Di necessità virtù

Fino a poco tempo fa, al 2008 per l’esattezza, l’orizzonte di una fine della crescita sembrava, ogni volta che ci si avvicinava, svanire in lontananza come una minacciosa chimera: catastrofi da gran tempo annunciate come l’esaurimento dei combustibili fossili o il riscaldamento globale, benché si stessero svolgendo proprio in quel momento e sotto i nostri occhi, erano comunque di scala talmente ampia da sfuggire alla percezione immediata, così che ognuno di noi aveva buon gioco nello spostarle sistematicamente su di uno sfondo privo di interesse – o quanto meno di urgenza. Nel 2008, invece, un fatto tutto sommato marginale – il dissesto di alcune grosse banche dovuto all’insolvenza cronica dei loro debitori – ha determinato un impressionante effetto zoom: la prospettiva ci si è improvvisamente parata davanti in tutta la sua consistenza e imminenza, ravvivando paure che credevamo rimosse e accendendone di nuove, quando meno quando più motivate. Da allora, malgrado gli sforzi soporiferi di sirene interessate o prezzolate, il tema di un cambiamento radicale negli stili di vita è salito sul proscenio, e non c’è giorno che qualche incidente all’apparenza insignificante non ce lo riporti alla mente. Di colpo, quella che prima era una rara virtù è diventata per tutti un’impellente necessità, mandando a carte quarantotto raffinati lavori di confezionamento d’aspettative e portando, senza ulteriore preavviso, il futuro dentro al cuore del presente.

Ci troviamo così, oggi, davanti a un nuovo bivio: non più quello fra il riconoscimento doveroso e la confortante rimozione di un orizzonte comunque pressante, ma quello fra una scelta operativa coerente con la situazione conclamata ed uno stolido prolungamento della follia collettiva che vi ci ha condotti. Qui la scelta concerne non più la percezione ma la prassi; e la necessità deve ridiventare virtù, esserne guidata verso un destino non più subito ma progettato, se non vogliamo che le nostre opzioni e azioni, prive di coordinamento e di logica interna, rimangano scomposti e isolati tentativi di rinviare l’inevitabile. È questa la strada scelta dal Nuovo Municipio e dai Comuni (per l’appunto) Virtuosi nel promuovere – per il quarto anno consecutivo – il Premio dei “Comuni a 5 stelle”, una rassegna di buone pratiche locali che non si limita a rilevare e segnalare “casi” commendevoli di gestione del territorio, dei rifiuti, di riduzione dell’impronta ecologica, di promozione della mobilità sostenibile e di nuovi stili di vita, ma ne valuta il peso, la lucidità e la connessità rispetto all’obiettivo di una riconversione ecologica e solidale, fra locale e globale, del modello di sviluppo. Si tratta quindi non tanto di un riconoscimento attribuito a posteriori, quanto di un’opportunità offerta all’interconnessione operativa fra le esperienze, alla loro contaminazione positiva, al loro coordinamento in vista di un disegno comune; il cui contenuto, alla fine, non è altro che quella stessa virtù. Ma già, come diceva l’antico, “la virtù è premio a se stessa”.

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