Letture consigliate

Recensione, scritta su richiesta degli autori e dell’editore, del libro di Yves Sintomer e Giovanni Allegretti I bilanci partecipativi in Europa, Ediesse / NuovoMunicipio, Roma 2009.

Uno spettro si aggira per l’Europa: lo spettro della partecipazione. Come per il suo predecessore ottocentesco, il suo aspetto è minaccioso solo per i severi custodi dello status quo – i “soci vitalizi del potere, ammucchiati in discesa a difesa della loro celebrazione”; come quello, esso non è un ideale ma un movimento reale, una trasformazione materiale presentemente in atto; ma a differenza di quello, macchiatosi di crimini orrendi non appena questa sua natura dinamica fu prevaricata, esso non si esprime necessariamente in forma antagonistica, come movimento contro, preferendo agire (e quindi pensarsi) come movimento verso: muoversi cooperativo, dunque, piuttosto che competitivo, per costruire piuttosto che per distruggere; progetto, comune e comprensivo, piuttosto che opposizione, rivendicazione, abolizione.

Le tracce che, nel suo vagabondare, lo spettro ha disseminato nel Vecchio Continente, a circa un ventennio dalla sua comparsa, sono oggi talmente tante che è davvero difficile ripercorrerle: lo sforzo della ricostruzione si scontra fatalmente, oltretutto, con il carattere intrinsecamente proteiforme dei fenomeni partecipativi, capaci di passare disinvoltamente dalla chiusura di una strada alla riorganizzazione toto coelo delle politiche pubbliche, dalla gestione intelligente dell’arredo urbano alla riconversione ecologicamente consapevole e socialmente condivisa del modello di sviluppo. Esiste però una parola (meglio, una locuzione) chiave che può facilitare il compito ai nostri motori di ricerca, indirizzandoli verso quei processi che hanno avuto – o promettono di avere – conseguenze non solamente percettive sugli assetti della vita politica e civile: “Bilancio Partecipativo”. Considerata la madre di tutte le pratiche partecipative, questa (che consiste semplicemente nel prendere il toro per le corna, spostando le procedure di condivisione su su fin dentro il cuore finanziario della macchina decisionale) perviene presto o tardi a dinamiche di comunicazione e autoriconoscimento che lasciano segni e impronte meno volatili del consueto, più facili dunque da rilevare e riconnettere in un percorso coerente.

È questo il fine dichiarato del bel libro di Yves Sintomer e Giovanni Allegretti appena pubblicato da Ediesse nella collana “Nuovo Municipio”: disegnare, a partire dalle tracce locali sedimentate nei bilanci partecipativi, una mappa ragionata dei passi compiuti dall’amichevole spettro nel nostro Continente, prendendo nota ad ogni tappa di direzioni, deviazioni, soste e accelerazioni, per arrivare a costruire una storia e una geografia della partecipazione in Europa; storia e geografia che, sovrapponendosi e interferendo con quelle ordinarie, scandite dal tempo e dallo spazio, lascino intravedere in fondo alla via percorsi congruenti di senso, di risignificazione delle azioni quotidiane in chiave di progetto allargato, di nuove consapevolezze e di nuove capacità.

Il lavoro, monumentale sotto il rispetto del numero dei dati esaminati (e tutti puntualmente e organicamente riferiti, analizzati, comparati, valutati), possiede così un pregio pressoché insostituibile dal punto di vista del “lavoro sporco”, della documentazione: prima di esso, infatti, risultava ostico e a volte impossibile orientarsi produttivamente nel multiverso magmatico della nuova democrazia, dominato per giunta – per forza di cose – da forme di autorappresentazione che, mentre ne accentuano la vivezza, ne compromettono irrimediabilmente la leggibilità (almeno quella intellettualmente onesta). Ma il pregio maggiore del libro non sta nella serena terzietà della sua silloge, nel puro sforzo della sistematizzazione o nelle sue dimensioni, per ragguardevoli che siano: sta invece nella capacità di estrarre, dalla quantità innumerevole dei casi, delle connessioni, delle rispondenze, delle contaminazioni e anche delle contraddizioni raccontate, un quadro valutativo omogeneo se non unitario, un’immagine complessiva della qualità di uno sviluppo che, in questa luce e solo in questa, assume finalmente un’identità definita e coesa, una logica costante e manifesta. Che dunque è pronta per uscire dagli ambiti comunque angusti dell’analisi, della cronaca o del racconto, per convertirsi immediatamente in proposta.

