Archivi per luglio, 2009

Fine della politica? Fine dell’economia?

Sul finire del secolo scorso un folto gruppo di intellettuali, preoccupati o entusiasti delle opposte derive – autoritarie o movimentiste – che l’agire politico minacciava di prendere, lanciò un’estesa discussione sul tema della ”fine della politica” – in buona parte contenuto nel libro di Angelo Bolaffi e Massimo Ilardi del 1986 di recente rivisitato dai lavori di Andrew Gamble e Giorgio Barberis / Marco Revelli : il progressivo restringersi degli spazi di contrattazione fra gli attori in campo portava ad un’estinzione oggettiva dell’attività politica, ridotta a puro suggello formale di dinamiche e rapporti di forza che avevano luogo regolarmente al di fuori del suo ambito di controllo. Una cosa del genere sta accadendo oggi all’economia: il predominio globale di flussi di capitale finanziario, completamente spersonalizzato e ormai da tempo fuori controllo, determina una sostanziale inabilitazione di tutti i soggetti tradizionali della contrattazione economica a far valere le proprie opzioni – anzi, una generale obnubilazione di queste stesse opzioni, tutte travolte in una prassi (e in una balorda etica) definitivamente dominata dalla necessità e dall’emergenza. Si pensi agli Enti locali (quelli in cui viviamo tutti) che, stretti nella morsa di una crisi finanziaria ormai cronicizzata, non riescono a far fronte alle esigenze del welfare se non svendendo sempre più ampi brani di beni e servizi comuni. Si pensi al lavoro, che rischia di essere messo definitivamente fuori gioco, rispetto ai processi di decisione, da una rappresentanza sindacale per cui la divisione è divenuta oramai regola istituzionale (sia questo per volontà o per caso). Si pensi allo stesso capitale, gestito da imprenditori grandi e piccoli per cui la delocalizzazione, l’esternalizzazione di gestione e la progressiva perdita di controllo societario diventano, ogni giorno di più, scelte realmente obbligate. Ebbene, in questo panorama tetro in cui, piuttosto che ”forze”, si confrontano ormai solo impotenze, qualcosa di segno diverso imprevedibilmente accade: succede che, in decine di luoghi del nostro Paese, i cittadini (ri)cominciano a dire la loro sul modo di configurare e gestire tanto la politica quanto l’economia, dando vita a forme nuove di queste attività che tra l’altro – e non tanto incidentalmente – non sembrano affatto moribonde quanto le loro controparti ufficiali, anzi. Fino a poco tempo fa si trattava di episodi sporadici, isolati nel tempo e nello spazio, da ascrivere alla lungimiranza di una Amministrazione illuminata o alla capacità di auto-organizzazione di gruppi sociali in qualche modo di punta; ma cose analoghe oggi succedono un po’ dappertutto, là dove l’estetica della paura e della costrizione cede il passo alla pratica della speranza e della costruzione comune: e succedono malgrado e proprio grazie alle crisi, di cui individuano con sicurezza le ragioni strutturali e da cui – con lo stesso movimento – additano possibili vie d’uscita. Il che ci fa guardare al nostro tema in un modo leggermente differente: non sarà che quelle fini ingloriose che tutti piangiamo, la fine della politica, la fine dell’economia, siano semplicemente il preludio ad un nuovo modo, radicalmente diverso, di intendere e praticare sia la politica, sia l’economia? Non sarà che le nuove energie di cui abbiamo bisogno, per inaugurare questo nuovo corso, vengano proprio dai cittadini? Non sarà, in altre parole, proprio il potere reale generato dalla partecipazione e dalla condivisione delle scelte a sciogliere d’un sol colpo – come fece la spada di Alessandro con il nodo di Gordio – l’oscuro reticolo di incapacità incrociate che ci tiene legati ad un’inattività solo apparentemente obbligata? Al livello teorico, per noi la domanda (lo sappiamo) è puramente retorica; al nostro lavoro, da ora in avanti, la sfida di rendere ovvia la risposta anche in sede pratica.

