TRANSITION TOWNS – Chi siamo e cosa facciamo

da http://transitionitalia.wordpress.com/info/

Versione: 1.0. 1 Febbraio 2009

Traduzione Italiana del Marzo 2009

 

 

Introduzione

 

Negli ultimi anni, il picco del petrolio ed i cambiamenti climatici hanno toccato l’interesse di molti;

tuttavia spesso, in particolare per quanto riguarda il picco petrolifero, le soluzioni sul campo sono state deboli e deludenti.

A partire dalla sua nascita a Kinsale nel 2005, l’idea della Transizione1 si è diffusa in maniera virale attraverso il Regno Unito e al di fuori di esso, fungendo da catalizzatore alle risposte a queste due sfide, sviluppate in seno alle comunità locali. Mentre la rete di Transizione, il nostro network, cresceva, crescevano anche gli interrogativi sul modo in cui questo movimento si sarebbe strutturato, interrogativi ai quali questo documento è un primo tentativo formale di fornire risposta.

Negli ultimi due anni abbiamo visto emergere una struttura organica: quello che proponiamo in questo documento è basato sull’approfondimento e sul sostegno a questo modello emergente, sul principio che l’auto organizzazione, l’innovazione e l’azione debbano essere incoraggiate e appoggiate esattamente dove nascono, con il supporto di una precisa serie di principi e di linee guida.

Questo documento è nato da un processo di costante interazione all’interno della rete di Transizione, tra incontri faccia a faccia, forum e strumenti on-line. Rimarrà un lavoro aperto e sarà aggiornato continuativamente.

 

Glossario

Alcuni termini che forse è meglio chiarire prima di andare avanti…

 

Con Transition network” (n minuscola), o “rete di Transizione” si fa riferimento alla vasta comunità internazionale di individui e di gruppi che basano il loro lavoro sul modello di Transizione (talvolta anche detto “il movimento di Transizione”).

 

Transition Network Ltd” si riferisce all’entità con valore legale al momento chiamata Transition Network.

 

Transition Support Scotland- Supporto alla Transizione Scozia(e simili) si riferisce ad un forum nazionale di Transizione, generalmente guidato e originato da una rete nazionale di iniziative di Transizione, che hanno pensato che il loro lavoro potesse essere meglio supportato strutturando una rete nazionale.

 

La resilienzaè stata definita come “la capacità di un sistema di assorbire i disturbi e di riorganizzarsi durante un cambiamento, in maniera tale da mantenere essenzialmente la stessa funzione, struttura, identità e lo stesso sistema di comunicazione interna”.

Nella Transizione il concetto viene applicato agli insediamenti e alla loro necessità di essere in grado di superare momenti traumatici.

 

Il Transition Primer, in italiano “Introduzione alle iniziative di Transizione”, è un documento in pdf disponibile on-line gratuitamente: si tratta di una guida per i gruppi che vogliono intraprendere il

percorso di Transizione. La versione inglese è disponibile al link www.transitionnetwork.org/Primer/TransitionInitiativesPrimer.pdf la versione italiana al link http://www.transitionitalia.it/download/documento-introduttivo-alla-transizione-full-ita.pdf

 

Per taglio della CO2ci si riferisce a qualunque sforzo fatto o progettato per ridurre le emissioni di gas serra.

 

“Piano di Decrescita Energetica” o EDP si riferisce ad uno dei progetti principali che un’iniziativa di Transizione si prefigge di realizzare, ovvero la creazione per la propria comunità di un “Piano B”, di durata ventennale, comprendente le modalità per realizzare la transizione dall’attuale dipendenza dal petrolio verso uno stile di vita resiliente e a bassa emissione di CO2.

 

 

Scopo e principi della Transizione

 

Cominciamo mettendo in chiaro lo scopo e i principi del movimento di Transizione. In fondo,

queste sono le fondamenta comuni all’intera rete.

 

Lo scopo della Transizione: “Offrire supporto alle risposte delle comunità locali al picco del petrolio e ai cambiamenti climatici, aumentando resilienza e felicità”.

 

I 7 principi della Transizione

 

1. Avere una visione positiva: Le iniziative di Transizione sono basate sull’impegno a creare una visione tangibile, chiaramente espressa e pratica di come vivranno le nostre comunità una volta superata l’odierna dipendenza dai combustibili fossili.

Il nostro obiettivo non è lanciare una campagna contro qualcosa, ma è piuttosto focalizzare l’attenzione sul potenziale positivo, sulle nuove opportunità. Per lo sviluppo di questa visione è fondamentale la creazione di nuove storie e nuovi miti.

 

2. Aiutare le persone ad accedere a buone fonti di informazione, e supportale affinché possano prendere buone decisioni:. Le iniziative di Transizione si impegnano, in tutti gli aspetti del loro lavoro, ad accrescere la consapevolezza nei confronti del picco del petrolio, dei cambiamenti climatici e di argomenti ad essi collegati, come la critica della crescita economica.

In questo ambito, riconoscono le loro responsabilità nel presentare queste informazioni in modi giocosi, articolati, accessibili, accattivanti, che favoriscano atteggiamenti di entusiasmo e collaborazione piuttosto che diffondere una sensazione di impotenza.

Le iniziative di Transizione lavorano per diffondere in buona fede la versione più vicina alla verità in una situazione in cui le informazioni disponibili sono altamente contraddittorie.

I messaggi diffusi non devono mai essere autoritari: confidiamo nella capacità di ciascuno di elaborare una risposta appropriata alla propria situazione.

 

3. Coinvolgimento e apertura: Per sperare nel successo, le iniziative di Transizione hanno bisogno di coalizzare le diversità presenti nella società come mai prima d’ora. Le iniziative si impegnano a far si che i loro processi decisionali e i loro gruppi di lavoro siano fondati su principi di apertura e coinvolgimento.

Questo principio si riferisce anche al concetto che ogni iniziativa debba raggiungere la comunità intera e sforzarsi, fin dall’inizio, per coinvolgere il sistema economico locale, i diversi gruppi presenti all’interno della propria comunità e le autorità. Esplicita il principio che non esiste spazio, nella sfida della decrescita energetica, per discorsi del genere “noi e loro”.

 

4. Permettere la condivisione e il networking: Le iniziative di Transizione si impegnano a condividere successi, fallimenti, opinioni e connessioni a vari livelli all’interno della rete di Transizione in modo da costruire una più ampia base di esperienze collettive.

 

5. Creare Resilienza: Questo punto evidenzia l’importanza fondamentale del creare resilienza, ovvero la capacità delle nostre attività, comunità ed insediamenti di rispondere al meglio ai cambiamenti repentini.

Le iniziative di Transizione si impegnano a creare resilienza in diverse aree (alimentazione, economia, energia, ecc) e su diverse scale (dal locale al nazionale) – a seconda del caso. Si impegnano inoltre a inserire i loro sforzi all’interno di un processo generale teso ad aumentare la resilienza ambientale a livello globale.

 

6. La Transizione è dentro e fuori di noi: Le sfide che stiamo affrontando non sono causate semplicemente da un errore tecnologico: sono, piuttosto, la conseguenza diretta della nostra attuale visione del mondo e del nostro attuale sistema di valori. Ottenere informazioni a proposito delle condizioni in cui versa il nostro pianeta può generare paura e tristezza – potrebbe essere proprio questa la causa della tendenza diffusa a negare l’esistenza del problema.

Esistono paradigmi psicologici che possono aiutarci a capire cosa stia realmente accadendo, e ad evitare il processo inconscio che sabota i cambiamenti – per esempio, le teorie della dipendenza ed i modelli per il cambiamento comportamentale. Questo principio inoltre si basa sul fatto che la Transizione prospera perché permette alle persone di lavorare su ciò che le appassiona, di seguire la propria vocazione.

 

7. Decentralizzazione - autoorganizzarsi e decidere su diversi livelli: Quest’ultimo principio si basa sull’idea che nelle intenzioni del modello di Transizione non ci sono né centralizzazione né controllo sul processo decisionale. Piuttosto, il modello funziona lavorando con ciascuno per realizzare la Transizione al livello più appropriato, pratico ed efficace, in modo da replicare la capacità di auto-organizzazione dei sistemi naturali.

 

 

Come orientarsi tra le tante iniziative di Transizione

 

A partire dal lancio di Totnes come prima iniziativa, nel 2006, il concetto di Transizione è emerso ripetutamente a molti livelli. Cercare di suddividere le iniziative di Transizione in gruppi e categorie separati è un po’ come provare ad inchiodare una gelatina al muro… Noi celebriamo la spontaneità e la diversità e non vogliamo essere normativi: siamo invece felici di consigliare i gruppi emergenti in merito al livello più efficace sul quale operare, e di offrire loro tutto il nostro supporto.

Stiamo assistendo allo sviluppo di una combinazione di livelli che include alcune delle seguenti:

iniziative locali di Transizione, reti di Transizione regionali, centri regionali, reti/organizzazioni nazionali di supporto alla Transizione, raggruppamenti temporanei di iniziative locali per completare determinati progetti, e tante altre manifestazioni dello stesso fenomeno. In aggiunta ai 7 principi generali sopra espressi ci sono 6 linee-guida pratiche che chiediamo alle iniziative di rispettare, a qualunque livello appartengano.

 

Le 6 Linee-guida per le iniziative di Transizione

 

1. Accettazione degli scopi e principi base sopra elencati – senza dimenticare che il gruppo potrà sempre contribuire al loro sviluppo e aggiornamento.

 

2. La vita è più semplice se non inventiamo nuovamente la ruota: esistono già centinaia di iniziative che hanno sviluppato costituzioni, progetti, siti web, strutture. Guardatevi intorno, non abbiate paura di chiedere: i gruppi generalmente sono felici di condividere ciò che hanno imparato; imparate dai loro errori piuttosto che dai vostri! La Formazione di Transizione (Transition Training) è estremamente utile in questo senso, dato che assicura che la vostra iniziativa includa, fin da subito, persone da lungo tempo coinvolte nella comunità locale.

 

3. Cominciate col formare un gruppo guida che già definisca il momento in cui si scioglierà: il gruppo guida esiste per assistere i primi passi del processo ma sa già che si dovrà sciogliere per seguirne le future evoluzioni (con l’avvertimento che le prime esperienze indicano che questa linea guida potrebbe essere più appropriata a livello locale che su grande scala).

 

4. Interdipendenza: le iniziative di Transizione sono molto più forti quando lavorano in appoggio alle iniziative che stanno loro intorno. La comunicazione è fondamentale, dato che sostiene le iniziative più recenti fungendo da modello e da incoraggiamento, dove possibile.

 

5. Apertura al feedback e all’apprendimento: l’apertura al feedback di altri che lavorano in questo campo è implicita nell’accettazione di questi principi. Potrebbero esserci, ad esempio, dubbi sul fatto che la conduzione della nostra iniziativa di Transizione incarni o meno questi principi.

Questo tipo di feedback è più efficace quando ci viene comunicato dai nostri pari, ma è sempre vitale essere pronti ad essere messi alla prova da chiunque; del resto i feedback posso anche essere altamente positivi e generare sicurezza.

 

6. Inizia da casa tua: le iniziative di Transizione locali identificano autonomamente il livello più opportuno su cui lavorare, ma questo principio le incoraggia a lavorare ad un livello in cui si sentono a proprio agio e sul quale possono avere influenza, piuttosto che lanciarsi subito in un lavoro a livello regionale. Non fare il passo più lungo della gamba. Inoltre, è fondamentale che ogni persona con un ruolo attivo in un progetto di Transizione, a qualsiasi livello al di sopra del locale, sia anche attiva in una iniziativa locale in modo da mantenere un solido legame con le sfide pratiche e operative del lavoro di Transizione.

