Lavoro e territorio. Ripartiamo dal binomio locale-globale

La vicenda della Fiat di Pomigliano d’Arco, con l’imprevedibile voto dei suoi operai che respingeva il ricatto sul lavoro in nome della tutela della sua dignità, ha aperto un proficuo dibattito sociale e politico.

La proposta “ardita” di Guido Viale di riconversione ambientale dell’industria è stata ripresa e sviluppata in diversi ambienti.
Il tema era: “la tutela dell’occupazione è un bene che viene prima di ogni altro o no?”

L’altro tema posto nelle vicende di Pomigliano e di Mirafiori è il rapporto tra lavoro e diritti.

Fino a che punto la necessità del lavoro deve mortificarne la dignità?
Il metodo Marchionne salva il lavoro, come pontificano i cosiddetti riformisti, oppure lo riduce ad una moderna forma di schiavitù?

La Fiom il 16 ottobre scorso, ha convocato a Roma una grande manifestazione sotto la parola d’ordine «il lavoro è un bene comune» per dire che esso deve essere difeso senza essere immiserito e schiavizzato.

Ma per essere considerato un bene comune il lavoro deve testimoniare anche la sua utilità sociale.

Edoardo Salzano, su Eddyburg, ha posto tale questione in termini corretti: «Il lavoro è necessario all’uomo solo perché riceve in cambio una retribuzione che gli consente di sopravvivere e vivere, oppure il significato del lavoro, la sua utilità e necessità per l’uomo (e per la società) ha un’altra e più profonda (più radicale) ragione? [...] Esso peraltro, per poter essere erogato e socialmente utilizzato, ha bisogno di un riconoscimento di utilità sociale al quale corrisponda l’assegnazione al lavoratore di una quota di reddito commisurata alle sue esigenze».

E’ il tema del dibattito che si è anche sviluppato nella mailing list della rete nazionale dei Gruppi di Acquisto Solidali, storicamente sempre attenti a privilegiare e salvaguardare il lavoro (dei produttori) come elemento principe e non negoziabile.

Ne consegue, a mio avviso, che conciliare la funzione sociale del lavoro con il suo essere anche un mezzo di riproduzione sociale che soddisfi bisogni vitali per gli individui, implica un cambio di paradigma dell’attuale modello di sviluppo: fondare una economia alternativa e sostenibile, diversa da quella imposta dalla globalizzazione, spesso estranea e lontana dai bisogni della società.

Come si costruisce un’altra economia alternativa, e soprattutto con quali soggetti?

Che ruolo si devono assumere, in particolare, il mondo del lavoro e le loro organizzazioni sociali e sindacali?

Se il lavoro è un bene comune, non può eludere le domande che non hanno trovato ancora risposte adeguate e convincenti nel movimento sindacale: cosa, come, dove e per chi produrre?

Il lavoro può affermare la sua utilità e responsabilità verso la società e le comunità locali, solo pensandosi ed agendo come lavoro non alienato, come produttore consapevole che crea l’economia e non ne rimane succube.

Solo il lavoro che si libera della sua subalternità al primato dell’economia e rifiuta la condizione di sottoprodotto passivo dell’organizzazione aziendale del profitto può ri-proporsi come soggetto della trasformazione e come forza produttiva al servizio del bene comune e di una economia sostenibile e validata socialmente.

Ciò richiede una forte innovazione anche nel movimento sindacale che deve innanzitutto uscire dal recinto della rappresentanza fordista e dalle gabbie delle compatibilità della globalizzazione, per proporsi come rappresentanza sociale di tutti i lavori.

Deve essere riscoperta e valorizzata la dimensione territoriale dell’ agire, superando a questo livello la separazione tra lavoro e non lavoro, tra lavoro tutelato e lavoro precario, tra lavoro formale e informale, tra produzione e consumo.

Si deve necessariamente pensare a nuove forme di  democrazia economica come spazio pubblico partecipato, attuando l’articolo 46 della Cost. al fine di esercitare un controllo democratico e sociale sui fini della produzione, sulla qualità dello sviluppo e sulla responsabilità sociale dell’impresa.

Si tratta di ripensare lo sviluppo e la crescita nella dimensione territoriale, con produzioni e mercati alternativi a quelli globali.

Le camere del lavoro e le diverse Associazioni di tutela dei diritti, le tante Associazioni umanitarie e le singole persone, consumatori critici e consapevoli, possono diventare protagonisti di questo processo favorendo l’apertura di cantieri o laboratori territoriali per progettare la qualità urbana, produrre accordi con la contrattazione territoriale a sostegno dei diritti di cittadinanza, promuovere i beni comuni e sostenere lo sviluppo locale.

