Archivi per ‘Temi e problemi dello "sviluppo"’

Letture consigliate

Recensione, scritta su richiesta degli autori e dell’editore, del libro di Yves Sintomer e Giovanni Allegretti I bilanci partecipativi in Europa, Ediesse / NuovoMunicipio, Roma 2009.

Uno spettro si aggira per l’Europa: lo spettro della partecipazione. Come per il suo predecessore ottocentesco, il suo aspetto è minaccioso solo per i severi custodi dello status quo – i “soci vitalizi del potere, ammucchiati in discesa a difesa della loro celebrazione”; come quello, esso non è un ideale ma un movimento reale, una trasformazione materiale presentemente in atto; ma a differenza di quello, macchiatosi di crimini orrendi non appena questa sua natura dinamica fu prevaricata, esso non si esprime necessariamente in forma antagonistica, come movimento contro, preferendo agire (e quindi pensarsi) come movimento verso: muoversi cooperativo, dunque, piuttosto che competitivo, per costruire piuttosto che per distruggere; progetto, comune e comprensivo, piuttosto che opposizione, rivendicazione, abolizione.

Le tracce che, nel suo vagabondare, lo spettro ha disseminato nel Vecchio Continente, a circa un ventennio dalla sua comparsa, sono oggi talmente tante che è davvero difficile ripercorrerle: lo sforzo della ricostruzione si scontra fatalmente, oltretutto, con il carattere intrinsecamente proteiforme dei fenomeni partecipativi, capaci di passare disinvoltamente dalla chiusura di una strada alla riorganizzazione toto coelo delle politiche pubbliche, dalla gestione intelligente dell’arredo urbano alla riconversione ecologicamente consapevole e socialmente condivisa del modello di sviluppo. Esiste però una parola (meglio, una locuzione) chiave che può facilitare il compito ai nostri motori di ricerca, indirizzandoli verso quei processi che hanno avuto – o promettono di avere – conseguenze non solamente percettive sugli assetti della vita politica e civile: “Bilancio Partecipativo”. Considerata la madre di tutte le pratiche partecipative, questa (che consiste semplicemente nel prendere il toro per le corna, spostando le procedure di condivisione su su fin dentro il cuore finanziario della macchina decisionale) perviene presto o tardi a dinamiche di comunicazione e autoriconoscimento che lasciano segni e impronte meno volatili del consueto, più facili dunque da rilevare e riconnettere in un percorso coerente.

È questo il fine dichiarato del bel libro di Yves Sintomer e Giovanni Allegretti appena pubblicato da Ediesse nella collana “Nuovo Municipio”: disegnare, a partire dalle tracce locali sedimentate nei bilanci partecipativi, una mappa ragionata dei passi compiuti dall’amichevole spettro nel nostro Continente, prendendo nota ad ogni tappa di direzioni, deviazioni, soste e accelerazioni, per arrivare a costruire una storia e una geografia della partecipazione in Europa; storia e geografia che, sovrapponendosi e interferendo con quelle ordinarie, scandite dal tempo e dallo spazio, lascino intravedere in fondo alla via percorsi congruenti di senso, di risignificazione delle azioni quotidiane in chiave di progetto allargato, di nuove consapevolezze e di nuove capacità.

Il lavoro, monumentale sotto il rispetto del numero dei dati esaminati (e tutti puntualmente e organicamente riferiti, analizzati, comparati, valutati), possiede così un pregio pressoché insostituibile dal punto di vista del “lavoro sporco”, della documentazione: prima di esso, infatti, risultava ostico e a volte impossibile orientarsi produttivamente nel multiverso magmatico della nuova democrazia, dominato per giunta – per forza di cose – da forme di autorappresentazione che, mentre ne accentuano la vivezza, ne compromettono irrimediabilmente la leggibilità (almeno quella intellettualmente onesta). Ma il pregio maggiore del libro non sta nella serena terzietà della sua silloge, nel puro sforzo della sistematizzazione o nelle sue dimensioni, per ragguardevoli che siano: sta invece nella capacità di estrarre, dalla quantità innumerevole dei casi, delle connessioni, delle rispondenze, delle contaminazioni e anche delle contraddizioni raccontate, un quadro valutativo omogeneo se non unitario, un’immagine complessiva della qualità di uno sviluppo che, in questa luce e solo in questa, assume finalmente un’identità definita e coesa, una logica costante e manifesta. Che dunque è pronta per uscire dagli ambiti comunque angusti dell’analisi, della cronaca o del racconto, per convertirsi immediatamente in proposta.

