e un grande equivoco, su questa questione, nel quale gli economisti cadono sistematicamente perché non riescono a distinguere tra denaro e le cose materiali reali che il denaro rappresenta.

L’economia fisica (le merci, i servizi, e la loro produzione) è una cosa reale.

L’economia del denaro è un’invenzione sociale che non è soggetta alle leggi fisiche della natura.

Dunque, riassumendo, il problema non è se la crescita dell’impronta umana sull’ambiente (effetto della crescita esponenziale) si fermerà: la sola questione è quando e in che modo.

Il Club di Roma trae questa conclusione, che io ritengo assolutamente fondata: “Se noi saremo capaci di anticipare queste tendenze, allora potremo esercitare un certo controllo su di esse, scegliendo tra le varianti disponibili. Se noi le ignoreremo, allora i sistemi naturali sceglieranno l via d’uscita senza riguardo al benessere dell’Uomo”

Un’ultima notazione. Secondo una studio recentissimo dell’Unione Europea, soltanto per fare fronte al riscaldamento climatico in atto, le risorse mondiali necessarie, ogni anno che verrà, oscilleranno tra le due cifre di 230 e 614 miliardi di euro.

La quota europea di questa spesa – che, si noti, concerne soltanto le spese per fare fronte alle esigenze di adattamento e di riorganizzazione sociale e industriale – sarà pari, mediamente, ogni anno, a 70 miliardi di euro. Tutto ciò in condizioni normali. Si immagini soltanto cosa potrebbe significare, in una prospettiva di medio termine, lo spostamento di 200 milioni di persone, previsto dalle organizzazioni delle Nazioni Unite, in caso di mutamenti climatici catastrofici.

E si tenga presente un dato emerso negli ultimi mesi. Dato che ci informa che, se non fossimo folli, potremmo risolvere molti dei problemi qui esposti: la sola guerra irachena è costata (secondo diverse e autorevoli valutazioni) dai tre ai cinque trilioni di dollari.

PREZZI: COLDIRETTI, GRANO DIMEZZATO MA LA PASTA SALE DELL’11 %

Con un crollo dell’11,4 per cento rispetto allo scorso anno è in agricoltura che si è verificata la maggiore riduzione dei prezzi alla produzione.

E’ quanto emerge da una analisi della Coldiretti sulla base dei dati Ismea a marzo in occasione della divulgazione dei dati Istat sull’andamento dei prezzi alla produzione, che evidenzia peraltro gli “scandalosi andamenti al consumo della pasta che registra un aumento del 11 per cento nonostante si sia verificato un dimezzamento delle quotazioni del grano” sul quale hanno indagato l’antitrust e Mister prezzi.

Le tendenze registrate in campagna non si sono trasferite al consumo dove – denuncia la Coldiretti – i prezzi per l’alimentare secondo l’Istat continuano ad aumentare su base annua ad un tasso del 3 per cento è quasi il triplo di quello dell’inflazione media dell’1,2 per cento. Un differenziale che è costato agli italiani 300 milioni di euro in un solo mese che sono il risultato di inefficienze e speculazioni. Gli italiani spendono 205 miliardi all’anno in alimenti e bevande (141 miliardi in famiglia e 64 fuori) che rappresentano ben il 19 per cento della spesa familiare ed è quindi necessario – precisa la Coldiretti – interrompere un trend che impoverisce cittadini e imprese agricole in un difficile momento di crisi economica.

L’aumento della forbice dei prezzi tra produzione e consumo – sottolinea la Coldiretti – conferma la presenza di forti distorsioni esistenti nel passaggio degli alimenti dal campo alla tavola, che danneggiano imprese agricole e consumatori.

Il crollo delle quotazioni in campagna si registra – sottolinea la Coldiretti – sia per le produzioni vegetali (-15,8 per cento) che per quelle derivate dall’allevamento (- 5,2 per cento) ma il record della riduzione si è verificato – precisa la Coldiretti – per i cereali con un crollo dei prezzi alla produzione del 46,4 per cento rispetto allo scorso anno a marzo.