Sarebbe l’occasione per le organizzazioni sindacali, per proporsi come soggetto unificatore a livello sociale del grave disagio di cui soffre il mondo del lavoro e del rifiuto ad un destino di precarietà da parte delle nuove generazioni.

È un caso che, dopo tanti anni, giovani, studenti e lavoratori oggi si cercano nel fuoco del conflitto e dello scontro sociale?

M. D. F.

La recente trasmissione di “Vieni via con me”, andata in onda lunedì scorso su Rai 3, ha permesso la conoscenza di una nuova arma letale: la “M. D. F. ovvero la Macchina Del Fango”.

Un’arma da stermino di massa utilizzata soprattutto all’interno della Società, progettata per annientare singoli cittadini o interi gruppi di persone.

Giorgio Saviano ne ha descritto il funzionamento ed i suoi deleteri e devastanti effetti anche a lungo termine, in ogni minimo particolare .

Componenti dell’arma letale sono: il sussurro, la falsità, la malignità, la denigrazione, l’offesa, la diffamazione ed altre componenti optional che possono essere montate a scelta da parte del cecchino o dell’esercito di terroristi sociali.

Secondo lo stesso Giorgio Saviano, l’uso della macchina agirebbe meglio su un aspetto anche secondario, su una singola azione, su un un piccolo e abbastanza insignificante particolare della vita privata di una persona qualsiasi.

Si comincia con l’individuazione del particolare (operazione di intelligence); se non si riesce ad individuarlo, lo si può sempre costruire più o meno fantasiosamente.

Tanto chi potrebbe smentire qualsiasi affermazione? Non certo il diretto interessato a cui viene fatto immediatamente terreno bruciato attorno.

Una volta avuto il particolare, partono i sussurri che devono necessariamente coinvolgere le persone fidate o più malleabili (ricattabili) o quelle persone, killers prezzolati che si vendono al miglior offerente solo per il piacere di sedere al tavolo dei potenti.

Una volta ci si vendeva per un piatto di fagioli ma pare che adesso vadano di moda i fagioli biologici o da presidio Slow Food che costano troppo, quindi meglio un ticket di presenza pubblica in un qualsiasi G F più o meno colorato che possa in futuro concedere attenzioni e investiture nel circo mediatico.

A tali killers è richiesto l’uso del passaparola, per poter insinuare ciò che non si è detto o ciò che non si è fatto ed a cui si pretende la presenza personale pubblica ed ufficiale (metterci la faccia) in modo da salvaguardare i burattinai che stanno dietro le quinte e che si guardano bene dall’apparire.

Poi la scelta degli strumenti per poter amplificare il raggio di azione.

E quà la società attuale concede una abbondanza quasi imbarazzante di strumenti quali i media (Giornali, radio e televisioni), internet (vari blogs o chat o email) e riunioni diverse che vanno dal semplice incontro di stampo seminariale a vere e proprie riunioni carbonare.

La persona individuata come obiettivo, o le sue idee, o le sue azioni, o semplicemente il suo modo di fare, di vivere, di relazioni, viene bombardata con più o meno anonimi messaggi di sfiducia, di denigrazione, di false accuse a cui lo stesso non può assolutamente replicare perchè, nel frattempo, gli viene tolta qualsiasi possibilità di intervento o di replica non pubblicando sue eventuali risposte o precisazioni, moderando e poi cancellando i suoi messaggi nei diversi blogs accusatori e/o nelle mailing lists a cui è iscritto, non permettendo che una sola parola di difesa sia ammessa.

Ancora più subdolo è la richiesta pubblica di spiegazioni e di partecipazione a incontri pubblici chiarificatori ed a cui la persona non può certamente partecipare o presenziare proprio perchè gli viene impedita la possibilità di postare alcunchè e gli appuntamenti a cui lo si invita risultano non fissati con data e luogo certi.

Il resto è una naturale conseguenza: una voce imbrigliata, una persona con le mani legate, sommersa dal fango ed abbandonata a se stessa, con la terra bruciata tutto attorno, altro non gli viene concesso se non sparire per sempre.

Problema risolto?

Probabilmente si anche se la storia ci ha comunque insegnato che le idee siano meno biodegradabili del previsto e che prima o poi riemergono in tutta la potente e devastante verità che esse stesse contengono.

Nel frattempo la vittima predestinata può solo permettersi il lusso di “pensare”:

“Ma va a fan bicchiere” …