Risorse rinnovabili esaurite – la Terra entra in riserva

Allarme degli scienziati: già consumato il capitale disponibile per il 2009. Il 25 settembre è l’Overshoot Day: da quel momento cominceremo ad usare le risorse che servirebbero alle prossime generazioni

di ANTONIO CIANCIULLO

 

Signori, si chiude. Se il pianeta fosse gestito come una famiglia all’antica, di quelle che non chiedono prestiti, domani dovrebbe serrare i battenti: le risorse sono finite. Ovviamente il mondo andrà avanti, ma a credito. Prenderemo energia, acqua e minerali a spese del futuro, restringendo il capitale di natura che abbiamo a disposizione. Il 25 settembre è l’Earth Overshoot Day, il momento dell’anno in cui la specie umana ha esaurito le risorse rinnovabili a disposizione e comincia a divorare quelle che dovrebbero sostenere le prossime generazioni.

A calcolare la data è il Global Footprint Network, l’associazione che misura l’impronta ecologica dell’umanità, cioè il segno prodotto sul pianeta dalla nostra vita quotidiana: dalle bistecche che mangiamo, dai cellulari che compriamo, dagli aerei che usiamo. Per millenni, fino alla rivoluzione industriale, questo segno è rimasto sostanzialmente invisibile. Ci sono stati scompensi ecologici anche violenti, ma localizzati: a livello globale gli effetti prodotti dall’esistenza di centinaia di milioni di esseri umani si confondevano con le oscillazioni periodiche della natura.

L’impatto si è fatto più consistente dall’inizio dell’Ottocento, ma solo negli ultimi decenni è cominciata la crescita drammatica che, a parte la battuta d’arresto prodotta dalla crisi economica, non accenna ad arrestarsi. Nel 1961 l’umanità consumava la metà della biocapacità del pianeta. Nel 1986 ci siamo spinti al limite ed è arrivato il primo Earth Overshoot Day: il 31 dicembre le risorse a disposizione erano finite. Nel 1995 la bancarotta ecologica è arrivata il 21 novembre. Dieci anni dopo i conti con la natura sono entrati in rosso già il 2 ottobre. Ora siamo retrocessi fino al 25 settembre: consumiamo il 40 per cento in più rispetto alle risorse che la Terra può generare. Nel 2050, se la crisi energetica non ci avrà costretto alla saggezza ecologica, per mantenere i conti in pareggio avremo bisogno di un pianeta gemello da usare come supermarket per prelevare materie prime, acqua, foreste, energia.

Forse non andrà così perché l’Earth Overshoot Day cade 80 giorni prima della conferenza di Copenaghen che costringerà il mondo a fare i conti con la più drammatica delle minacce create dal sovra consumo: il caos climatico derivante dall’uso smodato dei combustibili fossili e dalla deforestazione. La conferenza delle Nazioni Unite dovrà indicare la terapia per far scendere la febbre dell’atmosfera e la cura per ridurre le emissioni serra servirà anche a diminuire l’impronta complessiva dell’umanità.

L’esito del summit di Copenaghen appare però incerto ed è probabile che si concluderà con una faticosa mediazione, mentre solo una scelta forte a favore dell’innovazione tecnologica e di un ripensamento sugli stili di vita può rallentare il sovra consumo che mina gli equilibri ecologici. “La contro prova l’abbiamo avuta adesso”, commenta Roberto Brambilla, delle Rete Lilliput che cura, assieme al Wwf, il calcolo dell’impronta ecologica. “Abbiamo sperimentato la crisi più grave dal 1929 e il risultato, in termini ecologici, è stato modesto: l’anno scorso l’Earth Overshoot Day è arrivato il 23 settembre, quest’anno il 25. Il colpo durissimo subito dall’economia mondiale ha spostato la data di soli due giorni. Questo significa che, se non si cambia il modello produttivo, neppure la malattia del sistema, con tutti i problemi connessi, può guarire l’ambiente. Al contrario diminuire il peso dell’impronta ecologica potrebbe aiutare l’economia. Ad esempio il 97 per cento del nostro patrimonio edilizio è costruito in modo inefficiente: ci sarebbe da fare cappotti isolanti per le pareti, tetti verdi e finestre con vetri ad alto isolamento da oggi al 2030″.