Un forte calo delle quotazioni alla produzione – continua la Coldiretti – si è registrato anche per vini e oli di oliva che, su base annua, hanno fatto segnare in campagna drammatiche riduzioni, rispettivamente, del 26,2 per cento e del 24,6 per cento. Una flessione rilevante tra i prodotti di allevamento è accusata dal latte (- 11,1 per cento) e dai suini (- 9,4 per cento).

L’aumento della forbice dei prezzi tra produzione e consumo – sostiene la Coldiretti – conferma la presenza di forti distorsioni esistenti nel passaggio degli alimenti dal campo alla tavola, che danneggiano imprese agricole e consumatori. I prezzi – continua la Coldiretti – aumentano quindi in media quasi cinque volte dal campo alla tavola e esistono dunque ampi margini da recuperare, con piu’ efficienza, concorrenza e trasparenza, per garantire acquisti convenienti alle famiglie e sostenere il reddito degli agricoltori in un momento di difficoltà economica. E’ necessario quindi riorganizzare le filiere agroalimentari con un forte investimento su

consorzi agrari e sulle cooperative che sono il perno sul quale ruota il progetto della Coldiretti per una filiera tutta agricola, tutta italiana e firmata dagli agricoltori.

http://www.centrofondi.it

 

Il governo della decrescita

Per un’antropologia del lavoro dopo il postfordismo

 

Marco Revelli – venerdi 6 marzo 2009 – Seminario di cultura europea “Sostenibilità” – Fondazione San Carlo Modena

 

 

A una sobrietà dei consumi direi che siamo arrivati gioco forza. Certamente questa dimensione sta dentro le tante linee di movimento della nostra società : da una parte siamo costretti alla sobrietà dalla diminuzione del reddito; dall’altra questo stile di consumo opulento e distruttivo non è comunque pensabile che possa essere prolungato nel futuro, in quanto è insostenibile. Un cambiamento del nostro stile di vita, di consumo e di rapporto quindi con le risorse del territorio, è urgente e necessario. Il problema è se lo sceglieremo o se saremo costretti a farlo. Il problema è se dovremo funzionare con quella sorta di “pedagogia delle catastrofi” che finora in qualche modo ha governato lo sviluppo umano: se saremo cioè costretti a fermarci a causa di una qualche catastrofe, oppure avremo sufficiente razionalità, capacità di previsione e in qualche modo ragionevolezza, da scegliere un cambiamento di stile di vita volontariamente. Ancora siamo dentro la logica dei paradossi: la scelta di uscire dal way of life (stile di vita) in cui siamo e dal livello di consumo che questo comporta non può essere una decisione individuale. E’ un po’ come uscire dalla droga, difficilmente se ne esce da soli, c’è bisogno di legame sociale per cambiare stile di vita. Solo se si compensa la falsa gratificazione del consumo con una reale gratificazione della relazione con l’altro; solo se riusciamo a trovare una gratificazione compensativa e anche in qualche misura una forza collettiva del gruppo che ci accompagni in questo processo, potremo uscire coi nostri piedi da questa dimensione di vita attuale. L’altra possibilità è che ne veniamo espulsi brutalmente da una violenta crisi economica o da una violenta crisi ambientale o da una drammatica riduzione delle risorse fondamentali (…).

Noi viviamo oggi una dimensione dell’uomo incompatibile non solo con la buona vita nel mondo, ma forse anche con la sopravvivenza stessa della specie. Tutta una serie di nostri comportamenti bellicosi ma anche pacifici rischiano di produrre seri danni alla nostra possibilità di sopravvivenza sui tempi medio-lunghi. Il tipo di uomo che si è prodotto – non credo che sia la natura umana in sé – in alcuni secoli di evoluzione della modernità con una accelerazione nel Novecento, cioè l’uomo consumatore distruttivo di oggi, non è un prodotto naturale, ma un prodotto artificiale di investimenti giganteschi. Pensiamo agli investimenti pubblicitari: sono cifre paragonabili solo a quelle delle spese militari, per produrre l’uomo devastatore di se stesso e del proprio ambiente.