Il paesaggio che viene fuori dal libro è difatti quello – storico e geografico, politico e culturale, sociale ed economico – di una grande transizione: si tratta del movimento che sta portando, in centinaia di luoghi del nostro Continente, al graduale abbandono di forme di democrazia ormai sterili, asfittiche e talora meramente nominali, fondate su un patto leonino di delega a tempo indeterminato e senza controvalore, e alla loro sostituzione progressiva con circuiti decisionali più complessi e articolati ma anche (e non per paradosso) più veloci ed efficienti – e soprattutto più autentici. È forse questo corto circuito ciò di cui qualcuno, oggi in Europa, ha paura, tanto da vederne il diffondersi come il progredire inquietante di uno spettro; ed è questo il movimento della cui avanzata, non accontentandosi di raccontarla e commentarla, il volume di Sintomer e Allegretti si candida a diventare parte integrante, elemento costitutivo. E noi con esso.

“Se vuoi andar veloce, vai da solo; se vuoi andar lontano, vai con gli altri” (p. 385).

Yves Sintomer, Giovanni Allegretti, I bilanci partecipativi in Europa. Nuove esperienze democratiche nel Vecchio Continente, Ediesse / NuovoMunicipio, Roma 2009.
Testo di Angelo M. Cirasino, Rete del Nuovo Municipio, Responsabile Comunicazione.

Piccoli partecipanti crescono

Ci concederemo oggi una riflessione generale che non ha molto a che vedere con la “stretta” attualità (verso cui a dire il vero, a meno di essere ginecologi o geriatri, si fa sempre più fatica a trovare motivi di reale interesse): si tratta di una constatazione quasi banale, quella della progressiva crescita dello spessore argomentativo e propositivo delle pratiche partecipative e della riflessione intorno ad esse.

Fino a pochi anni or sono, di regola il contenuto della partecipazione stentava a sollevarsi dal livello della famosa panchina nel parco, divenuta ormai emblema del “molto rumore per nulla” che caratterizzerebbe la democrazia partecipativa: anche nei casi migliori, gli importi dei processi rispetto a scelte nodali dello “sviluppo” tendevano ad affiorare solo in fasi di maturazione successive, quando, esaurito lo slancio iniziale quasi sempre connesso a una vertenza emergenziale, essi guadagnavano il tempo necessario a privilegiare la discussione rispetto all’azione; e questa era, difatti, la forma tipica del loro manifestarsi, come esiti e valutazioni a posteriori delle dinamiche attivate piuttosto che come obiettivi lucidamente e preliminarmente posti a loro traguardo, come tarda letteratura di commento piuttosto che come tempestive dichiarazioni di indirizzo.

Se invece proviamo a considerare quello che accade oggi intorno a noi (guardando all’”attualità” vera, di cui i contributi pubblicati su questa rete di bloggers presentano uno spaccato molto più autentico di quello artefatto e pretestuoso dei media tradizionali), non possiamo non notare come, nelle dinamiche partecipative propriamente dette e in tutto quello che si può ricondurre alla partecipazione, i rapporti di valore fra intenti immediati e fini complessivi, fra resistenza locale e progetto diffuso, risultino quasi del tutto capovolti, e questo già a partire dalla rappresentazione che ciascuna pratica, e ciascun gruppo di attori in essa coinvolto, producono di se stessi. Non è che (magari per sciatta compensazione) si ceda oggi più facilmente alla lusinga di vedersi come i riformatori del mondo, è che, da quando il procedere della globalizzazione ha messo a nudo le costole categoriali comuni a tutte le problematiche locali, si fa più fatica a pensarle come peculiarità isolate, e allo stesso tempo è più naturale collocarle – loro e, in parallelo, le attività volte ad affrontarle – entro uno sfondo analitico e programmatico di ampio respiro. Mentre emerge, insomma, la connessità delle catene, si comprende che altrettanto connesso deve essere lo sforzo per spezzarle; ma questo processo non si ferma alla conoscenza, invade puntualmente le pratiche stesse conferendo loro, via via, una configurazione sempre più chiaramente articolata, complessa, collegata, in una parola: reticolare.