 

Organizzazioni Nazionali di Transizione

 

Riteniamo che l’unico livello a richiedere qualcosa in più rispetto alle linee guida già elencate sia quello nazionale: iniziative di questo tipo stanno nascendo negli USA, in Nuova Zelanda, Irlanda, Scozia, Galles, Giappone, Italia e altri posti. Ciascuna di queste organizzazioni nazionali replica in qualche modo le 5 funzioni del Transition Network Ltd, trasferendole ed integrandole nel linguaggio, nella cultura e nel contesto del proprio Paese, e fornendo inoltre una visione strategica d’insieme. L’idea è che il passaggio di consegne si svolga in maniera graduale, in 4 passi, cominciando con l’ispirazione, il sostegno e l’incoraggiamento, per poi passare alla formazione, perchè infine ciascun organismo nazionale possa assumere le funzioni di networking, tra cui lo sviluppo dell’adattamento dei principi e il supporto alle iniziative emergenti.

Inoltre, un’associazione nazionale dovrebbe agire come ambasciatrice del movimento di Transizione presso il proprio Governo e le associazioniinternazionali.

Questo approccio è descritto nel documento del Transition Network “A Memorandum of Understanding for National Transition organisations” disponibile sul sito www.transitionnetwork.org Sonya Wallace e Janet Millington mostrano il piano di decrescita energetica della Sunshine Coast, il primo realizzato in Australia.

 

Come diventare una iniziativa di Transizione

 

Le iniziative di Transizione a qualsiasi livello, a parte il nazionale, passano attraverso una successione di fasi, elencate di seguito.

La fase iniziale: di solito un gruppo di persone inizia ad incontrarsi, comincia a discutere il concetto di Transizione e a comunicare il proprio interesse, avviando un processo di sostegno ed incoraggiamento reciproco.

“Ci stiamo pensando”: in questa fase, al momento, viene instaurato un contatto con il Transition Network Ltd, gli individui o il gruppo entrano autonomamente nella mappa Google delle iniziative di Transizione, scaricano il documento introduttivo alla Transizione e informano il Transition Network Ltd che “ci stanno pensando” (più avanti questo contatto sarà preso con la rete di Transizione regionale o nazionale) Iniziativa di Transizione ufficiale: la fase precedente può durare alcune settimane o diversi mesi, a seconda del gruppo. Per ottenere lo status di ufficialità il gruppo completa una dichiarazione d’intenti: si tratta un documento che elenca le linee guida e richiede informazioni sull’iniziativa oltre a verificare che l’iniziativa sia nelle migliori condizioni possibili per procedere con successo.

Diverse iniziative ci hanno detto di essere molto orgogliose della loro “ufficialità”: un risultato di cui andar fieri. Attualmente le richieste sono gestite dal Transition Network Ltd., ma nel futuro questa funzione dovrebbe passare alle reti/gruppi nazionali e anche alle iniziative regionali. Alcune persone nel  movimento di Transizione hanno suggerito che le nuove iniziative si dovrebbero autovalutare o che non dovrebbe esserci nessun criterio. Altri dissentono con entrambi questi suggerimenti. Come via di mezzo e basandoci sui feedback che abbiamo ricevuto dalla rete, riteniamo che avere delle linee-guida precise, valutate da terzi, per quanto solidali, aiuti ad avviare un processo positivo e significativo, ma restiamo consapevoli che questa valutazione debba rimanere aperta al dibattito e ad una revisione continua.

 

 

Com’è fatto il Transition Network Ltd ?

 

Ci sembra che l’immagine di una cellula, di un sistema biologico – questo rende bene l’idea dell’emergere organico della struttura. Benché la cellula non sia una metafora perfetta, in molti modi è utile a spiegare come funziona il Transition Network Ltd .

Ci sono diverse iniziative che emergono da sole, come spore sotto il microscopio, partendo da livelli diversi, guidate dagli scopi e principi della Transizione; successivamente, si connettono tra di loro nei modi che ritengono più utili, creando quelle connessioni tra loro che ritengono più produttive.

Queste sono rappresentate dai cerchi di varia misura all’interno del cerchio principale, di cui i più grandi rappresentano le iniziative regionali e i cerchi più piccoli le iniziative locali.

Visto così, il Transition Network Ltd diventa l’anello bianco esterno che circonda le singole iniziative. Funziona un po’ come la membrana di una cellula, racchiudendo gli scopi e principi comuni al più ampio movimento di Transizione ed agendo come catalizzatore, ovvero permettendo al cerchio di espandersi al crescere delle iniziative. In biologia la membrana è creata dal nucleo e dal resto del contenuto della cellula, ma definisce anche l’identità dell’intera cellula e cresce insieme a lei. Il ruolo del Transition Network Ltd diventa quindi quello di perseguire questa funzione di catalizzatore, rivedendo e raffinando continuamente il senso della Transizione, in un processo collaborativo, oltre a facilitare il networking il più possibile.

Cosa significa? Significa facilitare interconnessioni efficienti ed efficaci, facili e funzionali, tra i diversi livelli, i centri di coordinamento e le iniziative, cosi come tra i diversi gruppi che si dedicano allo stesso tema specifico. Ad esempio, prendiamo i gruppi che studiano il tema “alimentazione”: il Transition Network Ltd può aiutarli a comunicare tra loro, a scambiarsi i resoconti di esperienze riuscite, ad organizzare eventi su scala nazionale. La stessa cosa vale per i gruppi che si dedicano all’energia, all’economia, e via dicendo. Può inoltre mettere in contatto i progetti simili per area geografica, cultura di appartenenza, grandezza della zona o numero di abitanti. La comunicazione che ne deriverebbe sarebbe profonda, diversificata e diventerebbe presto autonoma. L’anello esterno del diagramma rappresenta due ulteriori aspetti del lavoro del Transition Network Ltd: lo sviluppo di “frontiere” creative sia con altri gruppi che con nuovi settori di attività. I cerchi che circondano a loro volta l’anello esterno rappresentano le collaborazioni, quelle passate e quelle future. Queste includono partenariati con alcune importanti organizzazioni (al momento, ma questo sta già cambiando, succede solo nel Regno Unito) come la “Soil Association”, NEF, il Centre for Alternative Technology, grandi finanziatori e così via. I cerchi all’interno di questo anello rappresentano i nuovi filoni della Transizione, Transition Business/Local Government, eccetera. Il ruolo del Transition Network Ltd, a questo livello, è di  sviluppare iniziative e progetti con questi collaboratori, e di collegare i gruppi che lavorano su nuove tematiche con gli altri network interessati. Col passare del tempo questi cresceranno, forse finendo per essere grandi quanto le attuali comunità di Transizione… o anche di più.

 

Come il Transition Network Ltd sostiene le iniziative di Transizione

 

Il Transition Network Ltd. è stato fondato alla fine del 2006 con lo scopo di:

  • Ispirare
  • Incoraggiare
  • Sostenere
  • Facilitare la messa in rete
  • Formare

Segue una descrizione di alcuni dei progetti e delle novità che il Transition Network Ltd. intende mettere in piedi nell’arco dei prossimi 3 anni, per realizzare questi principi. Il Transition Network Ltd. se ne occuperà senza mai dimenticare che, dove possibile, sarebbe meglio che ciascuna azione o progetto fosse intrapreso dalle persone o dal gruppo più appropriato, ad un livello più locale possibile;

 

Formazione

Continuare a sviluppare e approfondire il Transition Training, aumentando la quantità e la qualità dei laboratori dedicati, in tutto il Paese (per Transition Training intendiamo tutti i programmi di formazione fin qui sviluppati), formare squadre di istruttori di Transizione (Transition Trainers) in altre parti del mondo e fornire continuo sostegno agli istruttori già qualificati a formare.

 

Comunicazione

Migliorare radicalmente la messa in pratica del nostro principio “permettere la condivisione e creare network”, per esempio tramite miglioramenti della piattaforma web.

 

Media

Produrre ‘Il (Primo) film di Transizione’, un film sul concetto della Transizione, sviluppato tramite un processo collaborativo.

Sostenere la nascita di una newsletter mensile, ‘Transition Network News’, che esiste già ma non è ancora una pubblicazione regolare. Sarà affiancata da un blog sul nuovo sito web, in cui ciascuna iniziativa verrà invitata a postare i propri successi, fallimenti, eventi e notizie.

Sostenere la pubblicazione di una serie di libri relativi a differenti aspetti della Transizione, ad esempio all’alimentazione, l’energia e così via. Le Guide della Transizione all’Alimentazione e al Denaro sono già in fase di sviluppo.

Ospitare, moderare ed editare la riscrittura collaborativa de ‘The Transition Handbook’ usando un sistema wiki, sulla base del libro originale, per arricchirlo di strumenti, storie, esperienze e punti di vista di tutta la rete di Transizione.

 

Strumenti

Strumenti per facilitare la stesura del Piano di Decrescita Energetica, presentazioni aggiornate ed esempi di eccellenza, creazione di un forum in cui ciascuno possa postare le proprie risorse, ad esempio articoli, cortometraggi, presentazioni che possano essere utili agli altri.

Traendo dalle esperienze di diverse Iniziative, elaborare mappe e diagrammi più chiari per rappresentare come le iniziative di Transizione possano evolvere nel tempo, come mettere assieme i 12 passi e alcuni dei diversi percorsi possibili.

 

Consulenza

Creare un servizio di Consulenza di Transizione per offrire supporto alle attività imprenditoriali, fornendo servizi quali le Analisi di Vulnerabilità dalla Dipendenza dal Petrolio e le Analisi della Resilienza delle Attività Imprenditoriali, e sviluppando piani pratici per affrontare le relative criticità.

 

Ricerca

Promuovere e sostenere ricerche e valutazioni a livello nazionale e internazionale; in alcuni casi, istituire collaborazioni con le università.

 

Eventi

Organizzare (nel Regno Unito) raduni nazionali biennali, alternati ad Incontri Regionali di Transizione.

Sostenere le nuove aree emergenti della Transizione organizzando eventi specifici, come il convegno “Transition in Cities” (Novembre ’08).

 

Fornire Sostegno

Sostenere le organizzazioni nazionali e regionali di Transizione come descritto nei principi precedenti

 

Continuare a…

Riflettere strategicamente sui cambiamenti del contesto nel quale le iniziative di Transizione crescono e si sviluppano e, quando necessario, rivedere le nostre pratiche e di conseguenza questo documento.

In poche parole, la funzione fondamentale del Transition Network Ltd sarà continuare ad agire da catalizzatore per il modello di Transizione.

 

L’economia e` una pesca

Andrea Saroldi

7 febbraio 2007

Come si può fare per costruire un’economia a misura d’uomo e rispettosa dell’ambiente? In molti ci stanno provando attraverso mille esperienze: dal consumo (gruppi di acquisto solidale), alla finanza (etica), dal commercio (equo e solidale) al turismo (responsabile) per arrivare ai piccoli agricoltori (biologici) e continuare di questo passo nei diversi settori dell’economia (solidale).