Quindi, come dire, credo davvero che questa antropologia degradata che abbiamo prodotto sia incompatibile con il contesto che abbiamo generato e cioè un mondo fattosi piccolissimo, uno spazio globale. Debbo dire che sono abbastanza convinto che ognuno nel proprio intimo sappia che così non si può andare avanti. Credo che sia un sentimento diffuso, solo che è un sentimento che vive nei singoli senza comunicarsi; questa sensazione non prende forma nello spazio pubblico, ma rimane confinata nella convinzione privata e spesso inconfessabile di ognuno di noi. Aprire spazi pubblici dove questa forma di comunicazione possa avvenire e cominciare a costruire isole di convivenza anche in un deserto di relazioni, io credo che sia un’impresa non così difficile e forse anche utile.

 

MARCO REVELLI è professore di Scienza politica presso l’Università del Piemonte Orientale. I suoi studi sono dedicati all’analisi delle ideologie politiche moderne, delle trasformazioni dei sistemi economico-produttivi e delle loro conseguenze sui modelli sociali nell’età della globalizzazione. Tra i suoi libri : Oltre il Novecento (Torino 2001); La politica perduta ( Torino 2003); Nonviolenza (Roma 2004); Sinistra destra. L’identità smarrita. ( Roma- Bari 2007).

ITALIA: LA NOSTRA IMPRONTA ECOLOGICA

Alcuni dati sul nostro “bilancio ecologico”

 

L’Impronta ecologica del nostro paese

Secondo il Living Planet Report 2008 l’impronta ecologica dell’Italia rispetto ai dati disponibili al 2005 è di 4,8 ettari globali pro capite, biocapacità 1,2 ettari pro capite (popolazione 58 milioni). L’Italia è al 24° posto nella lista delle maggiori impronte ecologiche del mondo.

Ecco alcuni dei dati più significativi sulle impronte ecologiche di alcuni paesi resi noti dal Living Planet Report 2008:

  • Cina, impronta ecologica, ettari globali pro capite 2,1 – biocapacità 0,9 (popolazione 1 miliardo 323 milioni)
  • India, impronta ecologica 0,9 – biocapacità 0,4 (popolazione 1 miliardo 103 milioni)
  • Australia, impronta ecologica 7,8 – biocapacità 15,4 (popolazione 20 milioni)
  • Stati Uniti, impronta ecologica 9,4 – biocapacità 5,0 (popolazione al 2005, 298 milioni, oggi hanno sorpassato i 300 milioni)
  • Brasile, impronta ecologica 2,4 – biocapacità 7,3 (popolazione 186 milioni)
  • Germania, impronta ecologica 4,2 – biocapacità 1,9 (popolazione quasi 83 milioni)
  • Regno Unito, impronta ecologica 5,3 – biocapacità 1,6 (popolazione quasi 60 milioni)
  • Etiopia, impronta ecologica 1,4 – biocapacità 1,0 (popolazione 77,4 milioni).

È evidente che se continuiamo imperterriti ad incrementare la nostra impronta ecologica a livello mondiale, non faremo altro che aumentare il nostro debito ecologico, inficiando significativamente le nostre stesse probabilità di sopravvivenza. Se infatti dovesse persistere il trend in uno scenario BAU (Business as Usual) che ci ha condotto ad un livello di “sorpasso”, rispetto alle capacità bioproduttive

dei nostri sistemi naturali, paragonabile al 30% nel 2005, raggiungeremo il 100% nel decennio del 2030.

 

L’impronta idrica del nostro paese

Per quanto riguarda l’impronta idrica, l’Italia si trova al 4° posto nella classifica mondiale riguardante l’impronta idrica del consumo, che costituisce il volume totale di risorse idriche utilizzate per produrre i beni e i servizi consumati dagli abitanti della nazione stessa (questo indicatore è costituito da due componenti e cioè l’impronta idrica interna, che è composta dalla quantità di acqua necessaria per produrre beni e servizi realizzati e consumati internamente al paese, e dall’impronta idrica esterna, che deriva dal consumo delle merci importate e calcola, quindi, l’acqua utilizzata per le produzioni delle merci dal paese esportatore).

L’Italia è quindi al 4° posto con un consumo di 2.332 metri cubi pro capite annui (dei quali 1.142 interni e 1.190 esterni). Davanti a noi abbiamo, nell’ordine, USA, Grecia e Malesia, dietro di noi, Spagna, Portogallo, Canada ecc.