Che questa evoluzione ci faccia piacere è più che evidente; non tanto, però, perché attribuirebbe alla nostra Rete – che da anni, appunto, va predicando la necessità di un approccio reticolare alle vertenze locali – improbabili virtù profetiche, quanto perché attesta in modo incontrovertibile la crescita oggettiva del complicato multiverso di pratiche e attori che, dal nostro piccolo ma vantaggioso punto di osservazione, abbiamo avuto la ventura di raccontarvi in questi anni. Una crescita che una volta tanto, a differenza di quella mitologica e sciagurata propagandata dagli alfieri dello “sviluppo”, non minaccia integrità patrimoniali, equilibri ecologici e sociali o livelli acquisiti di benessere; ma anzi si presenta, oggi, come l’unica alternativa veramente plausibile per ripristinarli.

Speciale Territorio

category Notizie Angelo M. Cirasino 26 agosto 2009

calori-andrea

I più autorevoli rappresentanti del mondo economico, agricolo, ambientalista e sindacale, da tempo hanno sancito la nuova centralità dell’agricoltura, ritenuta, ormai, non più il settore che produce per “riempire gli stomaci”, ma determinante delle condizioni che possono incidere sulla qualità della vita.

Una qualità che si collega con la tutela dell’ambiente e del paesaggio e che può permettere al Paese di crescere e di dare un contributo verso la tanto necessaria globalizzazione intesa sotto diversi aspetti.
Nel libro “Coltivare la città” di Andrea Calori, l’autore fa un viaggio globale tra le esperienze di filiera corta, da New York al Giappone, tutte accomunate dal tentativo di ridare valore alla produzione agricola e alla centralità
del territorio.

Una sorta di “globalizzazione dal basso” che farebbe vincere tutti.

Vai sull’immagine o scarica da qui il PDF con l’intervista completa.

Andrea Calori è tra i promotori della  Carta del Nuovo Municipio.

Fine della politica? Fine dell’economia?

Sul finire del secolo scorso un folto gruppo di intellettuali, preoccupati o entusiasti delle opposte derive – autoritarie o movimentiste – che l’agire politico minacciava di prendere, lanciò un’estesa discussione sul tema della ”fine della politica” – in buona parte contenuto nel libro di Angelo Bolaffi e Massimo Ilardi del 1986 di recente rivisitato dai lavori di Andrew Gamble e Giorgio Barberis / Marco Revelli : il progressivo restringersi degli spazi di contrattazione fra gli attori in campo portava ad un’estinzione oggettiva dell’attività politica, ridotta a puro suggello formale di dinamiche e rapporti di forza che avevano luogo regolarmente al di fuori del suo ambito di controllo. Una cosa del genere sta accadendo oggi all’economia: il predominio globale di flussi di capitale finanziario, completamente spersonalizzato e ormai da tempo fuori controllo, determina una sostanziale inabilitazione di tutti i soggetti tradizionali della contrattazione economica a far valere le proprie opzioni – anzi, una generale obnubilazione di queste stesse opzioni, tutte travolte in una prassi (e in una balorda etica) definitivamente dominata dalla necessità e dall’emergenza. Si pensi agli Enti locali (quelli in cui viviamo tutti) che, stretti nella morsa di una crisi finanziaria ormai cronicizzata, non riescono a far fronte alle esigenze del welfare se non svendendo sempre più ampi brani di beni e servizi comuni. Si pensi al lavoro, che rischia di essere messo definitivamente fuori gioco, rispetto ai processi di decisione, da una rappresentanza sindacale per cui la divisione è divenuta oramai regola istituzionale (sia questo per volontà o per caso). Si pensi allo stesso capitale, gestito da imprenditori grandi e piccoli per cui la delocalizzazione, l’esternalizzazione di gestione e la progressiva perdita di controllo societario diventano, ogni giorno di più, scelte realmente obbligate. Ebbene, in questo panorama tetro in cui, piuttosto che ”forze”, si confrontano ormai solo impotenze, qualcosa di segno diverso imprevedibilmente accade: succede che, in decine di luoghi del nostro Paese, i cittadini (ri)cominciano a dire la loro sul modo di configurare e gestire tanto la politica quanto l’economia, dando vita a forme nuove di queste attività che tra l’altro – e non tanto incidentalmente – non sembrano affatto moribonde quanto le loro controparti ufficiali, anzi. Fino a poco tempo fa si trattava di episodi sporadici, isolati nel tempo e nello spazio, da ascrivere alla lungimiranza di una Amministrazione illuminata o alla capacità di auto-organizzazione di gruppi sociali in qualche modo di punta; ma cose analoghe oggi succedono un po’ dappertutto, là dove l’estetica della paura e della costrizione cede il passo alla pratica della speranza e della costruzione comune: e succedono malgrado e proprio grazie alle crisi, di cui individuano con sicurezza le ragioni strutturali e da cui – con lo stesso movimento – additano possibili vie d’uscita. Il che ci fa guardare al nostro tema in un modo leggermente differente: non sarà che quelle fini ingloriose che tutti piangiamo, la fine della politica, la fine dell’economia, siano semplicemente il preludio ad un nuovo modo, radicalmente diverso, di intendere e praticare sia la politica, sia l’economia? Non sarà che le nuove energie di cui abbiamo bisogno, per inaugurare questo nuovo corso, vengano proprio dai cittadini? Non sarà, in altre parole, proprio il potere reale generato dalla partecipazione e dalla condivisione delle scelte a sciogliere d’un sol colpo – come fece la spada di Alessandro con il nodo di Gordio – l’oscuro reticolo di incapacità incrociate che ci tiene legati ad un’inattività solo apparentemente obbligata? Al livello teorico, per noi la domanda (lo sappiamo) è puramente retorica; al nostro lavoro, da ora in avanti, la sfida di rendere ovvia la risposta anche in sede pratica.

