Lavoro e territorio. Ripartiamo dal binomio locale-globale
By on gen 19, 2011 in Facezie ... | 1 Comment
La vicenda della Fiat di Pomigliano d’Arco, con l’imprevedibile voto dei suoi operai che respingeva il ricatto sul lavoro in nome della tutela della sua dignità, ha aperto un proficuo dibattito sociale e politico.
La proposta “ardita” di Guido Viale di riconversione ambientale dell’industria è stata ripresa e sviluppata in diversi ambienti.
Il tema era: “la tutela dell’occupazione è un bene che viene prima di ogni altro o no?”
L’altro tema posto nelle vicende di Pomigliano e di Mirafiori è il rapporto tra lavoro e diritti.
Fino a che punto la necessità del lavoro deve mortificarne la dignità?
Il metodo Marchionne salva il lavoro, come pontificano i cosiddetti riformisti, oppure lo riduce ad una moderna forma di schiavitù?
La Fiom il 16 ottobre scorso, ha convocato a Roma una grande manifestazione sotto la parola d’ordine «il lavoro è un bene comune» per dire che esso deve essere difeso senza essere immiserito e schiavizzato.
Ma per essere considerato un bene comune il lavoro deve testimoniare anche la sua utilità sociale.
Edoardo Salzano, su Eddyburg, ha posto tale questione in termini corretti: «Il lavoro è necessario all’uomo solo perché riceve in cambio una retribuzione che gli consente di sopravvivere e vivere, oppure il significato del lavoro, la sua utilità e necessità per l’uomo (e per la società) ha un’altra e più profonda (più radicale) ragione? [...] Esso peraltro, per poter essere erogato e socialmente utilizzato, ha bisogno di un riconoscimento di utilità sociale al quale corrisponda l’assegnazione al lavoratore di una quota di reddito commisurata alle sue esigenze».
E’ il tema del dibattito che si è anche sviluppato nella mailing list della rete nazionale dei Gruppi di Acquisto Solidali, storicamente sempre attenti a privilegiare e salvaguardare il lavoro (dei produttori) come elemento principe e non negoziabile.
Ne consegue, a mio avviso, che conciliare la funzione sociale del lavoro con il suo essere anche un mezzo di riproduzione sociale che soddisfi bisogni vitali per gli individui, implica un cambio di paradigma dell’attuale modello di sviluppo: fondare una economia alternativa e sostenibile, diversa da quella imposta dalla globalizzazione, spesso estranea e lontana dai bisogni della società.
Come si costruisce un’altra economia alternativa, e soprattutto con quali soggetti?
Che ruolo si devono assumere, in particolare, il mondo del lavoro e le loro organizzazioni sociali e sindacali?
Se il lavoro è un bene comune, non può eludere le domande che non hanno trovato ancora risposte adeguate e convincenti nel movimento sindacale: cosa, come, dove e per chi produrre?
Il lavoro può affermare la sua utilità e responsabilità verso la società e le comunità locali, solo pensandosi ed agendo come lavoro non alienato, come produttore consapevole che crea l’economia e non ne rimane succube.
Solo il lavoro che si libera della sua subalternità al primato dell’economia e rifiuta la condizione di sottoprodotto passivo dell’organizzazione aziendale del profitto può ri-proporsi come soggetto della trasformazione e come forza produttiva al servizio del bene comune e di una economia sostenibile e validata socialmente.
Ciò richiede una forte innovazione anche nel movimento sindacale che deve innanzitutto uscire dal recinto della rappresentanza fordista e dalle gabbie delle compatibilità della globalizzazione, per proporsi come rappresentanza sociale di tutti i lavori.
Deve essere riscoperta e valorizzata la dimensione territoriale dell’ agire, superando a questo livello la separazione tra lavoro e non lavoro, tra lavoro tutelato e lavoro precario, tra lavoro formale e informale, tra produzione e consumo.
Si deve necessariamente pensare a nuove forme di democrazia economica come spazio pubblico partecipato, attuando l’articolo 46 della Cost. al fine di esercitare un controllo democratico e sociale sui fini della produzione, sulla qualità dello sviluppo e sulla responsabilità sociale dell’impresa.
Si tratta di ripensare lo sviluppo e la crescita nella dimensione territoriale, con produzioni e mercati alternativi a quelli globali.
Le camere del lavoro e le diverse Associazioni di tutela dei diritti, le tante Associazioni umanitarie e le singole persone, consumatori critici e consapevoli, possono diventare protagonisti di questo processo favorendo l’apertura di cantieri o laboratori territoriali per progettare la qualità urbana, produrre accordi con la contrattazione territoriale a sostegno dei diritti di cittadinanza, promuovere i beni comuni e sostenere lo sviluppo locale.
Sarebbe l’occasione per le organizzazioni sindacali, per proporsi come soggetto unificatore a livello sociale del grave disagio di cui soffre il mondo del lavoro e del rifiuto ad un destino di precarietà da parte delle nuove generazioni.
È un caso che, dopo tanti anni, giovani, studenti e lavoratori oggi si cercano nel fuoco del conflitto e dello scontro sociale?