 

Emissioni di gas che incrementano l’effetto serra naturale

Nel 2005 le emissioni di gas che incrementano l’effetto serra naturale hanno raggiunto oltre 580 milioni di tonnellate di CO2 equivalente, tanto da trasformare l’Italia nel terzo paese europeo per emissioni (eravamo il 5° nel 1990 e il 4° nel 2000). Nel 2006 il dato è salito a 567,9 milioni di tonnellate di CO2

equivalente. Tra il 1990 e il 2005 le emissioni di gas serra in Italia sono cresciute complessivamente di 62,70 milioni di tonnellate di CO2 equivalente. Nel 2006 le emissioni sono ancora cresciute dello 0,3% rispetto ad una riduzione dello 0,8% su scala europea. L’Italia è uno dei pochi paesi europei (insieme ad Austria, Grecia, Irlanda, Portogallo e Spagna) che ha registrato un incremento delle emissioni rispetto ai valori del 1990.

A causa della crescita delle emissioni delle industrie energetiche e dei trasporti, l’Italia non sarà prevedibilmente in condizione di raggiungere l’obiettivo di Kyoto con sole misure domestiche.

 

Flussi di materia

Grazie ai puntuali lavori della contabilità ambientale dell’ISTAT anche il nostro paese comincia ad avere dati sui flussi di materia prodotti dalla nostra economia. L’applicazione al nostro paese dei metodi di calcolo, standardizzati da EUROSTAT, relativi al Fabbisogno Materiale Totale (Total Material Requirements) ha consentito di avere i primi dati su tutti i flussi di materia, utilizzati e non, che nei periodi contabili presi in considerazione hanno reso possibile direttamente o indirettamente il funzionamento dell’economia italiana.

Nel periodo dal 1980 al 2004 il Fabbisogno Materiale Totale (FMT) è cresciuto del 31,8 %. Tale crescita è dovuta ai flussi relativi alle importazioni. Infatti le estrazioni interne, di materiali utilizzati e non, hanno segnato nel 2004 una diminuzione del 13% rispetto al 1980. In particolare la crescita del FMT è dovuta soprattutto ai flussi indiretti associati alle importazioni, che sono aumentati del 79,5%, passando dal 38% a circa il 52% del FMT. Ciò indica come le attività economiche del nostro paese, pur non coinvolgendo una crescente quantità di materia, abbiano richiesto il prelievo di sempre maggiori quantità di materia vergine dai sistemi naturali del resto del mondo.

Tenendo conto di altri indicatori utilizzati nei metodi standardizzati EUROSTAT (Economy-wide Material Flows Accounts, vedasi Eurostat, 2001 “Economy-wide material flow accounts and derived indicators. A methodological guide”), come il Consumo Materiale Interno, l’Estrazione Interna Totale e il Consumo Materiale Totale, si può affermare che nel periodo 1980-2004 è cresciuta l’efficienza globale al cui terminale vi sono i bisogni degli italiani (espressa dal rapporto tra il Consumo Materiale Totale e le risorse economiche disponibili per usi interni), è diminuita la quantità di materiale direttamente prelevata dal territorio nazionale (espressa dall’indicatore dell’Estrazione Interna Totale), sono rimaste sostanzialmente stabili le pressioni sul territorio nazionale (espresse dal Consumo Materiale Interno anche se con un incremento a partire dal 1990), ma è cresciuta la domanda di risorse naturali e servizi ambientali a carico dei sistemi naturali globali implicita nei modelli di consumo e investimento degli italiani.

 

Ciclo dei rifiuti

Dal 1997 al 2004 è stato registrato un incremento di quasi il 60% della produzione totale di rifiuti nel nostro paese. Tale produzione è passata da circa 87,5 milioni di tonnellate del 1997 a poco meno di 140 milioni di tonnellate nel 2004. Il tasso medio di crescita annua è stato di circa il 7%.

Anche per i rifiuti urbani, dopo una fase di crescita contenuta, si è assistito ad un’accelerazione della produzione con un incremento percentuale, tra il 2003 ed il 2005, del 5,5% raggiungendo una quantità di circa 31,7 milioni di tonnellate. Nel 2006 i rifiuti urbani hanno raggiunto i 32,5 milioni di tonnellate. Il valore pro capite è di 539 kg abitante l’anno.