 

Tra queste esperienze si sta diffondendo la consapevolezza di come la costruzioni di reti (di economia solidale) possa rafforzarle e dare loro una prospettiva nella costruzione di circuiti economici a misura d’uomo. In questa prospettiva, a partire dai territori, si stanno sviluppando sperimentazioni di reti locali, chiamate Distretti di economia solidale (Des). Diversi luoghi stanno provando a tessere e rafforzare queste reti, conducendo sperimentazioni e scambiando esperienze per poter diffondere quelle che funzionano meglio.

 

In questo processo di costruzione di spazi di economia solidale, i Gruppi di acquisto solidale (Gas) giocano un ruolo importante. I Gas, gruppi di consumatori che acquistano collettivamente cercando piccoli produttori locali dai quali rifornirsi direttamente, si trovano naturalmente a sviluppare relazioni sul territorio, preziose nella costruzione della rete. Inoltre costituiscono la base della domanda di consumo necessaria a sostenere il distretto.

 

Per questo motivo, nelle esperienze di costruzione di distretti, alcune tra le più interessanti si muovono nel facilitare la nascita di Gas sul territorio e nella costruzione di filiere locali che aiutino i consumatori e i produttori a incontrarsi. Per portare qualche esempio, il Gruppo Motore per la costruzione del Des Brianza, che ha come riferimento il territorio della futura provincia di Monza, ha scelto come strategia nella costruzione del distretto proprio di iniziare dallo sviluppo dei Gas. In due anni i Gas del territorio sono passati da due a quindici, e l’obiettivo auspicato è arrivare ad avere un Gas in ognuno dei cinquanta Comuni. Ora, tra i Gas brianzoli è nata la “Retina”, un coordinamento leggero, con lo scopo di organizzare alcuni acquisti che possono funzionare meglio tra più gruppi, scambiarsi informazioni e buone prassi, sostenere la nascita di nuovi gruppi e promuovere la costruzione del Des.

 

Per fare un esempio, già da qualche anno i Gas della Brianza comprano insieme le pesche: dopo aver scelto il loro produttore fissano in anticipo il prezzo basandosi sui costi sostenuti per la produzione, non sulla quotazione della borsa. L’ultima volta hanno messo insieme ordini per otto quintali. L’idea funziona, e ora stanno pensando ad altri progetti per potersi procurare prodotti come il pane, i detersivi o l’energia elettrica da filiere conosciute.

 

Il gruppo Trentino Arcobaleno, che si pone l’obiettivo di costruire un distretto di economia solidale in Trentino, ha deciso invece di partire dai pomodori con il progetto “Tra passata e futuro”. Sperimentato già lo scorso anno, prevede in febbraio la prenotazione con il pagamento di un piccolo anticipo di pomodori da passata biologici coltivati da un gruppo di piccoli produttori locali. Nel primo anno sono state raccolte ordinazioni per 17 tonnellate di pomodori da 350 famiglie a un prezzo prefissato di 50 centesimi al chilo, che si è rivelato inferiore al prezzo del pomodoro biologico negli altri canali e in diversi casi anche inferiore al prezzo del pomodoro convenzionale.

 

Per il secondo anno sono state raccolte ordinazioni per 27 tonnellate a un prezzo di 52 centesimi; la maggiorazione del prezzo serve per pagare parte delle spese di organizzazione del progetto. In questo modo i trentini nella loro fiera autunnale sull’economia solidale “Fa’ la cosa giusta!” (che nel 2006 si svolgerà dal 3 al 5 novembre) hanno buoni argomenti per raccontare cosa si intenda per economia rispettosa delle relazioni e del territorio, anche perché oltre ai pomodori stanno sperimentando altri progetti su fragole, piselli, bioceste e cicloturismo tra le valli (per maggiori informazioni, anche sulla fiera, www.trentinoarcobaleno.it).

 

Diversi altri luoghi stanno sperimentando progetti di filiera, nella logica di intrecciare relazioni di rete sul territorio, spesso iniziando con la consegna settimanale di ceste di cibo biologico. Ma la prospettiva è di andare oltre, di allargare sperimentazione e circuiti a tutti i beni e servizi di cui abbiamo bisogno, per poter mettere a disposizione di tutti prodotti e servizi solidali. Si stanno ad esempio avviando sperimentazioni nel campo dei servizi telefonici e del tessile e si sta ragionando sull’acquisto di energia da fonti rinnovabili, per non parlare degli intrecci con le molte esperienze di economia solidale già attive nel campo del commercio, della finanza, del turismo e diffuse un po’ in tutti i settori.

 

Questa è la prospettiva di evoluzione che molti territori stanno sperimentando – ognuno con la sua specificità – nella costruzione di distretti di economia solidale; oggi sono più di venti e altri gruppi promotori si stanno attivando, anche se tutti dichiarano di essere a uno stadio molto embrionale. La speranza è che dall’intreccio e dalla replica di queste esperienze, partendo dalle più semplici per arrivare alle più complesse, si avviino processi di trasformazione del territorio verso reti aperte e attente alle esigenze sia di chi produce che di chi consuma.

Per un Manifesto della Rete italiana per la Decrescita

C’è un mito che, nell’ultimo secolo, ha fondato l’immaginario sociale e che, ancora  oggi, costituisce il sottofondo comune delle ideologie politiche moderne, sia di destra che di sinistra: è il mito della crescita.

Questa credenza, cui è connessa l’idea di uno sviluppo illimitato, ha portato con sé le parole d’ordine della massimizzazione della produzione, dei consumi e dei profitti fino a consegnarci all’attuale religione del mercato globale.

Questo sistema di pensiero si fonda, e al tempo stesso riproduce, una rappresentazione dell’essere umano come “homo economicus”: un soggetto privo di legami, individualista, razionale, utilitarista, orientato a massimizzare i propri interessi e ad accrescere la propria ricchezza come potere monetario, generico, universale; un soggetto casualmente inserito in un ambiente concepito come “mondo esterno” da sfruttare e piegare ai propri fini, in una crescita incessante del proprio potere di disporre delle cose e degli altri esseri viventi.

Si tratta di una visione del mondo che pur essendo fondamentalmente errata, produce effetti concreti sui comportamenti individuali, con conseguenze disastrose sugli equilibri ecologici, sociali e politici.

Riconosciamo che la scelta delle società occidentali di puntare unilateralmente sull’accumulazione economica, sulla crescita della produttività e dei consumi, ha prodotto in “Occidente” per tutta una fase storica, una maggiore ricchezza materiale. Tuttavia l’unilateralità di questo approccio ha finito col dissolvere i legami sociali e minacciare il collasso degli ecosistemi. Inoltre il costo di questi traguardi economici è stato pagato non solo dalle classi lavoratrici e dai soggetti considerati non produttivi, ma anche e soprattutto dai paesi e dalle popolazioni del resto del globo, costrette ad adattarsi e a modificare i propri sistemi sociali e produttivi secondo le nostre esigenze economiche e politiche.

Allo stesso tempo la crescita dei redditi è stata possibile attraverso uno sfruttamento sconsiderato dei sistemi ecologici. Evidenze scientifiche non più ignorabili (caos climatico, picco del petrolio, perdita di biodiversità) mostrano come l’attuale modello di sviluppo sia, già oggi, insostenibile per la biosfera.

Gli effetti negativi si fanno sentire anche sul piano sociale. Non solo per l’emergere di nuove povertà e per l’aumento delle disuguaglianze economiche, ma anche per la crescita del disagio, della precarietà lavorativa ed esistenziale, delle forme di depressione, in una generale sfiducia verso il futuro che assume anche forme violente e autodistruttive.

Da questo punto di vista dobbiamo imparare a leggere più a fondo il malessere, l’angoscia, l’infelicità che attraversano le nostre società. Questo modello di sviluppo, fondato sulla crescita, negli ultimi decenni ha prodotto un aumento del tempo di lavoro, del precariato e dello stress e, insieme, ha via via eroso e consumato il nostro tempo libero, il tempo delle relazioni, il tempo per noi stessi e per le cose che ci sono più care.

A livello politico l’accumulazione della ricchezza finanziaria, il cui controllo è sempre più nelle mani di pochi, produce una formidabile concentrazione del potere, svuotando di fatto la democrazia di autentico significato.

Il consumo di risorse globali si sta chiaramente traducendo in un aumento dei conflitti locali e delle guerre per il controllo delle risorse e, dunque, in una restrizione degli spazi di democrazia reale nel mondo.

Ma l’effetto più perverso di questo sistema è la sua capacità di suscitare una forma di adattamento alla patologia. L’inquinamento, i mutamenti climatici, la crescita del numero degli esclusi e la loro colpevolizzazione, le guerre per le risorse stanno diventando un paesaggio consueto a cui ci abituiamo passivamente, senza modificare i nostri comportamenti e gli assetti di fondo della nostra società. In altre parole la crescita produce dipendenza.

Ad ogni modo questa breve fase di ricchezza e creazione di benessere sta volgendo al suo termine nello stesso mondo “sviluppato”. Dalla metà degli Settanta la crescita del Prodotto Interno Lordo (PIL) non solamente si è ridotta nei paesi più avanzati, ma sopratutto non si accompagna ad alcun aumento del benessere individuale. Continuare oggi a coltivare l’idolatria del PIL significa non voler aprire gli occhi sull’assurdità di un’idea di ricchezza che non fa i conti con I costi ecologici e sociali dello sviluppo.

Posti di fronte alla percezione dei limiti sociali ed ecologici dello sviluppo, del degrado indotto dalla mercificazione della vita, della crescente conflittualità internazionale attorno alle risorse naturali crediamo che, per imboccare sentieri davvero alternativi, sia necessario rimettere in discussione il mito fondativo della nostra società, la crescita. Se per decenni abbiamo combattuto con tutte le nostre forze contro la povertà, oggi ci rendiamo finalmente conto di dover invece mettere in discussione la nostra ricchezza, il nostro modello di benessere.

Riscopriamo così un tema antico, e al tempo stesso di grande attualità, il tema dei limiti, o più propriamente, della “giusta misura”. Non siamo ideologicamente contrari ad ogni forma di crescita. Per andare verso una futura società sostenibile alcuni prodotti e comportamenti dovranno essere ridotti o abbandonati, mentre altri dovranno essere sostenuti e sviluppati. Ciò a cui ci dichiariamo contrari è piuttosto l’assunzione della crescita come principio fondamentale di orientamento del nostro immaginario. Riteniamo che la qualità della vita – in un pianeta finito – non possa continuare a fondarsi su una crescita quantitativa generalizzata, ma debba misurarsi sulla capacità di ri-definire priorità, di ri-pensare qualitativamente tecnologie, istituzioni, lavoro.

In termini generali si tratta di riequilibrare l’ossessione della produzione con la consapevolezza delle necessità di riproduzione, di rigenerazione, di cura delle persone, delle relazioni, dei contesti, dell’ambiente.

Parlare di decrescita, dice Serge Latouche, è come lanciare una sfida, azzardare una provocazione. Per un verso si tratta di un atto iconoclasta, per un altro di un nuovo modo di raccontare il nostro essere qui, ora, nel mondo.

Vogliamo provare a mettere in dubbio la divinità che abbiamo adorato o, anche, le mappe e le cornici simboliche dentro a cui ci siamo mossi per secoli e che siamo abituati a confondere con la realtà.

Ci si può domandare se sia possibile rimettere in discussione il nostro immaginario, se sia realistico pensare di istituire una società non improntata ad una crescita fi ne a se stessa.

Noi affermiamo che riconoscere la nostra interdipendenza ecologica e sociale, la nostra fragilità umana sia l’unico vero realismo, l’unico modo per evitare di portare a conclusione un processo di adattamento patologico che, consumando il fondamento ecologico su cui ci siamo sviluppati, ci porterebbe al collasso. Non siamo contro la tecnologia, ma per un’altra tecnologia. Sobria, durevole, sostenibile, conviviale.