Il paesaggio che viene fuori dal libro è difatti quello – storico e geografico, politico e culturale, sociale ed economico – di una grande transizione: si tratta del movimento che sta portando, in centinaia di luoghi del nostro Continente, al graduale abbandono di forme di democrazia ormai sterili, asfittiche e talora meramente nominali, fondate su un patto leonino di delega a tempo indeterminato e senza controvalore, e alla loro sostituzione progressiva con circuiti decisionali più complessi e articolati ma anche (e non per paradosso) più veloci ed efficienti – e soprattutto più autentici. È forse questo corto circuito ciò di cui qualcuno, oggi in Europa, ha paura, tanto da vederne il diffondersi come il progredire inquietante di uno spettro; ed è questo il movimento della cui avanzata, non accontentandosi di raccontarla e commentarla, il volume di Sintomer e Allegretti si candida a diventare parte integrante, elemento costitutivo. E noi con esso.

“Se vuoi andar veloce, vai da solo; se vuoi andar lontano, vai con gli altri” (p. 385).

Yves Sintomer, Giovanni Allegretti, I bilanci partecipativi in Europa. Nuove esperienze democratiche nel Vecchio Continente, Ediesse / NuovoMunicipio, Roma 2009.
Testo di Angelo M. Cirasino, Rete del Nuovo Municipio, Responsabile Comunicazione.

Piccoli partecipanti crescono

Ci concederemo oggi una riflessione generale che non ha molto a che vedere con la “stretta” attualità (verso cui a dire il vero, a meno di essere ginecologi o geriatri, si fa sempre più fatica a trovare motivi di reale interesse): si tratta di una constatazione quasi banale, quella della progressiva crescita dello spessore argomentativo e propositivo delle pratiche partecipative e della riflessione intorno ad esse.

Fino a pochi anni or sono, di regola il contenuto della partecipazione stentava a sollevarsi dal livello della famosa panchina nel parco, divenuta ormai emblema del “molto rumore per nulla” che caratterizzerebbe la democrazia partecipativa: anche nei casi migliori, gli importi dei processi rispetto a scelte nodali dello “sviluppo” tendevano ad affiorare solo in fasi di maturazione successive, quando, esaurito lo slancio iniziale quasi sempre connesso a una vertenza emergenziale, essi guadagnavano il tempo necessario a privilegiare la discussione rispetto all’azione; e questa era, difatti, la forma tipica del loro manifestarsi, come esiti e valutazioni a posteriori delle dinamiche attivate piuttosto che come obiettivi lucidamente e preliminarmente posti a loro traguardo, come tarda letteratura di commento piuttosto che come tempestive dichiarazioni di indirizzo.

Se invece proviamo a considerare quello che accade oggi intorno a noi (guardando all’”attualità” vera, di cui i contributi pubblicati su questa rete di bloggers presentano uno spaccato molto più autentico di quello artefatto e pretestuoso dei media tradizionali), non possiamo non notare come, nelle dinamiche partecipative propriamente dette e in tutto quello che si può ricondurre alla partecipazione, i rapporti di valore fra intenti immediati e fini complessivi, fra resistenza locale e progetto diffuso, risultino quasi del tutto capovolti, e questo già a partire dalla rappresentazione che ciascuna pratica, e ciascun gruppo di attori in essa coinvolto, producono di se stessi. Non è che (magari per sciatta compensazione) si ceda oggi più facilmente alla lusinga di vedersi come i riformatori del mondo, è che, da quando il procedere della globalizzazione ha messo a nudo le costole categoriali comuni a tutte le problematiche locali, si fa più fatica a pensarle come peculiarità isolate, e allo stesso tempo è più naturale collocarle – loro e, in parallelo, le attività volte ad affrontarle – entro uno sfondo analitico e programmatico di ampio respiro. Mentre emerge, insomma, la connessità delle catene, si comprende che altrettanto connesso deve essere lo sforzo per spezzarle; ma questo processo non si ferma alla conoscenza, invade puntualmente le pratiche stesse conferendo loro, via via, una configurazione sempre più chiaramente articolata, complessa, collegata, in una parola: reticolare.

Che questa evoluzione ci faccia piacere è più che evidente; non tanto, però, perché attribuirebbe alla nostra Rete – che da anni, appunto, va predicando la necessità di un approccio reticolare alle vertenze locali – improbabili virtù profetiche, quanto perché attesta in modo incontrovertibile la crescita oggettiva del complicato multiverso di pratiche e attori che, dal nostro piccolo ma vantaggioso punto di osservazione, abbiamo avuto la ventura di raccontarvi in questi anni. Una crescita che una volta tanto, a differenza di quella mitologica e sciagurata propagandata dagli alfieri dello “sviluppo”, non minaccia integrità patrimoniali, equilibri ecologici e sociali o livelli acquisiti di benessere; ma anzi si presenta, oggi, come l’unica alternativa veramente plausibile per ripristinarli.