La situazione e lo scenario prevedibile sono in contrasto con gli indirizzi strategici e regolamentari dell’Unione Europea che pone come priorità assoluta la prevenzione quantitativa e qualitativa dei rifiuti.

 

Fragilità territoriale

Attualmente circa il 10% del nostro Paese è classificato a elevato rischio a causa di alluvioni, frane e valanghe, interessando totalmente o in parte il territorio di oltre 6.600 comuni italiani. Il censimento aggiornato nel gennaio 2006 indica che su circa 30.000 kmq di aree ad alta criticità, il 58% di esse appartiene ad aree in frana, mentre il 42% ad aree esondabili. I risultati evidenziano una situazione di assoluta fragilità del territorio italiano aggravata dal fatto che più dei 2/3 delle aree esposte a rischio interessano centri urbani, infrastrutture e aree produttive strettamente connesse con lo sviluppo economico e sociale del Paese. Le attività di pressione antropica sul nostro territorio così come gli effetti del mutamento climatico, intervengono su ambienti già naturalmente fragili o delicati; diventa quindi per questo sempre più urgente un’azione concreta e puntuale di ripristino ecologico del nostro territorio.

 

Riferimenti

APAT, 2007 – Annuario dei dati ambientali – European Environment Agency, 2008 – Greenhouse gas emission trends and projections in Europe 2008

La decrescita

La decrescita è elogio dell’ozio, della lentezza e della durata; rispetto del passato; consapevolezza che non c’è progresso senza conservazione; indifferenza alle mode e all’effimero; attingere al sapere della tradizione; non identificare il nuovo col meglio, il vecchio col sorpassato, il progresso con una sequenza di cesure, la conservazione con la chiusura mentale; non chiamare consumatori gli acquirenti, perché lo scopo dell’acquistare non è il consumo ma l’uso; distinguere la qualità dalla quantità; desiderare la gioia e non il divertimento; valorizzare la dimensione spirituale e affettiva; collaborare invece di competere; sostituire il fare finalizzato a fare sempre di più con un fare bene finalizzato alla contemplazione. La decrescita è la possibilità di realizzare un nuovo Rinascimento, che liberi le persone dal ruolo di strumenti della crescita economica e ri-collochi l’economia nel suo ruolo di gestione della casa comune a tutte le specie viventi in modo che tutti i suoi inquilini possano viverci al meglio.

Maurizio Pallante

DECALOGO: I 10 COMANDAMENTI DELLA DECRESCITA

 

PREMESSA
 
L’uomo moderno: sovrappeso, teledipendente, tendenzialmente isolato, poco propenso alle relazioni, fondamentalmente solo, violento, insicuro, depresso, si avvia alla sua alienazione come individuo. E’ possibile recuperarlo applicando dieci semplici regole.  

 

1. Alimentazione. 

Consumate tutti i prodotti selvatici che potete e raccoglieteli voi stessi con metodi conservativi. 

Consumate tutti gli alimenti autoprodotti che potete. 

Fate in modo che gli alimenti siano biologici, locali, artigianali… 

Se non avete l’orto né possibilità di averne uno, associatevi a una cooperativa, piantate sul terrazzo di casa, proteggete il piccolo commercio e le reti locali, comprate direttamente da agricoltori e fattori. 

Se potete, fate lo yogurt, il pane, i dolci… 

Rifiutate i prodotti delle grandi marche convenzionali, la modificazione genetica, gli alimenti molto pubblicizzati in televisione, il cibo spazzatura… 

Ringraziate per gli alimenti che mangiate ogni giorno. 

Diminuite più che potete l’ingestione di proteine animali, molto cara ecologicamente parlando. 

Consumate i prodotti di stagione. 

Cucinate a fuoco lento. 

Evitate il cibo precotto. 

Conservate e/o proteggete le ricette, le varietà e le tradizioni locali. 

Nell’India Vedica, il cuoco ricopriva una posizione sociale importante quasi quanto quella di un brahamani o di un medico. 

 

 

 

2. Società.

Mantenete unita la vostra famiglia. 

Tessete alleanze con i vicini, con i genitori dei compagni di scuola dei vostri figli (se vanno a scuola), con i colleghi di lavoro, con tutta la comunità e soprattutto con i familiari più stretti e lontani e con i vostri amici. 