La capacità di ripensare oggi i nostri assetti tecnologici ci permetterà forse di moderare il rischio di una decrescita obbligata, o autoritariamente imposta domani. Dobbiamo mostrarci capaci di rimettere in gioco i nostri valori di fondo e accettare il rischio di immaginare un dopo-sviluppo, una società di decrescita.

Essere realisti oggi non significa adattarsi ad un sistema che si sta autodistruggendo, ma disporsi ad assumere decisioni lungimiranti, prendendo come riferimento una prospettiva temporale e politica più vasta di quella a cui siamo abituati.

E per questo occorre ricostruire un rapporto e un patto tra generazioni: dobbiamo imparare a pensare attraverso la prospettiva di più generazioni e non solo della nostra.

Questo richiama inoltre la necessità di creare nuove istituzioni nazionali ed internazionali e/o la radicale riforma di quelle esistenti.

Non si tratta di insegnare il comportamento ideale e nemmeno di colpevolizzare i singoli atti consumistici.

La sfida più importante sta piuttosto nella capacità di mettere in campo delle differenti pratiche sociali, relazionali, simboliche. evocative, più ricche umanamente e socialmente, alla fin fine più desiderabili. Dobbiamo affrontare, contemporaneamente. una serie di cambiamenti sottili nel nostro modo di pensare e di essere. Non si tratta di proporre astratte utopie o pianifi cazioni tecnocratiche: in un mondo complesso non possiamo sapere cosa accadrà o quando, ma possiamo senza dubbio cominciare a muoverci a partire da noi stessi, da dove ci troviamo, dalle nostre relazioni, dal nostro territorio, dai luoghi che abitiamo, mettendo in moto processi virtuosi. In questo senso ci proponiamo di reinventare un’altra idea di bellezza che ci porti a vedere le città, il territorio, i paesaggi, le comunità umane in modo differente.

Vogliamo ritrovare il senso dei beni comuni, dei beni relazionali, sperimentare nuove forme di condivisione, praticare un consumo sociale, una condivisione più profonda. Abbiamo fiducia nella possibilità di istituire una società che metta al centro le persone e le relazioni e non le merci e gli scambi economici e che rivaluti l’importanza dei beni immateriali su quelli materiali. Che valorizzi modi di relazione antiutilitaristici e non strumentali e che sappia dare spazio alla solidarietà e al bene comune, piuttosto che all’interesse privato.

Che valorizzi l’ambiente naturale, e le altre forme viventi, per la loro bellezza e dignità e non solo in termini strumentali.

Questo signifi ca anche ricostruire forme di legame con i territori, valorizzando le risorse e i beni locali, le reti di economia sociale e solidale, rispondendo in primo luogo alle necessità della comunità locale e dell’ambiente e non a quelle del mercato. Il territorio è,

per noi, la dimensione appropriata da cui ripartire per costruire una maggiore partecipazione e un reale decentramento: in altre parole per favorire l’autonomia, ossia la possibilità per ciascuno di defi nire in modo partecipato norme e regole di governo economico e sociale delle comunità. Si tratta di una ricerca non conclusa, che ci mette in gioco profondamente e radicalmente. Sappiamo altresì di essere “guaritori malati”. In una società di mercato orientata alla crescita non esiste essere umano che, per quanto

assuma un comportamento ascetico, possa contemplare dall’esterno la cultura della merce. Anche se ci priviamo di ogni oggetto, non di meno restiamo culturalmente prodotti da questa società: solo riconoscendoci impregnati di questa cultura, possiamo fare il primo passo e cominciare ad essere, fi nalmente, “malati guaritori”.

Capaci di prenderci cura della fragilità nostra e di un pianeta che, assieme alle altre creature, vogliamo continuare ad abitare.

Un’utopia dunque? Un’utopia forse sì, ma un’utopia concreta.

Due scenari sembrano infatti profi larsi all’orizzonte, quello di una decrescita reale, necessaria, subita, fatta di razionamenti imposti ai più poveri e foriera di prevedibili involuzioni autoritarie, come è del resto già accaduto negli Venti e Trenta del secolo scorso, a seguito dei fallimenti del liberismo ottocentesco, e quello, invece, di una decrescita condivisa, sostenibile e responsabile che al contrario può dischiudere grandi opportunità per la democrazia e l’autogoverno delle società. Vi chiediamo di unirvi a noi per aiutarci a fare sì che sia la seconda, e non la prima, l’alternativa entro cui possa confluire il corso della storia del XXI secolo.

www.decrescita.it

 

Emissioni da dove e perché?

Giorgio Nebbia

Non date retta a chi vi dice che le cose importanti sono i soldi, che viviamo in una società virtuale e teletronica. Non potreste avere né soldi, né televisori, né Internet, né CD, ma soprattutto non potreste avere pane, hamburger, pullover e automobili, se non esistessero le uniche cose che contano: le materie prime, i minerali, il petrolio, la lana, i concimi, il frumento, le galline e le mucche; se non esistesse un esercito di persone che guidano i camion, scrivono al computer negli uffici, coltivano i campi, lavorano nelle tessiture, nelle fabbriche chimiche, nelle fonderie di metalli e nelle officine meccaniche, nei cantieri edili, nei negozi, spostando e movimentando chili e tonnellate di materiali, di cose. Sono le cose materiali, gli oggetti, le merci, le uniche cose che contano.

Minerali, pietre, fibre tessili, prodotti agricoli e forestali, eccetera sono beni materiali forniti dalla natura, i quali vengono trasformati, mediante il lavoro umano, in oggetti, macchine, indumenti, cibo, insomma nelle merci che acquistiamo nei negozi, che usiamo ogni giorno.

Il benessere, la salute, la felicità, dipendono da questa grande circolazione di materiali: dalla natura, alle fabbriche, ai consumi finali. Ma che dico ? Consumi ? noi non consumiamo niente. Quando abbiamo mangiato, o bruciato la benzina in un motore, o letto un giornale, gli oggetti usati, e i loro prodotti di trasformazione, con il loro carico di materia, di atomi e di molecole, continuano ad esistere, anche se vengono gettati via, “rifiutati”, dagli esseri umani.

Ma anche quando i minerali vengono trasformati in metalli, il latte in formaggio, la lana in pullover, solo una parte dei materiali iniziali si ritrova nei prodotti finali; il resto viene gettato nell’ambiente come scorie o rifiuti. Tutto questo gran movimento di materie e di energia e di emissioni di “cose” nell’ambiente è regolato da leggi ineluttabili.

La prima è quella della conservazione della massa. Il peso dei materiali di partenza che entrano in qualsiasi processo economico, cioè che produce merci e beni materiali e servizi, come i trasporti, resta rigorosamente costante. Anzi, la massa dei materiali utili che si ottengono da ogni processo economico è inferiore, spesso molto inferiore, a quello dei materiali impiegati: occorrono tre chili di minerale e carbone per ottenere un chilo di ferro; di ogni chilo di acciaio prodotto, nell’automobile o nel frigorifero entra appena mezzo chilo, e così via. La differenza fra il materiale entrato in un processo economico e quello che si trova negli oggetti utili viene immesso nell’ambiente e rappresenta le emissioni di scorie e rifiuti: in media si può dire che, rispetto al peso delle merci usate, i rifiuti gassosi, liquidi, solidi che vengono immessi nell’ambiente circostante pesano circa quattro volte di più. La nostra è, perciò, non una società dei consumi, ma una società degli scarti, dei rifiuti delle emissioni.

“Purtroppo” non è possibile mettere insieme tutti gli atomi delle materie fabbricate e usate e tutti gli atomi presenti nelle scorie e nei rifiuti, e ottenere di nuovo le risorse naturali originali e ricominciare il ciclo. La conseguenza è che più merci e oggetti si producono e si usano, più si impoveriscono i depositi dei beni naturali — i minerali, i terreni agricoli, gli alberi delle foreste, i pozzi di petrolio, eccetera — e più aumenta il peso delle emissioni che sporcano e inquinano l’aria, le acque, il mare, il suolo, che sono capaci di ricevere e sopportare una massa di emissioni limitata e non di più.

Verrà un giorno in cui non sapremo più dove mettere i rifiuti: l’aria del cielo non ce la farà più ad accogliere l’anidride carbonica o i gas contenenti cloro, zolfo, azoto, delle emissioni umane, dei camini delle fabbriche e delle case e dei tubi di scappamento degli autoveicoli. La salvezza va cercata soltanto nella diminuzione dei rifiuti. Poiché la loro massa è proporzionale alla massa degli oggetti e delle merci “usati” (badate bene che ho evitato la parola “consumati”) l’unica cosa da fare è far diminuire la quantità di sostanze immesse nell’ambiente per unità di merce o di oggetto usato.

Verrà fra poco un giorno in cui le merci saranno vendute non in base ad un prezzo in lire o dollari o euro, ma in base alla massa delle emissioni per unità di peso o di oggetto; in cui verranno applicate delle imposte per i processi e le merci con maggiori scorie e rifiuti, in cui costeranno di più le merci e gli oggetti che sono associati a maggiori emissioni.

L’economia dei soldi, insomma, potrà andare avanti soltanto se saranno trovate innovazioni tecniche capaci di produrre gli stessi beni e gli stessi servizi (muoversi, comunicare, mangiare), con minori emissioni. Varranno di più le merci che, a parità di servizio e di utilità, saranno prodotte con processi che generano meno rifiuti e che generano meno rifiuti durante l’uso.

La massa delle scorie e dei rifiuti e degli agenti inquinanti immessi nell’ambiente dall’attuale tecnica ed economia non può continuare ad aumentare all’infinito — e neanche a lungo: siamo, insomma, in una situazione insostenibile. Tutto quello che si può fare è renderla “meno insostenibile” diminuendo le attuali emissioni a livelli meno inaccettabili.

E’ possibile raggiungere questo obiettivo ? Certamente: le emissioni di scorie e i rifiuti sono figlie dell’ignoranza, della stupidità e dell’arretratezza tecnico-scientifica. La prima rivoluzione industriale è stata quella del carbone e del ferro; la seconda è stata quella del petrolio e delle materie plastiche; la terza rivoluzione industriale sarà quella del riciclo dei rifiuti e della guerra alle emissioni e agli inquinamenti.

E’ possibile produrre le stesse merci e gli stessi oggetti con processi che usano materie diverse, o con artifizi che consentono di far diminuire le emissioni; le emissioni per unità di peso di un oggetto o di un servizio possono diminuire se gli oggetti hanno una maggiore durata. Inoltre le emissioni dei gas nell’atmosfera, delle sostanze che finiscono nelle acque o nei rifiuti, sono costituite da atomi e molecole di materie che possono essere utilizzate per produrre altre merci e oggetti, una specie di Fenice che, come l’animale della mitologia, genera dalle proprie ceneri altri beni.

A questo punto, purtroppo, interviene un’altra legge: per quanta furbizia, abilità, ingegno si impegnino per il perfezionamento dei processi, per il miglioramento della qualità delle merci e degli oggetti, per la riutilizzazione delle scorie e dei rifiuti finora finiti nelle emissioni, è impossibile annullare del tutto tali emissioni. Proviamo ora a immaginare come potrebbe essere avviata e condotta una grande guerra alle emissioni.

