Piccoli partecipanti crescono

Ci concederemo oggi una riflessione generale che non ha molto a che vedere con la “stretta” attualità (verso cui a dire il vero, a meno di essere ginecologi o geriatri, si fa sempre più fatica a trovare motivi di reale interesse): si tratta di una constatazione quasi banale, quella della progressiva crescita dello spessore argomentativo e propositivo delle pratiche partecipative e della riflessione intorno ad esse.

Fino a pochi anni or sono, di regola il contenuto della partecipazione stentava a sollevarsi dal livello della famosa panchina nel parco, divenuta ormai emblema del “molto rumore per nulla” che caratterizzerebbe la democrazia partecipativa: anche nei casi migliori, gli importi dei processi rispetto a scelte nodali dello “sviluppo” tendevano ad affiorare solo in fasi di maturazione successive, quando, esaurito lo slancio iniziale quasi sempre connesso a una vertenza emergenziale, essi guadagnavano il tempo necessario a privilegiare la discussione rispetto all’azione; e questa era, difatti, la forma tipica del loro manifestarsi, come esiti e valutazioni a posteriori delle dinamiche attivate piuttosto che come obiettivi lucidamente e preliminarmente posti a loro traguardo, come tarda letteratura di commento piuttosto che come tempestive dichiarazioni di indirizzo.

Se invece proviamo a considerare quello che accade oggi intorno a noi (guardando all’”attualità” vera, di cui i contributi pubblicati su questa rete di bloggers presentano uno spaccato molto più autentico di quello artefatto e pretestuoso dei media tradizionali), non possiamo non notare come, nelle dinamiche partecipative propriamente dette e in tutto quello che si può ricondurre alla partecipazione, i rapporti di valore fra intenti immediati e fini complessivi, fra resistenza locale e progetto diffuso, risultino quasi del tutto capovolti, e questo già a partire dalla rappresentazione che ciascuna pratica, e ciascun gruppo di attori in essa coinvolto, producono di se stessi. Non è che (magari per sciatta compensazione) si ceda oggi più facilmente alla lusinga di vedersi come i riformatori del mondo, è che, da quando il procedere della globalizzazione ha messo a nudo le costole categoriali comuni a tutte le problematiche locali, si fa più fatica a pensarle come peculiarità isolate, e allo stesso tempo è più naturale collocarle – loro e, in parallelo, le attività volte ad affrontarle – entro uno sfondo analitico e programmatico di ampio respiro. Mentre emerge, insomma, la connessità delle catene, si comprende che altrettanto connesso deve essere lo sforzo per spezzarle; ma questo processo non si ferma alla conoscenza, invade puntualmente le pratiche stesse conferendo loro, via via, una configurazione sempre più chiaramente articolata, complessa, collegata, in una parola: reticolare.

Che questa evoluzione ci faccia piacere è più che evidente; non tanto, però, perché attribuirebbe alla nostra Rete – che da anni, appunto, va predicando la necessità di un approccio reticolare alle vertenze locali – improbabili virtù profetiche, quanto perché attesta in modo incontrovertibile la crescita oggettiva del complicato multiverso di pratiche e attori che, dal nostro piccolo ma vantaggioso punto di osservazione, abbiamo avuto la ventura di raccontarvi in questi anni. Una crescita che una volta tanto, a differenza di quella mitologica e sciagurata propagandata dagli alfieri dello “sviluppo”, non minaccia integrità patrimoniali, equilibri ecologici e sociali o livelli acquisiti di benessere; ma anzi si presenta, oggi, come l’unica alternativa veramente plausibile per ripristinarli.

3 Commenti a “Piccoli partecipanti crescono”

  1. Enrico Alletto

    La crescita di Reti Glocali si basa sul principio per cui in rete, una volta definita una “direzione”, non contempla una struttura piramidale di tipo tradizionale, ma ciascuno e’ libero di esprimersi come meglio ritiene sempre nell’ambito di regole comuni e condivise …

    La semplicita’ (a volte un po’ ingenua, ma sana :-) ) e’ il punto di forza di questa espressione che fa’ di RG un Social Network diverso dalla maggior parte dei suoi “cugini”: e’ orientato ad un fine, le persone non sono abilitate al fare e lasciate sole, esiste un progetto organico (che spero di rendere pubblico ai primi di novembre) …

    per farla breve… Piccoli partecipanti crescono … si, ma non per caso, bensi grazie ad un lavoro capillare, fatto di passione, di giorno per giorno ed anche di questo:
    http://retiglocali.it/?p=937

    Grazie per il contributo :-)

  2. Salvo Schiavone

    Sono abbastanza d’accordo su quanto esprimi ma ho alcune perplessità che vorrei sintetizzare:
    L’impianto delle tue riflessioni è sicuramente condiviso da molti, me compreso.
    Forse una certa forma “dialettica” (nel senso di scrittura) un pò troppo ricercata, rende un pò difficile la immediata comprensione delle idee.
    E che tali idee siano radicate in un gran numero di persone (attori) è altrettanto indubbio.
    Purtroppo l’età media generale degli attori è ancora troppo bassa, a mio avviso.
    In questo senso mi auguro che cresca e che si sviluppi anche su Reti Glocali una platea di giovani attori.
    Allora la forza delle riflessioni coinvolgerebbe maggiormente proprio coloro per cui noi “anta” ci stiamo sforzando, anche con il nostro semplice modo di vivere e di pensare, di condividere le nostre esperienze sperando che ne facciano tesoro, senza imposizioni di sorta o scenografie mediatiche infarcite di lustrini e pailettes (quando non di tette ed altro) ricorrendo alla solita retorica e patetica frase: “fai così perchè così va fatto”.
    Predicando invece un più semplice: “io faccio così, se vuoi puoi farlo anche te”.

  3. Angelo M. Cirasino

    Al (parzialmente giusto) rimprovero di usare parole difficili, e alla (totalmente giusta) richiesta di cercare un’interlocuzione con chi ancora può essere educato, rispondo con una citazione di Mario Lodi: “oggi è difficile educare perché il nostro impegno di formare, a scuola, il cittadino che collabora, che antepone il bene comune a quello egoista, che rispetta e aiuta gli altri, è quotidianamente vanificato dai modelli proposti da chi possiede i mezzi per illudere che la felicità è nel denaro, nel potere, nell’emergere con tutti i mezzi, compresa la violenza. A questa forza perversa noi dobbiamo contrapporre l’educazione dei sentimenti: parlare di amore a chi crede nella violenza, parlare di pace preventiva a chi vuole la guerra. Dobbiamo imparare a fare le cose difficili, come disse Gianni Rodari in una delle sue ultime poesie: parlare al sordo, mostrare la rosa al cieco, liberare gli schiavi che si credono liberi.”

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