Una fontana di acqua pubblica per alleggerire la vita

Una delle irrazionalità più patenti del nostro sistema economico consiste certamente nello spostamento sistematico del centro del valore dal prodotto ai suoi complementi commerciali (l’imballaggio, la confezione, la presentazione, la comunicazione e via dicendo), cosa tanto più evidente a proposito dei prodotti, come l’acqua, il cui basso costo industriale incide già strutturalmente in misura risibile sulla determinazione del prezzo al consumo. Come noto, il risultato immediato di questa stortura è una crescita esponenziale e gratuita sia dei prezzi stessi, sia degli importi di materiali, attività ed energia necessari ad alimentare il ciclo, sia degli scarti e dei rifiuti che esso produce; quello a lungo termine, invece, una progressiva astrattizzazione, una virtualizzazione dell’oggetto dello scambio che finisce col sopprimere tutte le sue proprietà materiali trasformandolo in un mero simulacro intercambiabile, supporto indifferenziato di transazioni che seguono leggi loro proprie e su cui nessuno, a conti fatti, possiede un potere reale. Per contrastare questa pericolosa deriva (nella quale in sostanza è da ricercare la radice della presente crisi globale), alcune piccole pratiche locali provano a tagliare di netto i cosiddetti “costi aggiuntivi” mettendo i beni pubblici direttamente a disposizione del pubblico: è il caso, fra molti altri, della cosiddetta “Fontana Leggera” che a Monterotondo – Comune di 40.000 abitanti in Provincia di Roma, membro della Rete del Nuovo Municipio – ha erogato in poche settimane, a beneficio di tutti i cittadini, oltre 100.000 litri di acqua da bere, liscia o gassata, pregiata sotto il profilo organolettico e, soprattutto, completamente gratuita. In soli 50 giorni di funzionamento, la sua distribuzione ha evitato la produzione e lo smaltimento di circa 68.000 bottiglie di plastica, l’immissione in atmosfera di oltre 4 tonnellate e mezza di anidride carbonica, il consumo di 88.400 KWh di energia e di 34.450 litri di altra acqua che sarebbero stati necessari a produrre le bottiglie; e ha avuto in più l’effetto (simbolico, culturale e programmatico) di riaffermare la natura eminentemente pubblica, non mercificabile e di diritto inalienabile di un bene che solo in pochi oramai – fra Enti locali finanziariamente strangolati, produttori interessati e distributori senza scrupoli – considerano ancora “comune” a pieno titolo. Inutile commentare questi risultati eclatanti, se non per sottolineare un dato ulteriore, ossia che l’intera impresa è costata al Comune un totale di 18.000 euro – vale a dire poco più della metà dei circa 30.000 che i cittadini avrebbero dovuto spendere per acquistare l’acqua erogata fino ad ora, sotto forma di bottiglie di acqua minerale, in un supermercato: considerato che l’impianto dovrebbe poter funzionare ancora per un certo numero di anni, è davvero necessario aggiungere altro?