La prima cosa da fare — da parte dei singoli cittadini, ma anche delle imprese e dei governi — consiste nell’imparare a riconoscere di che cosa e come sono fatti gli oggetti che ci circondano: dalla carta al frigorifero, dall’automobile alla conserva di pomodoro, dalle patate fritte al computer, dai tessuti alla benzina, eccetera.

Questa indagine merceologica comporta l’identificazione della provenienza dei materiali, la misura delle quantità delle scorie e dei rifiuti che si formano nel corso della produzione e dell’uso, l’esame di quello che succede quando usiamo ciascun oggetto.

Esempio: io uso (fate attenzione: non ho detto “io consumo”) le patate fritte per togliermi la fame; le patate arrivano fra le mie mani dentro un involucro di plastica che diventa subito un rifiuto, che butto via (dove ? nel sacchetto della spazzatura ?). Ma l’involucro delle patate fritte non è mica morto, scomparso: una volta entrato nel sacchetto della spazzatura andrà a finire, dove ? sarà bene che cerchi di dare una risposta a questa domanda.

Intanto mangio le patate che entrano dentro “la macchina umana” e liberano energia bruciando l’amido e il grasso che esse contengono. Ma per questo occorre l’ossigeno dell’aria e tutti gli atomi dell’ossigeno, del grasso e dell’amido non scompaiono ma finiscono, tutti, proprio tutti, nell’aria sotto forma di emissioni del corpo umano.

Quindi il primo passo del piano quinquennale consiste nell’aumentare le conoscenze della “storia naturale”, della contabilità, delle merci e degli oggetti: dalla natura, alla produzione, all’uso, di nuovo ai corpi della natura.

Un secondo passo della guerra alle emissioni può essere illustrato dal seguente esempio. Prendete un giornale: è fatto con la cellulosa che era contenuta nel legno di un albero cresciuto o coltivato in Scandinavia o nel Canada; la cellulosa è stata separata dalle altre componenti del legno, con processi meccanici e chimici che generano scorie; poi è stata trasformata in un foglio; poi il foglio è stato addizionato con l’inchiostro che porta le notizie che ci interessano; dopo avere letto tali notizie, magari dopo pochi minuti o qualche ora, il giornale viene gettato via, “rifiutato”, e finirà “emesso” nel sacchetto della spazzatura e poi in qualche discarica o inceneritore.

Eppure quello che viene buttato via è ancora un foglio contenente la cellulosa originale, quella che si è formata nell’albero nel corso di molti anni di vita della pianta, che ha percorso migliaia di chilometri sui mari o in treno prima di arrivare a casa nostra per portarci le novità del mondo: potrei utilizzarlo per farne un altro giornale ? Certo: basta raccoglierlo, invece di buttarlo via, darlo a qualche fabbrica che produce carta o cartone dalla carta usata, dalla “carta straccia”, e basta aspettare che la fabbrica di carta “riciclata”, come si chiama, abbia completato il suo ciclo.

Ma a questo punto non dimenticate l’ultima legge prima citata: da un chilo di carta da giornale, per quanto raccolta accuratamente, per quanto venduta alla fabbrica adatta, otterrete sempre meno di un chilo di altra carta da giornale; perché la fabbrica dovrà separare l’inchiostro e le impurezze e dovrà consumare energia, e genererà a sua volta delle scorie, sia pure in quantità inferiori a quelle che sarebbero state emesse nell’ambiente se si fosse prodotto un chilo di carta da giornale partendo da un altro albero della Svezia o del Canada.

Insomma le operazioni di riutilizzo e di riciclo delle merci usate, al fine di diminuire le emissioni inquinanti, richiedono attenzione nella raccolta separata; occorre non mescolare la carta usata con plastica o punti metallici, altrimenti le fabbriche di carta riciclata non possono lavorarla; occorrono attenti processi industriali di riciclo; occorre perfezionare quelli esistenti e inventarne di nuovi; occorre disporre di metodi analitici e di laboratori per il controllo della carta straccia, delle sue impurezze, della qualità della carta riciclata. Tutti problemi difficili, ma non insuperabili, se ci si pone come obiettivo la “guerra alle emissioni”.

L’efficienza del riciclo delle merci, e quindi la vittoria in tale guerra, richiederebbe anche nuova particolare attenzione da parte di chi fabbrica le merci. Ho fatto un sogno: ho sognato un forno nel quale era possibile mettere dall’alto una automobile usata, destinata alla rottamazione, tutta intera. Nel fondo del forno c’erano tanti fori: da uno usciva acciaio pronto ad essere riutilizzato; dall’altro alluminio, da un altro rame, dall’altro plastica, da un altro ancora gomma. Purtroppo era solo un sogno; le automobili, i frigoriferi, le lavatrici, i computer, eccetera, sono stati e sono progettati e fabbricati pensando all’eleganza, al colore, alle rifiniture, all’efficienza durante l’uso, senza pensare invece a quello che succederà alla fine della loro vita utile. Così le varie componenti meccaniche e elettriche sono strettamente mescolate fra loro e per recuperarne gli ingredienti — metalli, plastica, eccetera — bisogna smontare le varie parti con operazioni lunghe, costose, inquinanti, e anche pericolose per gli addetti.

Perfino le lattine di ferro o alluminio contengono sostanze estranee difficili da separare durante il riciclo; perfino molti oggetti di vetro non sono riciclabili: i bicchieri di cristallo perché contengono piombo; i tubi fluorescenti o i video dei televisori perché contengono metalli o sali tossici, eccetera.

Un importante obiettivo del piano quinquennale della guerra alle emissioni dovrebbe consistere quindi nell’aiutare, anche con incentivi economici, i fabbricanti a progettare e costruire oggetti le cui componenti siano facilmente separabili dopo l’uso o siano più facilmente riciclabili, nel diffondere nelle famiglie e nelle scuole dei manuali di combattimento, come aveva cominciato a fare, già molti anni fa, Verde Ambiente e Società.

Le stesse considerazioni valgono per le emissioni gassose delle attività umane, comprese quelle dei trasporti; anzi l’uso di combustibili fossili — carbone, gas naturale, prodotti petroliferi — bruciati in ragione, in Italia, di circa 150 milioni di tonnellate ogni anno, circa 50 milioni di tonnellate per i soli trasporti, è una delle fonti di emissioni più dannose e subdole per l’ambiente. A differenza delle emissioni sotto forma di pattume e di liquami, che vedete, eccome, queste emissioni di gas vari, oltre mezzo miliardo di tonnellate all’anno solo in Italia, non le vedete ma le respirate e vanno ad accumularsi nell’atmosfera e emissioni gassose totali, una trentina di miliardi di tonnellate all’anno, un terzo proveniente proprio dai trasporti, che modificano la composizione dell’atmosfera e provocano mutamenti climatici che colpiscono tutti i terrestri — anche quelli che vanno a piedi — e quelli che abiteranno il pianeta in futuro.

Nella guerra alle emissioni, quindi, un bel po’ di attività e invenzioni e leggi dedicherei alla fabbricazione di mezzi di trasporto e di carburanti con minori emissioni, da usare diversamente e di meno — se non volete, se non vogliamo, continuare ad essere allagati ad ogni pioggia, ad ogni ghiacciaio che fonde.

Cosa sono le Transition Towns?

Il seguente articolo è tratto dalla rivista Consapevole 17 http://www.ilconsapevole.it/newsletter/_consapevole_17.htm

Cambiare prospettiva. Guardare gli eventi da un altro punto di vista. Trasformare una situazione apparentemente negativa, in un’occasione di cambiamento positivo. Cambiare. Prepararsi al cambiamento. Allenarsi per la transizione.
Perché un cambiamento, e anche grande, ci sarà di certo e coinvolgerà principalmente il nostro stile di vita sviluppatosi sulla scia della grande disponibilità di combustibili fossili a buon mercato: disponibilità e buon mercato che – ed è sotto gli occhi di tutti – stanno tristemente per terminare. Ma proprio qui sta il punto: siamo sicuri che questa fine sia così triste, tragica e senza speranza?
«La crescita è la vera utopia – scrive Maurizio Pallante nella prefazione al Calendario della Decrescita 2009 – l’aumento del prezzo del petrolio e la diminuzione della sua disponibilità porteranno inevitabilmente alla decrescita delle attività produttive. Se a questo aspetto si sommano gli effetti della crisi finanziaria americana dei derivati che sta per arrivare in Europa, e si aggiunge la crisi industriale – un fatto inevitabile dal momento che ormai abbiamo tutto quello che ci è necessario e anche di più – ci rendiamo conto che la prospettiva della decrescita è una prospettiva molto realistica. Il problema è fare in modo che questa decrescita, che comunque ci sarà, non sia una decrescita devastante – perché subita senza aver fatto nulla per attenuare le conseguenze negative – ma una decrescita controllata, voluta, gestita, che ci consenta di riscoprire un modo di fare, di lavorare, di rapportarci con noi stessi e con il mondo che abbiamo dimenticato in tempi rapidissimi. La decrescita può essere l’occasione per riscoprire tutti quei modi di vivere che hanno una potenzialità di futuro molto superiore alla mancanza di capacità di futuro che ha una società economica fondata sulla crescita del PIL e sulla produzione di merci».
Se la crescita è la vera utopia e nella decrescita risiede la nostra capacità di futuro, allora due importanti fenomeni come il picco del petrolio e il mutamento climatico possono essere la più grande opportunità mai presentatasi fino ad ora all’uomo contemporaneo. L’opportunità di cambiare.
Avete presente la curva del picco del petrolio? La curva – che la forma tipica di una campana – ci dice che ad un certo punto della storia viene raggiunto un picco, detto picco di Hubbert, che rappresenta il massimo storico delle capacità di estrazione. Successivamente al picco, il ritmo a cui il petrolio viene estratto inizia a decrescere progressivamente, fino ad arrivare a zero.
E se dopo la discesa post picco ci fosse di nuovo una salita? Se quella discesa a zero non fosse altro che una rampa di lancio per risalire di nuovo e approdare a qualcosa di diverso?
Con la testa con il cuore con le mani
Se il picco del petrolio fosse, in definitiva, una grande opportunità? È questa la filosofia che anima il movimento culturale della transizione (Transition Culture), nato in Inghilterra dalle idee e dai progetti di Rob Hopkins – ex insegnante di permacultura ora stabilitosi a Totnes, capostipite delle Transition Towns nel Regno Unito. Dalla cultura della transizione derivano le città della transizione: scopo delle Transition Towns è quello di cercare di capire in che modo una comunità può rispondere ai cambiamenti e alle opportunità messe a diposizione dalla correlazione dei due fenomeni sopra citati: picco del petrolio e riscaldamento globale. La cosa interessante è che qualsiasi città, villaggio, metropoli può avviare un progetto di transizione: il punto è proprio questo, permettere alle comunità di lavorare nel luogo in cui si trovano, nel qui ed ora, nel momento presente e con le capacità attualmente disposizione all’interno della comunità stessa. Ogni città, in questo senso, può diventare una Transition Town. Ma qual è il punto di arrivo? Verso cosa si è in transizione? Lo scopo è dare vita ad un Energy Descent Action Plan ovvero ad un Piano di Discesa Energetica capace di ridurre il consumo di energie dell’intera comunità.
«Le Transition Towns – ci racconta Ellen Bermann, esperta in Italia di Transition Towns – sono delle esperienze di resilienza locale (per resilienza intendo la capacità di una comunità di essere autosufficiente rispetto all’esterno per quel che riguarda il cibo, l’energia e le attività economiche) in cui si prendono in considerazione due effetti ambientali molto importanti e attuali: uno è il cambiamento climatico e l’altro è il picco del petrolio. Spesso i due aspetti vengono considerati in maniera separata, ma se andiamo ad analizzarli in modo olistico possiamo renderci conto del fatto che sono due facce della stessa medaglia. La cosa più appassionante e interessante delle Transition Towns è l’approccio estremamente positivo capace di far presa sul livello locale della nostra esperienza di vita: non tutti avremo modo di emigrare in un eco villaggio, quindi è necessaria una modalità di approccio che prenda in considerazione il dove effettivamente le persone vivono: nei loro paesi e nelle loro città. Ed è lì che bisogna trovare delle soluzioni: sull’esistente».

