Archivi per 10 aprile 2010

Ad Arezzo il 16 Aprile il futuro del decentramento; e del Nuovo Municipio

Dopo la grande fortuna goduta nella seconda metà del Novecento, negli anni recenti il tema del decentramento amministrativo sembra subire un inarrestabile declino: segno certo, di questa disaffezione, il generale declassamento della discussione che lo concerne dal livello politico – che alla nascita gli competeva di diritto – a quello tecnico-procedurale o, semmai, semplicemente logistico. Si tratta di un processo culturale diffuso e strisciante che, nel corso del tempo, si è riflesso nelle disposizioni successive – emanate da Governi di ogni colore – volte a contenere l’autonomia tanto decisionale quanto finanziaria dell’istituzione decentrata, culminate (nell’art. 2 comma 29 della Finanziaria 2008) con l’abolizione dei Consigli Circoscrizionali per le città con meno di 100.000 abitanti – misura che, all’epoca, fu spudoratamente o maldestramente inserita nel pacchetto di norme per la «riduzione dei costi della politica». Benché con trend quantitativi – direi quasi “indici di gradimento” – di segno totalmente opposto, questa storia richiama per molti versi quella della partecipazione: malgrado la straordinaria crescita di visibilità del fenomeno anche qui, dopo un esordio fortemente politicizzato (in termini di radicamento locale della democrazia, di autogoverno delle comunità, di contenuti innovativi e alternativi dello “sviluppo”), abbiamo assistito ad una lenta ma inesorabile neutralizzazione tecnicistica di politiche e pratiche partecipative che soltanto da poco – e grazie anche al lavoro del Nuovo Municipio – comincia ad essere rimessa in discussione. Il parallelismo peraltro non si ferma qui e, a partire dalla menzione esplicita della partecipazione nelle stesse norme istitutive delle Circoscrizioni (L. 8/4/1976 n. 278 «sul decentramento e sulla partecipazione dei cittadini nella amministrazione del Comune» e Testo Unico per gli Enti Locali – Dlgs. 18/8/2000 n. 267, art. 17 comma 1 – che le definisce «organismi di partecipazione, di consultazione e di gestione di servizi di base»), procede fino al riconoscimento inoppugnabile di come – nel bene e nel male – proprio municipi, quartieri e circoscrizioni, epitomi fisiche del “governo di prossimità”, siano stati per vari decenni le sedi designate dei processi partecipativi nel nostro Paese. La riflessione sulle sorti del decentramento nel nuovo – e meno amichevole – scenario normativo implica così, per forza di cose, una riflessione altrettanto seria sul futuro della partecipazione, sulle sedi in cui dovrà esser costruita e sulle forme che dovrà assumere per poter conseguire dignità e riconoscimento istituzionali. Prospettiva illuminante: in essa infatti l’abolizione delle circoscrizioni, che proprio ora giunge ad effetto in tutta Italia, invece che la chiusura di un’ennesima porta di accesso fra società e istituzione, può rappresentare l’apertura di una serie di opportunità per qualificare in termini partecipativi il decentramento e in termini di autogoverno locale la partecipazione, restituendo integralmente, ad entrambi gli estremi del nostro discorso, quella insostituibile valenza di progettualità politica di base nella quale erano venuti alla luce. Già la proposizione di questo taglio visuale binario costituisce, secondo noi, un primo risultato tangibile del convegno nazionale che il Nuovo Municipio, insieme a quel Comune, promuove ad Arezzo Venerdì prossimo (e il cui invito trovate sul nostro web): un avanzamento pratico più che teorico, perché consente non tanto di affinare categorie interpretative quanto di formulare una serie di suggerimenti operativi sul «che fare?» di decentramento e partecipazione – ciò in cui, in ultima analisi, risiede l’ubi consistam del Nuovo Municipio. Un percorso di costruzione dunque, prima ancora che di ripensamento e di riflessione, a cui vi invitiamo tutti, senza meno, a partecipare.

Di necessità virtù

Fino a poco tempo fa, al 2008 per l’esattezza, l’orizzonte di una fine della crescita sembrava, ogni volta che ci si avvicinava, svanire in lontananza come una minacciosa chimera: catastrofi da gran tempo annunciate come l’esaurimento dei combustibili fossili o il riscaldamento globale, benché si stessero svolgendo proprio in quel momento e sotto i nostri occhi, erano comunque di scala talmente ampia da sfuggire alla percezione immediata, così che ognuno di noi aveva buon gioco nello spostarle sistematicamente su di uno sfondo privo di interesse – o quanto meno di urgenza. Nel 2008, invece, un fatto tutto sommato marginale – il dissesto di alcune grosse banche dovuto all’insolvenza cronica dei loro debitori – ha determinato un impressionante effetto zoom: la prospettiva ci si è improvvisamente parata davanti in tutta la sua consistenza e imminenza, ravvivando paure che credevamo rimosse e accendendone di nuove, quando meno quando più motivate. Da allora, malgrado gli sforzi soporiferi di sirene interessate o prezzolate, il tema di un cambiamento radicale negli stili di vita è salito sul proscenio, e non c’è giorno che qualche incidente all’apparenza insignificante non ce lo riporti alla mente. Di colpo, quella che prima era una rara virtù è diventata per tutti un’impellente necessità, mandando a carte quarantotto raffinati lavori di confezionamento d’aspettative e portando, senza ulteriore preavviso, il futuro dentro al cuore del presente.

Ci troviamo così, oggi, davanti a un nuovo bivio: non più quello fra il riconoscimento doveroso e la confortante rimozione di un orizzonte comunque pressante, ma quello fra una scelta operativa coerente con la situazione conclamata ed uno stolido prolungamento della follia collettiva che vi ci ha condotti. Qui la scelta concerne non più la percezione ma la prassi; e la necessità deve ridiventare virtù, esserne guidata verso un destino non più subito ma progettato, se non vogliamo che le nostre opzioni e azioni, prive di coordinamento e di logica interna, rimangano scomposti e isolati tentativi di rinviare l’inevitabile. È questa la strada scelta dal Nuovo Municipio e dai Comuni (per l’appunto) Virtuosi nel promuovere – per il quarto anno consecutivo – il Premio dei “Comuni a 5 stelle”, una rassegna di buone pratiche locali che non si limita a rilevare e segnalare “casi” commendevoli di gestione del territorio, dei rifiuti, di riduzione dell’impronta ecologica, di promozione della mobilità sostenibile e di nuovi stili di vita, ma ne valuta il peso, la lucidità e la connessità rispetto all’obiettivo di una riconversione ecologica e solidale, fra locale e globale, del modello di sviluppo. Si tratta quindi non tanto di un riconoscimento attribuito a posteriori, quanto di un’opportunità offerta all’interconnessione operativa fra le esperienze, alla loro contaminazione positiva, al loro coordinamento in vista di un disegno comune; il cui contenuto, alla fine, non è altro che quella stessa virtù. Ma già, come diceva l’antico, “la virtù è premio a se stessa”.