Fine della politica? Fine dell’economia?
Sul finire del secolo scorso un folto gruppo di intellettuali, preoccupati o entusiasti delle opposte derive – autoritarie o movimentiste – che l’agire politico minacciava di prendere, lanciò un’estesa discussione sul tema della ”fine della politica” – in buona parte contenuto nel libro di Angelo Bolaffi e Massimo Ilardi del 1986 di recente rivisitato dai lavori di Andrew Gamble e Giorgio Barberis / Marco Revelli : il progressivo restringersi degli spazi di contrattazione fra gli attori in campo portava ad un’estinzione oggettiva dell’attività politica, ridotta a puro suggello formale di dinamiche e rapporti di forza che avevano luogo regolarmente al di fuori del suo ambito di controllo. Una cosa del genere sta accadendo oggi all’economia: il predominio globale di flussi di capitale finanziario, completamente spersonalizzato e ormai da tempo fuori controllo, determina una sostanziale inabilitazione di tutti i soggetti tradizionali della contrattazione economica a far valere le proprie opzioni – anzi, una generale obnubilazione di queste stesse opzioni, tutte travolte in una prassi (e in una balorda etica) definitivamente dominata dalla necessità e dall’emergenza. Si pensi agli Enti locali (quelli in cui viviamo tutti) che, stretti nella morsa di una crisi finanziaria ormai cronicizzata, non riescono a far fronte alle esigenze del welfare se non svendendo sempre più ampi brani di beni e servizi comuni. Si pensi al lavoro, che rischia di essere messo definitivamente fuori gioco, rispetto ai processi di decisione, da una rappresentanza sindacale per cui la divisione è divenuta oramai regola istituzionale (sia questo per volontà o per caso). Si pensi allo stesso capitale, gestito da imprenditori grandi e piccoli per cui la delocalizzazione, l’esternalizzazione di gestione e la progressiva perdita di controllo societario diventano, ogni giorno di più, scelte realmente obbligate. Ebbene, in questo panorama tetro in cui, piuttosto che ”forze”, si confrontano ormai solo impotenze, qualcosa di segno diverso imprevedibilmente accade: succede che, in decine di luoghi del nostro Paese, i cittadini (ri)cominciano a dire la loro sul modo di configurare e gestire tanto la politica quanto l’economia, dando vita a forme nuove di queste attività che tra l’altro – e non tanto incidentalmente – non sembrano affatto moribonde quanto le loro controparti ufficiali, anzi. Fino a poco tempo fa si trattava di episodi sporadici, isolati nel tempo e nello spazio, da ascrivere alla lungimiranza di una Amministrazione illuminata o alla capacità di auto-organizzazione di gruppi sociali in qualche modo di punta; ma cose analoghe oggi succedono un po’ dappertutto, là dove l’estetica della paura e della costrizione cede il passo alla pratica della speranza e della costruzione comune: e succedono malgrado e proprio grazie alle crisi, di cui individuano con sicurezza le ragioni strutturali e da cui – con lo stesso movimento – additano possibili vie d’uscita. Il che ci fa guardare al nostro tema in un modo leggermente differente: non sarà che quelle fini ingloriose che tutti piangiamo, la fine della politica, la fine dell’economia, siano semplicemente il preludio ad un nuovo modo, radicalmente diverso, di intendere e praticare sia la politica, sia l’economia? Non sarà che le nuove energie di cui abbiamo bisogno, per inaugurare questo nuovo corso, vengano proprio dai cittadini? Non sarà, in altre parole, proprio il potere reale generato dalla partecipazione e dalla condivisione delle scelte a sciogliere d’un sol colpo – come fece la spada di Alessandro con il nodo di Gordio – l’oscuro reticolo di incapacità incrociate che ci tiene legati ad un’inattività solo apparentemente obbligata? Al livello teorico, per noi la domanda (lo sappiamo) è puramente retorica; al nostro lavoro, da ora in avanti, la sfida di rendere ovvia la risposta anche in sede pratica.