Associatevi a cooperative, spacci, reti di consumo locale… 

Proteggete il piccolo commercio e le eco-nomie locali, gli artigiani e gli agricoltori locali. 

Promuovete il modello di società mediterranea, cordiale, semplice. 

È ecologico, salutare e dona il buon umore. 

 

 

 

3. Energia.

Risparmiate tutta l’energia possibile. 

Riciclate energia. 

Cercate di fare un uso efficiente dell’energia. 

Traete il miglior profitto dall’energia che utilizzate. 

Consumate, nella misura delle vostre possibilità, energia che provenga da fonti rinnovabili. 

Investite, nella misura delle vostre possibilità, in fonti energetiche rinnovabili. Diffondete, nella misura delle vostre possibilità, le fonti energetiche rinnovabili al lavoro, a casa e nei centri di studi… 

 

 

 

4. Cultura.

Fuggite dall’omogeneizzazione culturale globale e dall’impero anglosassone (e da qualunque altro impero). 

Siate creativi, partecipativi. 

Non siate meri spettatori passivi. 

Proteggete le culture autoctone, le lingue locali, la cultura rurale, i segni culturali distintivi di ogni popolazione (sia rurale o urbana)… 

Proteggete le radici, il passato, le differenze, la biodiversità culturale… senza fanatismi. 

Proteggete gli artisti locali e le piccole industrie culturali di ogni zona. 

Disprezzate la clonazione culturale, sterile e di cattivo gusto. 

Dalí disse: ½Solo l’ultralocale può diventare universale”. 

La cultura locale, l’arte in famiglia, le tradizioni proprie… favoriscono l’identità. Senza identità e senza rispetto per il proprio passato (attenzione, non confondetevi con le mentalità chiuse), nessuno è niente. 

Rispettate le culture orali. 

Diffidate dei sistemi culturali verticali. 

Ricordate che dall’università sono uscite milioni e milioni di persone che hanno attentato contro l’uomo e la Natura (e alcuni/e studiosi/e stimati/e). 

 

 

 

5. Denaro e consumo.

Disprezzate l’usura. 

Disprezzate la speculazione. 

Favorite l’eco-nomia. 

Cercate di non utilizzare denaro elettronico. Incentivate il prezzo equo, il baratto, lo scambio, le monete alternative, i prodotti verdi… 

Disprezzate le modalità di pagamento posticipato. 

 

Se vi avanzano dei soldi, per qualunque ragione, condivideteli: una volta soddisfatti i bisogni personali, ciò che non si dà… si perde. 

Evitate il consumo superfluo, compulsivo e inutile. 

In questo modo evitate di sprecare energia, di produrre rifiuti e di perpetuare il Sistema… 

Fate in modo che il vostro consumo tenga sempre in considerazione i criteri ambientali, sociali, etici… 

 

 

6. Lavoro.

Fate in modo che il vostro lavoro sia lecito. 

Ovvero, che abbia il minimo impatto possibile sulla Natura e che non implichi il maltrattamento o il disprezzo di altri esseri viventi, incluso l’essere umano. 

Fate in modo che il vostro lavoro sia il più verde possibile. 

Fate in modo che vi lasci tempo libero a sufficienza per progredire spiritualmente, emozionalmente… e per dedicarvi alla famiglia e alle attività che ritenete opportune, siano esse artistiche o sociali… 

Fuggite dai lavori che fomentano l’usura e la speculazione, il commercio disonesto, lo spreco e il consumo compulsivo, l’inganno al consumatore, la globalizzazione… 

I lavori artigianali, locali, a dimensione umana, sono lavori che fomentano l’eco-nomia. 

Se hanno a che vedere con l’agricoltura biologica, le energie rinnovabili, la rilocalizzazione dell’economia, la salute naturale, l’unione della comunità… meglio. 

Fate in modo che il vostro lavoro non metta mai in pericolo l’esistenza delle generazioni future. 

 

 

 

7. Salute.

La salute è equilibrio. 

Favorite il vostro equilibrio e quello della vostra famiglia. 

Sostenete una dieta e delle abitudini sane, un lavoro e una casa salubri, fuggite dallo stress e da tutte le situazioni che provocano confusione mentale e problemi inutili. 

Studiate le forme di salute tradizionali, perché vi serviranno. 