Fine Corsa – Overshooting

Editoriale di Giulietto Chiesa comparso sul n. 4 della rivista “Megachip” il 29/10/08

 

Alcune note utili, forse, per affrontare il problema della transizione a un’altra società, che sia compatibile con la sopravvivenza del genere umano. Né più né meno. E non perché, stanti così le cose, come si dirà tra qualche riga, il nostro destino sia quello di essere eliminati dalla faccia del pianeta per manifesta incompatibilità con la natura di cui siamo parte impazzita, in quanto incapace di convivere con la sua entropia.

 

1) La prima considerazione è che l’umanità ha già raggiunto, da oltre 25 anni, la situazione di “insostenibilità”. Il termine usato dal Club di Roma, nel suo update del 2002, è “overshooting”. Siamo in overshooting da 25 anni. E’ una situazione che non si era mai verificata nella vicenda, lunga 5 miliardi di anni, della ecosfera. Dal 1980 in avanti, circa, i popoli della Terra hanno utilizzato le risorse del pianeta, ogni anno, più di quanto esse siano in condizioni di rigenerarsi. Cos’è esattamente l’overshooting? E’ “andare oltre un limite”, anche senza volerlo. In primo luogo perché non lo si sa. Ciò avviene – dicono gli scienziati del Club di Roma – in condizione di crescita accelerata, oppure quando appare un limite o una barriera, oppure a causa di un errore di valutazione che impedisce di frenare, ovvero quando si vorrebbe frenare ma non ci sono più freni disponibili.

Overshooting contiene anche un altro aspetto: che, a un certo punto, si verifica un “picco”, doppiato il quale non si può più tornare indietro. Dove si trovi questo picco, questo Capo di Buona Speranza, è molto difficile da calcolare, perché siamo dentro problemi di altissima complessità Siamo esattamente in una situazione in cui tutti e quattro questi aspetti sono in funzione. Inoltre si calcola che ci vorranno oltre dieci anni prima che le conseguenze dell’ overshooting diventino chiaramente visibili. E ci vorranno 20 anni prima che l’overshooting diventi un’idea comunemente accettata. Bisognerà agire in questi limiti di tempo.

Ma è già evidente oggi che l’attuale architettura istituzionale della politica e dell’economia mondiale non è in grado di risolvere il problema del freno.

Quanti conoscono questa situazione? Un numero insignificante di specialisti. Pochi governanti di questo pianeta. Ecco perché questa situazione deve trovare posto in una rivista che si occupa di comunicazione e di informazione: perché questa situazione non viene comunicata e, quando lo è, è comunicata male e in forme ingannevoli.

Per esempio perfino l’opinione dei gruppi più avanzati, intellettualmente e culturalmente (per esempio Al Gore e i suoi consiglieri) è che noi “corriamo il rischio” della insostenibilità. Cioè nemmeno i più avveduti sanno che ciò è già accaduto. Di conseguenza si prendono decisioni gravemente errate.

 

2) Cosa occorrerebbe fare, da subito?

a) Sviluppare a ritmi forzati la ricerca scientifica e tecnologica in direzione del risparmio energetico, della riduzione dell’aumento demografico del mondo povero, dell’aumento del consumo alimentare dei poveri e della crescita delle loro condizioni di vita (perché questo riduce la natalità), dell’aumento della produzione di energie alternative, della riduzione dell’inquinamento ambientale e degli scarti: in poche parole andare verso la riduzione dell’impronta umana sull’ecosistema, sulla biosfera.

b) Pianificare gl’interventi sull’unica scala che conta, cioè su scala planetaria. Cioè dotarsi di un’architettura decisionale mondiale (si spera democratica) in grado di realizzarli. Solo una tale architettura può ampliare l’orizzonte temporale della programmazione degl’interventi e consentire effetti di lunga durata per il governo della crisi.

c) Organizzare il cambiamento di abitudini di miliardi di persone. Ciò richiede un drastico mutamento dei sistemi di informazione e comunicazione, delle istituzioni educative in generale. Mutamento che non può essere spontaneo o casuale, e che va dunque organizzato dai poteri pubblici e democratici. E’ evidente che esso influirà sugli assetti proprietari del sistema mediatico, e anche per questa ragione sarà duramente osteggiato.

 

Vi sono alcuni corollari a queste considerazioni:

Corollario n.1. Tutti questi temi programmatici richiederebbero decenni per essere realizzati. Cioè bisognerà non dimenticare che, anche se cominciassimo oggi stesso a proporre cambiamenti, ci vorrà molto tempo prima che si producano effetti. In altri termini l ‘overshooting peggiorerà nel corso del prossimi vent’anni.

Corollario n.2. Non abbiamo altri trent’anni a disposizione. Il sistema economico-sociale in cui viviamo non reggerà, senza grandi cataclismi (sociali, politici, militari) entro questo lasso di tempo.

Corollario n.3. Occorrerà rendere consapevoli grandi masse popolari, in tutti i continenti, ma soprattutto nel mondo occidentale, che i limiti dello sviluppo sono già stati raggiunti. Il fatto che non lo si veda ancora non è che la conferma che il sistema mediatico nasconde la realtà invece di renderla nota e spiegarla.

Corollario n 4. Non stiamo discutendo dell’eventualità che qualcuno, da qualche parte, decida di ridurre la crescita. La crescita, nei termini in cui è avvenuta nel corso dell’ultimo secolo, sarà fermata non da decisioni umane ma dagli eventi che derivano dalla natura dell’ecosfera, cioè dalle leggi della fisica e della chimica.

Corollario n 5. Le resistenze al cambiamento saranno enormi. In primo luogo tra i padroni del nostro tempo, le corporations, e i governi. Agli uni e agli altri sarà richiesto di perdere molto e di sottostare a condizioni e discipline che rifiuteranno di rispettare. Si imporrà una visione del “Bene Comune”, contro la quale verranno scagliate mille risposte corporative, di interessi particolari che non accetteranno di essere messi in forse. Ma non sarà solo il problema di élites egoiste. Anche miliardi di individui non vorranno, non sapranno, rinunciare alle loro abitudini, fino a che gli eventi non ve li costringeranno.

Corollario n. 6. La possibilità che scenari di grande mutamento, improvvisi, non preceduti da adeguata informazione e preparazione, provochino ondate di panico, apre la strada a forti pericoli di instabilità e a formidabili pressioni per soluzioni di guerra.

 

Un ulteriore aspetto della questione deve essere evidenziato.

Molte risposte fino ad ora formulate a questo tipo di considerazioni affermano che vi sono due meccanismi in azione che potranno risolvere, se non tutte, almeno una parte rilevante delle attuali e future contraddizioni. Si tratterebbe della tecnologia e del mercato. E di una combinazione di entrambi.

Entrambi, in effetti, possono esercitare una influenza, ma nessuno dei due, singolarmente e insieme, sarà sufficiente. Per diversi e concomitanti motivi. La tecnologia sostitutiva e integrativa dei processi in corso non è in grado di fare fronte alla rapidità della crisi.

Gli aggiustamenti tecnologici necessari per produrre mutamenti nella qualità dello sviluppo (cioè verso la sostenibilità almeno parziale, cioè verso il restringimento dell’ overshooting , sicuramente non verso la sua eliminazione) richiedono tempi non inferiori ai 30-50 anni per entrare in funzione. Le tecnologie costano. Le tecnologie richiedono anch’esse ulteriori flussi di energia e di materiali. Cioè, mentre cercheranno di alleviare i problemi, ne creeranno altri. In parole più semplici: crescita della popolazione mondiale, crescita geometrica dello sviluppo dei consumi, crescita della domanda di energia in presenza di costi crescenti di estrazione dell’energia fossile organica e inorganica, saranno tutti fattori che non potranno essere fermati dalla sola crescita tecnologica (neppure nell’ipotesi ottimale che, per essa, si trovino le immense risorse necessarie) .

Per quanto concerne il mercato, esso ha proceduto fino ad ora in direzione della totale insostenibilità. E’ il mercato ad avere prodotto questa situazione insostenibile. Il mercato implica una crescita esponenziale (proporzionale a ciò che è già stato accumulato) , che è racchiusa nella logica del prodotto Interno Lordo. Ma una crescita esponenziale non può procedere indefinitamente in un qualsiasi spazio finito con risorse finite .

In altri termini, l’economia capitalistica, esattamente come la popolazione, non sempre cresce, ma entrambe sono strutturate per crescere e, quando crescono, lo fanno in modo esponenziale. Questo modo non è sostenibile.

Chiedere al mercato di risolvere questa equazione à una cosa priva di senso. Esiste una grande confusione, e un grande equivoco, su questa questione, nel quale gli economisti cadono sistematicamente perché non riescono a distinguere tra denaro e le cose materiali reali che il denaro rappresenta.

L’economia fisica (le merci, i servizi, e la loro produzione) è una cosa reale.

L’economia del denaro è un’invenzione sociale che non è soggetta alle leggi fisiche della natura.

Dunque, riassumendo, il problema non è se la crescita dell’impronta umana sull’ambiente (effetto della crescita esponenziale) si fermerà: la sola questione è quando e in che modo.

Il Club di Roma trae questa conclusione, che io ritengo assolutamente fondata: “Se noi saremo capaci di anticipare queste tendenze, allora potremo esercitare un certo controllo su di esse, scegliendo tra le varianti disponibili. Se noi le ignoreremo, allora i sistemi naturali sceglieranno l via d’uscita senza riguardo al benessere dell’Uomo”

Un’ultima notazione. Secondo una studio recentissimo dell’Unione Europea, soltanto per fare fronte al riscaldamento climatico in atto, le risorse mondiali necessarie, ogni anno che verrà, oscilleranno tra le due cifre di 230 e 614 miliardi di euro.

La quota europea di questa spesa – che, si noti, concerne soltanto le spese per fare fronte alle esigenze di adattamento e di riorganizzazione sociale e industriale – sarà pari, mediamente, ogni anno, a 70 miliardi di euro. Tutto ciò in condizioni normali. Si immagini soltanto cosa potrebbe significare, in una prospettiva di medio termine, lo spostamento di 200 milioni di persone, previsto dalle organizzazioni delle Nazioni Unite, in caso di mutamenti climatici catastrofici.

E si tenga presente un dato emerso negli ultimi mesi. Dato che ci informa che, se non fossimo folli, potremmo risolvere molti dei problemi qui esposti: la sola guerra irachena è costata (secondo diverse e autorevoli valutazioni) dai tre ai cinque trilioni di dollari.

Chiudere una strada può migliorare il traffico?

Articolo del: 26/11/08

Andrea Cinquina

http://www.yeslife.it

 

Contrariamente a quanto si possa credere, chiudere alcune strade può ridurre i ritardi creati dal traffico. Questo è conosciuto come il paradosso di Braess, dal matematico che scoprì che addizionando una maggiore capacità ad un sistema a volte riduce la sua efficienza generale.

