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Speciale Territorio

category Notizie Angelo M. Cirasino 26 agosto 2009

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I più autorevoli rappresentanti del mondo economico, agricolo, ambientalista e sindacale, da tempo hanno sancito la nuova centralità dell’agricoltura, ritenuta, ormai, non più il settore che produce per “riempire gli stomaci”, ma determinante delle condizioni che possono incidere sulla qualità della vita.

Una qualità che si collega con la tutela dell’ambiente e del paesaggio e che può permettere al Paese di crescere e di dare un contributo verso la tanto necessaria globalizzazione intesa sotto diversi aspetti.
Nel libro “Coltivare la città” di Andrea Calori, l’autore fa un viaggio globale tra le esperienze di filiera corta, da New York al Giappone, tutte accomunate dal tentativo di ridare valore alla produzione agricola e alla centralità
del territorio.

Una sorta di “globalizzazione dal basso” che farebbe vincere tutti.

Vai sull’immagine o scarica da qui il PDF con l’intervista completa.

Andrea Calori è tra i promotori della  Carta del Nuovo Municipio.

Una fontana di acqua pubblica per alleggerire la vita

Una delle irrazionalità più patenti del nostro sistema economico consiste certamente nello spostamento sistematico del centro del valore dal prodotto ai suoi complementi commerciali (l’imballaggio, la confezione, la presentazione, la comunicazione e via dicendo), cosa tanto più evidente a proposito dei prodotti, come l’acqua, il cui basso costo industriale incide già strutturalmente in misura risibile sulla determinazione del prezzo al consumo. Come noto, il risultato immediato di questa stortura è una crescita esponenziale e gratuita sia dei prezzi stessi, sia degli importi di materiali, attività ed energia necessari ad alimentare il ciclo, sia degli scarti e dei rifiuti che esso produce; quello a lungo termine, invece, una progressiva astrattizzazione, una virtualizzazione dell’oggetto dello scambio che finisce col sopprimere tutte le sue proprietà materiali trasformandolo in un mero simulacro intercambiabile, supporto indifferenziato di transazioni che seguono leggi loro proprie e su cui nessuno, a conti fatti, possiede un potere reale. Per contrastare questa pericolosa deriva (nella quale in sostanza è da ricercare la radice della presente crisi globale), alcune piccole pratiche locali provano a tagliare di netto i cosiddetti “costi aggiuntivi” mettendo i beni pubblici direttamente a disposizione del pubblico: è il caso, fra molti altri, della cosiddetta “Fontana Leggera” che a Monterotondo – Comune di 40.000 abitanti in Provincia di Roma, membro della Rete del Nuovo Municipio – ha erogato in poche settimane, a beneficio di tutti i cittadini, oltre 100.000 litri di acqua da bere, liscia o gassata, pregiata sotto il profilo organolettico e, soprattutto, completamente gratuita. In soli 50 giorni di funzionamento, la sua distribuzione ha evitato la produzione e lo smaltimento di circa 68.000 bottiglie di plastica, l’immissione in atmosfera di oltre 4 tonnellate e mezza di anidride carbonica, il consumo di 88.400 KWh di energia e di 34.450 litri di altra acqua che sarebbero stati necessari a produrre le bottiglie; e ha avuto in più l’effetto (simbolico, culturale e programmatico) di riaffermare la natura eminentemente pubblica, non mercificabile e di diritto inalienabile di un bene che solo in pochi oramai – fra Enti locali finanziariamente strangolati, produttori interessati e distributori senza scrupoli – considerano ancora “comune” a pieno titolo. Inutile commentare questi risultati eclatanti, se non per sottolineare un dato ulteriore, ossia che l’intera impresa è costata al Comune un totale di 18.000 euro – vale a dire poco più della metà dei circa 30.000 che i cittadini avrebbero dovuto spendere per acquistare l’acqua erogata fino ad ora, sotto forma di bottiglie di acqua minerale, in un supermercato: considerato che l’impianto dovrebbe poter funzionare ancora per un certo numero di anni, è davvero necessario aggiungere altro?