Autogestite la vostra salute e quella della vostra famiglia fin dove vi è possibile. Considerate il mondo della salute come un tutto olistico, che include la dieta, le questioni ambientali, il luogo in cui abitate, il lavoro, il mondo spirituale, la famiglia… 

Fuggite da ogni tipo di aggressione. 

La medicina allopatica può avere i suoi lati positivi, a cui si può ricorrere in momenti determinati, ad esempio la diagnosi.. 

Anche la morte fa parte della vita.

 

 

 

8. Politica.

La politica attuale e in generale, salvo eccezioni, tutto il sistema politico… vive agli antipodi della decrescita economica. 

Ci sono partiti più o meno sensibili ai problemi ambientali e/o sociali, ma, la maggior parte di essi non si azzarda a mettere in questione il modello attuale di sviluppo economico. 

Al massimo, parla di una descrescita sostenibile; ma, il problema è che la crescita e la sostenibilità sono, come sappiamo tutti, incompatibili. 

L’unica alternativa possibile è il bioregionalismo, che ha poco a che vedere con i partiti nazionalisti attuali, perché il bioregionalismo implica una decentralizzazione assoluta e radicale. 

Il modello sarebbe più vicino a un mondo organizzato su piccole regioni autogestite che a sistemi nazionalisti convenzionali. 

 

 

 

9. Tecnologia.

La tecnologia non è neutrale. 

La tecnologia punta sullo sviluppo economico e sulla dittatura tecno-scientifica. La tecnologia e la scienza hanno creato una nuova religione, i cui dogmi sono “raccomandati” alla popolazione attraverso i mezzi di comunicazione di massa. Evidentemente, nell’attualità, in un luogo come li Italia, sarebbe molto difficile tornare a vivere di caccia, a raccogliere frutta dagli alberi e voltare completamente le spalle alla società tecnologica. 

Tuttavia, ci sono diversi livelli… di integrazione al mondo tecnologico. 

Attraverso determinate abitudini di consumo, di vita e scelte quotidiane, possiamo sabotare il mondo tecnologico e le imprese, gli stati, gli eserciti, le macchine… che stanno dietro di essi. 

Da un lato, senza arrivare a posizioni di luddismo radicale, conviene vivere il più lontano possibile dal sistema tecnologico, che distrugge la Natura e la società umana. 

E dall’altro, conviene favorire le tecnologie più artigianali, a dimensione umana, sottoposte a un controllo sociale, facile, accessibile e diretto. 

Senza bisogno di diventare degli Amish, è possibile indirizzare la nostra esistenza verso forme di vita meno dipendenti dal mondo tecnologico. 

O, almeno, dagli aspetti più demenziali e aberranti dell’universo tecnologico attuale. 

 

 

10. Spiritualità.

Il futuro sarà spirituale o, semplicemente, non ci sarà futuro. 

Lo studio delle confessioni tradizionali che sono esistite su Gaia ci possono servire d’ispirazione. 

Questo gran cambiamento di paradigma che implica la decrescita economica è possibile solo nel segno di un cambiamento di paradigma olistico molto più profondo, che includa il mondo spirituale. 

È impossibile contenere i desideri e la propensione al consumismo, se parliamo di miliardi di persone, senza tener presente la saggezza che emana dai libri sacri e dalle culture orali delle diverse tradizioni del mondo (attenzione, non confondete la tradizione primordiale con guru da quattro soldi, né con le gerarchie ecclesiastiche più inclini alla forma che alla sostanza, né con tradizioni aberranti che non sono mai state consigliate da nessun santo). 

Ogni tradizione o maestro possiede virtù e metodi propri. 

Lì troviamo gli strumenti che dobbiamo comprendere e poi assimilare per andare verso una società dignitosa, giusta, libera e bella e in armonia con la Natura e il Cosmo. 

Nota importante: una vita a basso consumo non implica necessariamente una vita vuota spiritualmente ed emozionalmente ma, al contrario, la vita semplice porta, o può portare, a una vita spiritualmente più intensa nello stesso modo in cui il consumo compulsivo ha come obiettivo riempire il vuoto spirituale della società contemporanea. 

 

Fonte: theecologist.net
Link: http://www.theecologist.net/files/articulos/31_art1.asp
1.10.07