Hyejin Youn e Hawoong Jeong, del Korea Advanced Institute of Science and Technology e Michael Gastner, del Santa Fe Institute, hanno effettuato uno studio su un sistema di strade di Boston, Londra e New York, e hanno evidenziato sia come chiudere alcune strade al traffico porti ad una riduzione della congestione da traffico, sia come la apertura di una nuova strada può in realtà peggiorare la situazione del traffico.

Partiamo dal presupposto che costruire nuove autostrade, strade, allargare o migliorare le strade esistenti, sono spesso soluzioni adottate per risolvere il problema del traffico, ma queste soluzioni in realtà non riducono il problema, anzi, nel lungo termine aumentano i volumi del traffico, quindi aggravando la situazione.

Alcuni esempi?

  • Nel 1989, il Southern California Association of Governments mostrò come l’attuazione di misure che assistano il traffico, come aggiungere nuove strade o raddoppiare le corsie sulle strade esistenti, avevano solo un effetto cosmetico sui problemi del traffico di Los Angeles; il migliore consiglio che potevano offrire come associazione era di dire alle persone di vivere vicino al proprio posto di lavoro, che poi è l’esatto contrario dell’effetto creato costruendo una superstrada, raccordo o autostrada.
  • Uno studio del governo britannico dimostra come aumentare la rete stradale porta alle persone a guidare di più. Un altro recente studio dell’Università della California di Berkeley, su 30 regioni californiane tra il 1973 e il 1990, ha dimostrato che per ogni 10% di aumento della capacità della rete stradale, il traffico aumenta del 9% in soli quattro anni.
  • il caso di Atlanta, dove per cercare di risolvere il problema traffico si è costruito strade per anni con uno dei più alti indici miglia costruite per capita; il risultato è che ora un abitante di Atlanta viaggia in media 35 miglia al giorno, più dei residenti di ogni altra città negli Stati Uniti.

Ma perché avviene questo?

“Costruisci, e loro verranno”, citazione di un bel film di Kevin Costner (L’uomo dei sogni), è stata spesso utilizzata per descrivere il link tra la costruzione di strade suburbane e lo sviluppo del traffico. Nuove strade generano nuovo traffico: e’ il fenomeno del traffico indotto, dove creare, aumentare o migliorare strade va contro lo stesso principio per il quale si fanno questi lavori, ovvero alleviare la congestione del traffico.

Inoltre spesso il problema di guidare consiste nel solo traffico, e non è rappresentato dal suo costo – o meglio non è (erroneamente) ravvisato nel suo costo sia economico, sociale e ambientale da parte dei guidatori. Quindi le persone sono sempre pronte a fare più viaggi quando il traffico va via; gli specialisti la chiamano domanda latente. Il numero dei viaggi latenti stimati è circa il 30% del traffico esistente.

Questi fenomeni sono validi anche al contrario; quando fu chiusa l’autostrada New York’s West Side Highway nel 1973, uno studio del NYDOT mostrò che il 93% dei viaggi persi non riapparsero su altre strade; le persone semplicemente smisero di guidare.

Uno studio britannico ha trovato che chiudere strade nel centro delle città tende ad aumentare l’economia locale, mentre la costruzione di nuove strade portano ad una più alta disoccupazione urbana.

Chiudere alcune strade o rendere pedonale un’area, avvertendo in tempo debito i cittadini e i guidatori, non vuol dire semplicemente trasferire il problema su vie parallele, ma ridurre il volume delle autovetture circolanti e quindi il traffico, e allo stesso momento, riqualificare l’area chiusa e resa pedonale.

E’ vero, nell’immediato avremo sicuramente dei vantaggi: traffico snellito, strade più scorrevoli e così via, ma nel medio-lungo termine? Lo scrittore filosofo George Santayana scriveva ad inizio secolo: ”Coloro che non ricordano il passato sono condannati a ripeterlo”. Spesso nelle nostre città è stata adottata la formula risolutiva sopra citata, ma il risultato è stato sempre che dopo alcuni anni il problema traffico si è puntualmente riproposto.

Ma in realtà il punto è che il traffico non deve essere combattuto con e nelle strade, perché nessun viaggio comincia o finisce nelle strade, ma ha inizio nelle abitazioni o nei posti di lavoro . L’uso di nuove strade non cambia il fatto che le automobili devono comunque raggiungere una destinazione.

Serve un nuovo modo di pensare per risolvere i problemi odierni, come quelli relativi al traffico; non ci possiamo aspettare che essi vengano risolti dalle persone che hanno lo stesso modo di pensare di quelle che li hanno creati.

PREZZI: COLDIRETTI, GRANO DIMEZZATO MA LA PASTA SALE DELL’11 %

Con un crollo dell’11,4 per cento rispetto allo scorso anno è in agricoltura che si è verificata la maggiore riduzione dei prezzi alla produzione.

E’ quanto emerge da una analisi della Coldiretti sulla base dei dati Ismea a marzo in occasione della divulgazione dei dati Istat sull’andamento dei prezzi alla produzione, che evidenzia peraltro gli “scandalosi andamenti al consumo della pasta che registra un aumento del 11 per cento nonostante si sia verificato un dimezzamento delle quotazioni del grano” sul quale hanno indagato l’antitrust e Mister prezzi.

Le tendenze registrate in campagna non si sono trasferite al consumo dove – denuncia la Coldiretti – i prezzi per l’alimentare secondo l’Istat continuano ad aumentare su base annua ad un tasso del 3 per cento è quasi il triplo di quello dell’inflazione media dell’1,2 per cento. Un differenziale che è costato agli italiani 300 milioni di euro in un solo mese che sono il risultato di inefficienze e speculazioni. Gli italiani spendono 205 miliardi all’anno in alimenti e bevande (141 miliardi in famiglia e 64 fuori) che rappresentano ben il 19 per cento della spesa familiare ed è quindi necessario – precisa la Coldiretti – interrompere un trend che impoverisce cittadini e imprese agricole in un difficile momento di crisi economica.

L’aumento della forbice dei prezzi tra produzione e consumo – sottolinea la Coldiretti – conferma la presenza di forti distorsioni esistenti nel passaggio degli alimenti dal campo alla tavola, che danneggiano imprese agricole e consumatori.

Il crollo delle quotazioni in campagna si registra – sottolinea la Coldiretti – sia per le produzioni vegetali (-15,8 per cento) che per quelle derivate dall’allevamento (- 5,2 per cento) ma il record della riduzione si è verificato – precisa la Coldiretti – per i cereali con un crollo dei prezzi alla produzione del 46,4 per cento rispetto allo scorso anno a marzo.

Un forte calo delle quotazioni alla produzione – continua la Coldiretti – si è registrato anche per vini e oli di oliva che, su base annua, hanno fatto segnare in campagna drammatiche riduzioni, rispettivamente, del 26,2 per cento e del 24,6 per cento. Una flessione rilevante tra i prodotti di allevamento è accusata dal latte (- 11,1 per cento) e dai suini (- 9,4 per cento).

L’aumento della forbice dei prezzi tra produzione e consumo – sostiene la Coldiretti – conferma la presenza di forti distorsioni esistenti nel passaggio degli alimenti dal campo alla tavola, che danneggiano imprese agricole e consumatori. I prezzi – continua la Coldiretti – aumentano quindi in media quasi cinque volte dal campo alla tavola e esistono dunque ampi margini da recuperare, con piu’ efficienza, concorrenza e trasparenza, per garantire acquisti convenienti alle famiglie e sostenere il reddito degli agricoltori in un momento di difficoltà economica. E’ necessario quindi riorganizzare le filiere agroalimentari con un forte investimento su

consorzi agrari e sulle cooperative che sono il perno sul quale ruota il progetto della Coldiretti per una filiera tutta agricola, tutta italiana e firmata dagli agricoltori.

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LE CITTA’ OLTRE LA CRISI DELL’AUTO

 

L’auto ha rotto l’equilibrio tra città e mobilità

La mobilità è una delle funzioni essenziali dell’organizzazione urbana. Da sempre lo stesso disegno della città ha dovuto tenere conto delle esigenze di spostamento delle persone e delle merci. Un equilibrio – bene o male – si è sempre trovato tra vivibilità della città e mobilità urbana. Un equilibrio che oggi è venuto meno.

La città infatti non è più lo spazio comune dei cittadini, delle relazioni umane, ma è sempre di più un’infrastruttura al servizio dell’automobile: le piazze, i viali, perfino i marciapiedi, sono sottratti alle persone e consegnati alle auto, a danno soprattutto dei soggetti più deboli, come bambini e anziani. L’automobile è diventata un mezzo irrazionale e antieconomico che genera danni enormi: malattie da inquinamento, morti e feriti in incidenti, rumore, congestione, consumo di territorio, consumi energetici, degrado del paesaggio e degli spazi pubblici della città. Tutto ciò incide negativamente sulla vita dei singoli e sulla loro relazioni sociali, intaccando il vivere individuale e collettivo.

La soluzione però non deve essere l’apertura di una nuova emergenza da affrontare – come spesso si fa in Italia – in maniera inadeguata e contingente, spostando il problema nel tempo piuttosto che trovando vere soluzioni. La situazione è tale per cui la mobilità urbana in Italia non può essere solo migliorata, va cambiata radicalmente.

Per farlo è innanzitutto necessario prendere atto che l’epoca dell’auto è finita, che l’auto è diventata il problema.

 

I costi sociali, ambientali ed economici dell’auto

La crescita esponenziale della domanda di mobilità è un fenomeno che coinvolge tutti i paesi avanzati, dovuto a diversi fattori di natura sociale ed economica: in poco più di vent’anni, tra il 1970 e il 1993, la mobilità giornaliera in Europa è quasi raddoppiata, passando da 16,5 Km a 31,5 Km al giorno pro-capite. Tali distanze vengono percorse prevalentemente in automobile e assumono sempre maggiore evidenza le conseguenze negative per la salute dell’uomo, per l’ecosistema, per le città.

Nelle città vive oltre il 60% dei cittadini europei e proprio in ambito urbano il traffico e l’inquinamento rappresentano i problemi più gravi da affrontare per le amministrazioni locali. La congestione costa all’Unione Europea circa 100 miliardi di euro l’anno, pari all’1% del suo prodotto interno lordo (COM2007 541 def.). Le stesse politiche europee (come ad es. Libro Verde “Verso una nuova cultura della mobilità urbana”) si prefiggono di interrompere la relazione tra crescita economica e crescita dei trasporti.

In Italia, in modo particolare, abbiamo un tasso di motorizzazione privata (590 autovetture ogni 1.000 abitanti) tra i più alti al mondo. Circa 35 miliardi di euro l’anno sono i costi sociali dovuti agli incidenti stradali, pari al 2,5% del PIL. Ogni giorno nel nostro Paese si verificano in media 652 incidenti stradali che provocano la morte di 16 persone e il ferimento di altre 912 (Istat). Tra le vittime uno su tre è un pedone, a testimonianza emblematica che la città appartiene alle auto e alle moto.

In conseguenza dell’incremento della domanda di trasporto nel nostro Paese i consumi energetici totali del settore sono cresciuti notevolmente, nonostante i miglioramenti conseguiti nell’efficienza energetica dei veicoli e la conseguente progressiva riduzione dei loro consumi unitari. L’aumento del numero dei veicoli e delle cilindrate rendono vani i miglioramenti tecnologico in senso ambientale. Ed in ogni caso occorrerebbe prendere atto dell’inefficienza energetica dell’auto: su 10 litri di consumo 8/9 litri servono per spostare il solo veicolo.