Una fontana di acqua pubblica per alleggerire la vita

Una delle irrazionalità più patenti del nostro sistema economico consiste certamente nello spostamento sistematico del centro del valore dal prodotto ai suoi complementi commerciali (l’imballaggio, la confezione, la presentazione, la comunicazione e via dicendo), cosa tanto più evidente a proposito dei prodotti, come l’acqua, il cui basso costo industriale incide già strutturalmente in misura risibile sulla determinazione del prezzo al consumo. Come noto, il risultato immediato di questa stortura è una crescita esponenziale e gratuita sia dei prezzi stessi, sia degli importi di materiali, attività ed energia necessari ad alimentare il ciclo, sia degli scarti e dei rifiuti che esso produce; quello a lungo termine, invece, una progressiva astrattizzazione, una virtualizzazione dell’oggetto dello scambio che finisce col sopprimere tutte le sue proprietà materiali trasformandolo in un mero simulacro intercambiabile, supporto indifferenziato di transazioni che seguono leggi loro proprie e su cui nessuno, a conti fatti, possiede un potere reale. Per contrastare questa pericolosa deriva (nella quale in sostanza è da ricercare la radice della presente crisi globale), alcune piccole pratiche locali provano a tagliare di netto i cosiddetti “costi aggiuntivi” mettendo i beni pubblici direttamente a disposizione del pubblico: è il caso, fra molti altri, della cosiddetta “Fontana Leggera” che a Monterotondo – Comune di 40.000 abitanti in Provincia di Roma, membro della Rete del Nuovo Municipio – ha erogato in poche settimane, a beneficio di tutti i cittadini, oltre 100.000 litri di acqua da bere, liscia o gassata, pregiata sotto il profilo organolettico e, soprattutto, completamente gratuita. In soli 50 giorni di funzionamento, la sua distribuzione ha evitato la produzione e lo smaltimento di circa 68.000 bottiglie di plastica, l’immissione in atmosfera di oltre 4 tonnellate e mezza di anidride carbonica, il consumo di 88.400 KWh di energia e di 34.450 litri di altra acqua che sarebbero stati necessari a produrre le bottiglie; e ha avuto in più l’effetto (simbolico, culturale e programmatico) di riaffermare la natura eminentemente pubblica, non mercificabile e di diritto inalienabile di un bene che solo in pochi oramai – fra Enti locali finanziariamente strangolati, produttori interessati e distributori senza scrupoli – considerano ancora “comune” a pieno titolo. Inutile commentare questi risultati eclatanti, se non per sottolineare un dato ulteriore, ossia che l’intera impresa è costata al Comune un totale di 18.000 euro – vale a dire poco più della metà dei circa 30.000 che i cittadini avrebbero dovuto spendere per acquistare l’acqua erogata fino ad ora, sotto forma di bottiglie di acqua minerale, in un supermercato: considerato che l’impianto dovrebbe poter funzionare ancora per un certo numero di anni, è davvero necessario aggiungere altro?

Partecipare: dalla cessione di poteri alla creazione di potere

In quegli anni ’90 del secolo scorso in cui – non solo noi, ma tutto il mondo – abbiamo cominciato ad occuparci di democrazia partecipativa, si riteneva in genere che la partecipazione fosse essenzialmente un processo di cessione progressiva di poteri dagli amministratori agli amministrati, un semplice meccanismo redistributivo e di allargamento delle dinamiche di decisione che solo talvolta, incidentalmente, metteva capo ad un vero e proprio empowerment delle comunità partecipanti. Da questa interpretazione, un po’ ingenua e interamente modellata sulle pionieristiche esperienze brasiliane che tenevano banco in quegli anni, scendevano logicamente due corollari: il primo, attribuendo alle pratiche partecipative un valore esclusivamente formale, le valutava tutte positivamente a prescindere dai contenuti che esse potevano veicolare; il secondo ne affermava la natura ora più, ora meno esplicitamente antagonistica rispetto al sistema della rappresentanza, con cui esse venivano viste competere per il controllo degli stessi poteri e ambiti di decisione. Gli anni trascorsi, insieme alle nostre finanze e al nostro potere d’acquisto, hanno largamente messo in crisi questi due assunti: il primo è stato clamorosamente smentito dal vasto fiorire di casi di partecipazione fasulla, improduttiva o puramente episodica, il secondo invece da quello – ben più vasto, per fortuna, tanto da riempire il nostro archivio di buone pratiche sul web – di casi in cui le pratiche della partecipazione hanno dato vita a intrecci virtuosi e solidali con quelle della democrazia ordinaria, rafforzando contemporaneamente il versante istituzionale e quello sociale dei percorsi attivati di decisione condivisa. Questa doppia caduta dovrebbe ormai aver persuaso anche i suoi più fervidi assertori a rivedere la loro lettura della partecipazione come pura tecnica di redistribuzione di prerogative decisionali, per abbracciarne una – più complessa e matura – che la vede come principio fondativo tout court del potere delle comunità e dei loro rappresentanti, come momento non di cessione ma di creazione ex novo di potere reale: quello che a Grottammare ha permesso di resistere alle pressioni immobiliariste costruendo una pista ciclabile invece di un coacervo di villette, a Guspini di ridurre la dipendenza da combustibili fossili e da flussi finanziari e tecnologici sovraordinati usando la lana per coibentare gli edifici, a Montespertoli di salvarsi dallo strangolamento di vecchie pratiche consolidate di gestione del territorio cominciando a disegnarlo insieme. Casi eccellenti che richiedono rivisitazioni non solo teoriche ma pratiche, mostrandoci la strada che porta da una concezione di facciata ad una veramente sostantiva del Nuovo Municipio: quella che speriamo si affermi senz’altro, a partire da questo spazio di discussione interattivo, in tutta la vasta galassia di attività che orbita intorno al nostro progetto; al quale vi invitiamo fin da ora – attribuendo alla parola il senso pregnante e gravido di conseguenze che abbiamo definito – a partecipare.