(24 settembre 2009)

(((APPUNTAMENTO))): LE CITTA` DI TRANSIZIONE – DALLA DIPENDENZA DAL PETROLIO AD UN FUTURO FELICE

Fa’ La Cosa Giusta! Liguria – domenica 27 settembre 2009 dalle 14,30 alle 17,00 – Porto Antico – Palazzina Giobatta

“Non posso cambiare il mondo da solo, dobbiamo essere almeno in tre” Bill Mollison (coofondatore della Permacultura).

Parleremo dello scenario generale sul fronte climatico ed energetico e della originale risposta che il movimento di Transizione sta immaginando e mettendo in pratica.

L’idea è che forze minuscole possono generare cambiamenti immensi, la sorpresa è che sembra che funzioni davvero!

Le TRANSITION TOWNS (nel mondo sono centinaia, in Italia sono già 3) sono un bell’esempio di come si puo` arrivare a consumare meno petrolio e inquinare meno a partire da iniziative di semplici cittadini che si sono messi insieme e si sono dati da fare (divertendosi!) fino a convincere la propria amministrazione ad adottare un “piano di decrescita energetica”.

Relatore: Cristiano Bottone di Transition Italia

Per info: http://ioelatransizione.wordpress.com/

LA TRANSIZIONE 

“La transizione” è un movimento culturale impegnato nel traghettare la nostra società industrializzata dall’attuale modello economico profondamente basato su una vasta disponibilità di petrolio a basso costo (e sulla logica di consumo delle risorse) a un nuovo modello sostenibile non dipendente dal petrolio e caratterizzato da un alto livello di “resilienza”.

Analizzando più a fondo i metodi e i percorsi che la Transizione propone, si apre un universo che va ben oltre questa prima definizione e fa della Transizione una meravigliosa e articolatissima macchina di ricostruzione del sistema di rapporti tra gli uomini e gli uomini e tra gli uomini e il pianeta che abitano.

ROB HOPKINS

“Transition” è un movimento culturale nato in Inghilterra dalle intuizioni e dal lavoro di Rob Hopkins. Tutto avviene quasi per caso nel 2003. In quel periodo Rob insegnava a Kinsale (Irlanda) e con i suoi studenti creò il Kinsale Energy Descent Plan un progetto strategico che indicava come la piccola città avrebbe dovuto riorganizzare la propria esistenza in un mondo in cui il petrolio non fosse stato più economico e largamente disponibile. Voleva essere un’esercitazione scolastica, ma quasi subito tutti si resero conto del potenziale rivoluzionario di quella iniziativa. Quello era il seme della Transizione, il progetto consapevole del passaggio dallo scenario attuale a quello del prossimo futuro.

COM’È IL NOSTRO MONDO

L’economia del mondo industrializzato è stata sviluppata negli ultimi 150 anni sulla base di una grande disponibilità di energia a basso prezzo ottenuta dalle fonti fossili, prima fra tutte il petrolio. Più in generale il nostro sistema di consumo si fonda sull’assunto paradossale che le risorse a disposizione siano infinite. Le conseguenze più evidenti di questa politica sono il Global Warming e il picco delle materie prime, prime tra tutte il petrolio, una combinazione di eventi dalle ricadute di portata epocale sulla vita di tutti noi. Ci sono molti altri effetti che si sommano a questi, inquinamento, distruzione della biodiversità, iniquità sociale, mancata ridistribuzione della ricchezza, ecc.

La crisi petrolifera appare però la minaccia più immediata e facilmente percepibile dalle persone. Rob intuisce che è più semplice partire da questo punto e arrivare agli altri di conseguenza, un’intuizione che è probabilmente alla base della fulminea diffusione del suo movimento.

RISCOPRIRE LA RESILIENZA

Ma Rob è anche e soprattutto un ecologista e ha passato anni a insegnare i principi della Permacultura. Da questo suo background deriva la sua seconda intuizione: applicare alla logica della sua Transizione il concetto di resilienza.

Resilienza non è un termine molto conosciuto, esprime una caratteristica tipica dei sistemi naturali. La resilienza è la capacità di un certo sistema, di una certa specie, di una certa organizzazione di adattarsi ai cambiamenti, anche traumatici, che provengono dall’esterno senza degenerare, una sorta di flessibilità rispetto alle sollecitazioni.

