La politica dei piccoli passi; rivisitata
«Sappiamo tutti che la cosa che più rende ardua l’uscita dalla Crisi (scritto con la maiuscola perché, ormai, è diventato un nome proprio) è la sua dimensione: fattori interconnessi dei più disparati, ciascuno con il suo carico di premesse e conseguenze, ne hanno fatto un groviglio pressoché inestricabile, e in ogni caso fuori portata persino di entità di grande scala come i Governi nazionali – figuriamoci poi dei cittadini. È strano, però, che solo pochi fino ad ora abbiano pensato ad aggirare questo scoglio cambiando – come direbbero gli epistemologi – “paradigma”, cioè mettendosi a pensare in piccolo piuttosto che in grande: se è proprio la loro scala globale che rende inaccessibili e immodificabili gli assetti (o piuttosto gli squilibri) che hanno generato e ancora sostengono la Crisi, perché non provare ad aggirarli partendo dall’ambito locale, dal piccolo, dal basso?»
Suonava così l’incipit dell’ ultima newsletter dei Nuovi Municipi, che poi proseguiva additando l’esempio virtuoso di Canegrate dove la grande Crisi non ha fermato le piccole pratiche di buon governo locale. Nel riguardare l’articolo, mi sono però accorto che quell’appello al “cambiamento di paradigma” poteva dare l’impressione di un’approccio sostanzialmente individualistico e rinunciatario, come se la soluzione dei problemi globali dipendesse unicamente da moti di coscienza dei singoli la cui sommatoria, non si sa come, dovrebbe produrre conseguenze di scala planetaria; il che lo avrebbe inserito – e difilato - in quel mainstream di riflessioni e di proposte per cui il ritrarsi dalla sfera pubblica è un corollario indispensabile di quella “rivoluzione del cuore” che dovrebbe portarci tutti – ma ciascuno per conto proprio – a sfuggire alle grinfie della Crisi.
É chiaro che le cose non stanno affatto così: un problema pubblico si risolve pubblicamente, uno collettivo collettivamente; l’articolo, che si concludeva rievocando il mito di David e Golia, verteva appunto sulle dimensioni, non sull’ambito delle politiche, le quali come tali presuppongono un terreno e richiedono un’attività di tipo squisitamente sociale. Intendiamoci, l’acquisizione di consapevolezza individuale è certamente un momento importante nell’avvio di qualunque trasformazione: sta di fatto però che non è l’unico, e in questo coglieva nel segno il vecchio adagio per cui “il personale è anche” (ma non solo) “politico, il politico è anche” (ma non solo) “personale”; o crediamo che basti disporre di uno stuolo di monadi senza porte né finestre - come avrebbe detto Leibniz - per mettere su qualcosa di simile ad un movimento?
Non si tratta di aggiustare il tiro, ma di dotarsi delle armi giuste per poter centrare il bersaglio. L’esempio di Canegrate valeva per l’appunto ad additare la possibilità, per gli Enti locali e le comunità in genere, di mettere in campo – malgrado e contro la Crisi – politiche pubbliche che siano attendibili in termini di democrazia e di successo in termini di efficienza; tutto il resto, almeno fino a quando non mette capo ad esiti concreti come quello, non ci interessa. Il passo ulteriore è notare come i due parametri (democrazia ed efficienza) si implichino vicendevolmente, come non si possa ottenere l’uno senza perseguire l’altro; e come la piccola dimensione cooperativa - il pensare in termini di municipi piuttosto che di Stati, di territori piuttosto che di un generico ed inesistente Territorio - appaia ad oggi l’unica via plausibile per togliere l’iniziale maiuscola a molte parole davvero perniciose.

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