Le crescenti concentrazioni in atmosfera di gas serra determinano pericolosi effetti sulle temperature globali e sul clima terrestre, nonché potenziali danni per gli ecosistemi, gli insediamenti umani, l’agricoltura e le stesse attività socio-economiche. I trasporti risultano essere, dopo le industrie di produzione e trasformazione dell’energia, il settore maggiormente responsabile delle emissioni (23% nel 2006, e il 18% è generato dal solo settore stradale), nonché quello con il tasso di crescita più elevato nel periodo 1990-2005.

L’aria delle città è infestata dalle emissioni inquinanti e dal rumore. Sono ormai accertati i danni alla salute umana dovuti all’inquinamento; tra i vari tipi di inquinante emessi dai veicoli a motore il particolato risulta essere tra i più dannosi e, secondo uno studio dell’OMS, a causa dei PM ogni italiano perde in media 9 mesi di vita. Secondo lo studio di Enea e Amici della Terra del 2003 i costi sanitari dovuti all’inquinamento atmosferico associato alla mobilità in ambito urbano nell’anno 1999, di riferimento, sono pari a circa 17 miliardi di euro.

La direttiva 1999/30/EC prevede dei valori limite per la protezione della salute umana relativi ad numero massimo ammissibile di episodi di inquinamento acuto; la norma fa riferimento alla media giornaliera delle concentrazioni di PM10 che – a partire dal 2005 – non può superare i 50 μg /m3 più di 35 volte in un anno. Le grandi città sono quasi tutte oltre i limiti: ad esempio a Roma e a Milano nel 2007 il numero di superamenti è stato rispettivamente di 87 e 82 giorni, mentre a Torino si sono verificati ben 129 superamenti.

L’Irpet della Regione Toscana ha calcolato che il costo per ricoveri per malattie cardiovascolari e respiratorie imputabili ai trasporti si aggira attorno al 20% della spesa sanitaria complessiva. Se a questo si aggiunge la valutazione del decesso anticipato sempre imputabile al medesimo motivo, il peso degli effetti sui costi sanitari si aggira attorno al 30%. Un costo enorme se si pensa che la spesa sanitaria è la prima voce delle regioni. Ovviamente i costi hanno al fondo un dato ancor più importante: la sofferenza.

Per non parlare dei problemi sanitari legati alla scarsa attività fisica e alla vita sedentaria: l’OMS stessa invita ad andare a piedi o in bicicletta per effettuare gli spostamenti a breve distanza. In Italia infatti il 44% delle distanze percorse in auto è inferiore a 5 km!

A tutto ciò si devono aggiungere i costi economici esorbitanti a carico delle famiglie legati al possesso e all’uso dell’automobile: secondo il Rapporto Aci-Istat 2008 sommando le spese fisse (bollo, assicurazione), quelle correnti (carburante, garage, parcheggi, ecc.) e i costi di manutenzione ordinaria e straordinaria, si spendono circa 3.339,00 € all’anno (escludendo i costi di ammortamento dell’acquisto dell’auto). Le famiglie destinano circa il 15% dei loro consumi alle spese per trasporti e gran parte di queste spese sono da imputare al mezzo privato.

 

L’importanza di una pianificazione integrata urbanistica-trasporti

E’ necessario e urgente dunque promuovere nuove scelte e una nuova cultura della pianificazione per migliorare la qualità di vita delle nostre città.

Occorre una lettura integrata dei diversi aspetti, trasporto, ambiente, economia, urbanistica: non basta un approccio settoriale per affrontare un problema così complesso. Il traffico infatti, molto spesso, è l’epifenomeno di una sbagliata politica urbanistica.

L’urbanizzazione selvaggia assieme alla trasformazione delle città in infrastrutture per le auto sono le cause di questa situazione. Urbanizzazione e motorizzazione di massa sono andate di pari passo.

L’automobile ha infatti consentito la dispersione della densità urbana: si è creata una non-città disseminata nel territorio. Ma, come scrive Jean Paul Bally (1995) “la città migliore non è quella che offre il massimo di attività, ma quella che le rende accessibili”.

Questa iperurbanizzazione si è accompagnata all’esplosione della mobilità moltiplicata da vari fattori (la moltiplicazione di centri commerciali e multisala, la parcellizzazione del lavoro e dei suoi orari, ecc.). Alcuni parlano di “città flipper”.

Questo processo ha avuto anche un versante sociale spesso trascurato. L’incremento dei valori immobiliari ha infatti determinato l’espulsione dalle aree centrali e semi-centrali delle fasce più deboli della popolazione e l’accentuarsi dei disagi legati agli spostamenti, in mancanza di adeguate infrastrutture di trasporto pubblico a servizio di hinterland sempre più vasti.

Secondo lo studio del Censis “Pendolari d’Italia” (2008) sono circa 13 milioni i pendolari in Italia e nel periodo dal 2001 al 2007 sono cresciuti del 35,8%. Per quasi l’80% gli spostamenti avvengono tra Comuni della stessa provincia. Solo il 14,8 dei pendolari usa il treno per spostarsi; un’ampia fetta di pendolari non utenti del treno (più del 69%) sarebbe però disposta ad utilizzare il servizio ferroviario, ma ne rimane esclusa a causa della mancanza di una rete infrastrutturale capillare ed efficiente.

L’intreccio tra automobile, ipertrofia urbana e speculazione immobiliare ha determinato una redistribuzione delle condizioni materiali di vita dei cittadini, a tutto svantaggio dei ceti popolari.

Una recente proposta di legge del Senato della California rappresenta un modello da seguire per una politica urbana basata sull’integrazione tra urbanistica, ambiente e mobilità: per la prima volta si legano insieme obiettivi di riduzione dei gas serra, il finanziamento dei trasporti e la pianificazione territoriale.

In altri paesi europei la questione della mobilità è al centro delle politiche urbane e viene affrontata con strumenti anche di forte impatto: si va dalla perfetta integrazione del trasporto pubblico degli svizzeri e degli olandesi ai “metrò su gomma” del Sud America, dalla congestion charge di Londra alle biciclette a noleggio di Parigi.

La London Bridge Tower progettata da Renzo Piano a Londra sarà raggiungibile solo con mezzi pubblici: avrà soltanto 60 posti auto, destinati ai disabili. «La città non deve più violare la green belt ma deve crescere al suo interno dove la rete dei trasporti pubblici consente di farlo senza accrescere l’incubo del traffico, col relativo inquinamento», diceva il sindaco Livingstone.

Invece i grattacieli che nasceranno alla Fiera di Milano prevedono parcheggi per 8 mila auto che entreranno in città… «I progetti non sono paragonabili: in quel punto di Londra passano 6 linee metropolitane e un bus» afferma l’architetto Piano, «ma anche il committente privato può scegliere di finanziare il trasporto pubblico! – afferma Piano – Ecco, penso che le città del futuro debbano liberarsi da giganteschi parcheggi e tunnel che portano auto e sforzarsi di puntare sul trasporto pubblico».

 

Oltre la crisi dell’auto: per una mobilità urbana alternativa

Oggi ci troviamo con una crisi dell’auto, dentro la crisi più generale, che mette in pericolo migliaia di posti di lavoro. Gli Stati, a partire dagli Usa, sono intervenuti a difesa dell’industria automobilistica. Ma si tratta di scelte sbagliate, cieche.

Non si vuole prendere atto che l’auto, il trasporto individuale e su gomma di persone e merci ha esaurito la sua spinta propulsiva. Ciò che è stato il simbolo dello sviluppo senza limiti, della velocità e della libertà: in fin dei conti del progresso, è in crisi. Anzi è una delle palle al piede per un’evoluzione sociale complessiva. E’ lo stesso mito della velocità, associato all’automobile, ad entrare in crisi, in particolare a ridosso delle varie aree metropolitane. I cittadini vedono ridurre la velocità dei mezzi e l’allungamento considerevole del tempo passato in interminabili file. Le autostrade e le ferrovie che erano nate per lunghi tragitti ad alta velocità sono usate progressivamente come infrastrutture urbane con conseguente rallentamento del traffico. Ciò anche per la conurbazione ampia di alcune zone del paese: la Val Padana, Roma, Napoli. Vengono costruite nuove strade ed autostrade finendo con intasare ancor più il traffico oltre che devastare l’ambiente.

Per le ferrovie il potenziamento scelto è stato l’Alta Velocità. Una scelta schizofrenica: la missione strategica delle ferrovie dovrebbe essere nella città allargata e non certo nelle lunghe percorrenze!

Troviamo riscontro di ciò nei mesi estivi del 2008 quando da più parti è stata denunciata la mancanza delle infrastrutture nelle aree urbane mentre nei programmi delle opere che i vari governi hanno trasmesso al Cipe si interviene in senso opposto. E questo avviene con l’approvazione, a volte il silenzio, degli enti locali. Si assiste così alla riduzione del livello reale dei finanziamenti per il trasporto pubblico locale e per il trasporto pendolare delle ferrovie.

In una recente intervista apparsa sul Sole 24 Ore, lo stesso Paolo Buzzetti, Presidente dei Costruttori dell’Ance, afferma che un piano di rilancio delle infrastrutture non può contenere soltanto grandi opere ma deve prevedere anche un programma di interventi medio-piccoli che consentano di connettere gli assi nazionali alle città e di impattare sulla qualità della vita delle persone.

E’ dunque necessario ribaltare l’agenda nazionale ed europea della politica dei trasporti; non più liberalizzazioni, grandi opere e collegamenti internazionali, ma un approccio di sistema per una mobilità urbana alternativa, non più centrata sull’automobile. E’ necessario uscire dal monopolio dell’auto, dal concetto di necessità dell’auto di proprietà per andare verso forme più avanzate e flessibili come il car sharing. L’auto dovrà essere complementare a città pedonalizzate, ciclabili servite dai mezzi pubblici e da mezzi automobilistici appunto flessibili.

Non che non ci siano anche buone pratiche che vadano in questa direzione, ma ciò avviene su scale territoriali troppo ridotte per essere efficaci, contraddette parallelamente da altre scelte inutili (targhe alterne), o opposte (proliferazione degli ipermercati ecc. ecc.) e comunque sproporzionate rispetto alla dimensione del problema, alla sua evoluzione, al moltiplicarsi esponenziale degli effetti negativi.

Serve invece uno sforzo straordinario:

  • per dare più spazio e più sicurezza agli spostamenti a piedi e in bici;
  • per finanziare un salto di qualità e di quantità (il raddoppio?) del trasporto collettivo con treni, tram e autobus;
  • per favorire la diffusione delle forme condivise di trasporto (car sharing e bike sharing per le persone, city logistics per la distribuzione delle merci).

Per far questo si richiedono grandi quantità di risorse e un orizzonte temporale d’intervento di almeno 10-15 anni. Occorre che, anche a livello europeo, si distolga l’attenzione dalle grandi opere e infrastrutture di trasporto e si dirottino quegli imponenti flussi di risorse verso i servizi e i sistemi urbani di trasporto alternativi all’auto.

Il che non solo produrrebbe benefici macro-economici maggiori e più immediati, ma consentirebbe anche di impostare un processo di riconversione – non più rinviabile – dell’industria dell’auto.

 

FONTE: NOAUTO Associazione per una mobilita` urbana alternativa – Proposta di legge regionale – Relazione introduttiva. www.noauto.org