La società industrializzata è caratterizzata da un bassissimo livello di resilienza. Viviamo tutti un costante stato di dipendenza da sistemi e organizzazioni dei quali non abbiamo alcun controllo. Nelle nostre città consumiamo gas, cibo, prodotti che percorrono migliaia di chilometri per raggiungerci, con catene di produzione e distribuzione estremamente lunghe, complesse e delicate. Il tutto è reso possibile dall’abbondanza di petrolio a basso prezzo che rende semplice avere energia ovunque e spostare enormi quantità di merci da una parte all’altra del pianeta.

È facile scorgere l’estrema fragilità di questo assetto, basta chiudere il rubinetto del carburante e la nostra intera civiltà si paralizza. Questa non è resilienza.

I progetti di Transizione mirano invece a creare comunità libere dalla dipendenza dal petrolio e fortemente resilienti attraverso la ripianificazione energetica e la rilocalizzazione delle risorse di base della comunità (produzione del cibo, dei beni e dei servizi fondamentali).

Lo fa con proposte e progetti incredibilmente pratici, fattivi e basati sul buon senso. Prevedono processi governati dal basso e la costruzione di una rete sociale e solidale molto forte tra gli abitanti delle comunità. La dimensione locale non preclude però l’esistenza di altri livelli di relazione, scambio e mercato regionale, nazionale, internazionale e globale.

LE TRANSITION TOWNS

Nascono così le Transition Towns (oramai centinaia), città e comunità che sulla spinta dei propri cittadini decidono di prendere la via della transizione.

Qui si evidenzia il terzo elemento di forza del progetto di Rob Hopkins, quello che lui ha creato è un metodo che si può facilmente imparare, riprodurre e rielaborare. Questo lo rende piacevolmente contagioso, anche grazie alla forza della visione che contiene, un’energia che attiva le persone e le rende protagoniste consapevoli di qualcosa di semplice e al contempo epico.

Possediamo tutte le tecnologie e le competenze necessarie per costruire in pochi anni un mondo profondamente diverso da quello attuale, più bello e più giusto. La crisi profonda che stiamo attraversando è in realtà una grande opportunità che va colta e valorizzata. Il movimento di Transizione è lo strumento per farlo.

Giochiamo a fare l’intervista

Caro Marcello, dopo essermi dedicata ad altri lavori, sono finalmente tornata sull’articolo sui GAS. Se sei sempre d’accordo vorrei aggiungere qualche battuta di una persona direttamente coinvolta come te. Se hai tempo, potresti scrivermi poche e sintetiche righe in cui rispondi alle mie domande:

Il GAS ha cambiato il tuo stile di vita? Come?

Il mio percorso e` stato: a partire da una riflessione sulla mia vita e sul modo di “consumare” mio e dei miei familiari, insieme ad un gruppo di amici e conoscenti ho contribuito a fondare un GAS e ho cominciato a fare acquisti in modo diverso. Cos’e` cambiato? Principalmente mangio cose piu` buone e piu` sane. Spendo piu` o meno come prima (paradossalmente tenere sotto controllo le uscite e` diventato un po’ piu` difficile: compri per 20 persone, poi dividi e ti fai dare i soldi…). Perdo un po’ piu` di tempo a pensare cosa mangiare e da chi comprare. Le occasioni di incontro e di scambio con amici e conoscenti sono un po’ piu` frequenti rispetto a prima. E questo e` tutto.

Almeno tre vantaggi indiscutibili del GAS:

1) Sai cosa mangi, cosa bevi, cosa acquisti.

2) Spendi il giusto

3) Ultimo ma non ultimo, sai che i tuoi soldini vanno a qualcuno che li usa per fare delle cose buone e giuste

Ci sono degli aspetti che secondo te andrebbero migliorati?

Come si dice spesso tra i gasisti, il mondo dei GAS e` di per se` provvisorio: e` un surrogato. E un modo per crearsi “in proprio” un mondo economico piu` giusto e piu` equo, che per forza di cose e` incommensurabilmente piu` disorganizzato e piu` incasinato del mondo economico tradizionale. Ne consegue che OGNI COSA nell’organizzazione di un GAS (anche di quelli piu` collaudati) e` “migliorabile”.

Se dovessi dare dei consigli a chi intende avvicinarsi o creare un GAS…?

Non chiedete di entrare in un GAS: fatene nascere uno tutto nuovo, insieme alle persone che abitano vicino a voi, che la pensano piu` o meno come voi, che vi sono piu` simpatiche.

Infine dimmi come vuoi essere “citato” (fondatore del GAS… oppure?)

 Marcello Moresco – WikiGAS Genova

Grazie infinite!!!

Simona