Partecipare: dalla cessione di poteri alla creazione di potere

In quegli anni ’90 del secolo scorso in cui – non solo noi, ma tutto il mondo – abbiamo cominciato ad occuparci di democrazia partecipativa, si riteneva in genere che la partecipazione fosse essenzialmente un processo di cessione progressiva di poteri dagli amministratori agli amministrati, un semplice meccanismo redistributivo e di allargamento delle dinamiche di decisione che solo talvolta, incidentalmente, metteva capo ad un vero e proprio empowerment delle comunità partecipanti. Da questa interpretazione, un po’ ingenua e interamente modellata sulle pionieristiche esperienze brasiliane che tenevano banco in quegli anni, scendevano logicamente due corollari: il primo, attribuendo alle pratiche partecipative un valore esclusivamente formale, le valutava tutte positivamente a prescindere dai contenuti che esse potevano veicolare; il secondo ne affermava la natura ora più, ora meno esplicitamente antagonistica rispetto al sistema della rappresentanza, con cui esse venivano viste competere per il controllo degli stessi poteri e ambiti di decisione. Gli anni trascorsi, insieme alle nostre finanze e al nostro potere d’acquisto, hanno largamente messo in crisi questi due assunti: il primo è stato clamorosamente smentito dal vasto fiorire di casi di partecipazione fasulla, improduttiva o puramente episodica, il secondo invece da quello – ben più vasto, per fortuna, tanto da riempire il nostro archivio di buone pratiche sul web – di casi in cui le pratiche della partecipazione hanno dato vita a intrecci virtuosi e solidali con quelle della democrazia ordinaria, rafforzando contemporaneamente il versante istituzionale e quello sociale dei percorsi attivati di decisione condivisa. Questa doppia caduta dovrebbe ormai aver persuaso anche i suoi più fervidi assertori a rivedere la loro lettura della partecipazione come pura tecnica di redistribuzione di prerogative decisionali, per abbracciarne una – più complessa e matura – che la vede come principio fondativo tout court del potere delle comunità e dei loro rappresentanti, come momento non di cessione ma di creazione ex novo di potere reale: quello che a Grottammare ha permesso di resistere alle pressioni immobiliariste costruendo una pista ciclabile invece di un coacervo di villette, a Guspini di ridurre la dipendenza da combustibili fossili e da flussi finanziari e tecnologici sovraordinati usando la lana per coibentare gli edifici, a Montespertoli di salvarsi dallo strangolamento di vecchie pratiche consolidate di gestione del territorio cominciando a disegnarlo insieme. Casi eccellenti che richiedono rivisitazioni non solo teoriche ma pratiche, mostrandoci la strada che porta da una concezione di facciata ad una veramente sostantiva del Nuovo Municipio: quella che speriamo si affermi senz’altro, a partire da questo spazio di discussione interattivo, in tutta la vasta galassia di attività che orbita intorno al nostro progetto; al quale vi invitiamo fin da ora – attribuendo alla parola il senso pregnante e gravido di conseguenze che abbiamo definito – a partecipare.

CARTA DEL NUOVO MUNICIPIO

Per una globalizzazione dal basso, solidale e non gerarchica

(promotori: Alberto Magnaghi, Giancarlo Paba, Giovanni Allegretti, Michelangelo A. Caponetto, Angelo M. Cirasino, Mauro Giusti e Camilla Perrone, Università di Firenze; Giorgio Ferraresi e Andrea Calori, Politecnico di Milano; Alberto Tarozzi, Università di Bologna; Anna Marson, Istituto Universitario di Architettura Venezia; Enzo Scandurra, Università di Roma La Sapienza; Alessandro Giangrande e Elena Mortola, Università di Roma III)


municipio
 

Globalizzazione e sviluppo locale
Il mercato globale usa il territorio dei vari paesi e delle diverse aree geografiche come uno spazio economico unico; in questo spazio le risorse locali sono beni da trasformare in prodotti di mercato e di cui promuovere il consumo, senza alcuna attenzione alla sostenibilità ambientale e sociale dei processi di produzione.
I territori e le loro “qualità specifiche” – le diversità ambientali, di cultura, di capitale sociale – sono dunque “messi al lavoro” in questo processo globale che però troppo spesso li consuma senza riprodurli, toglie loro valore innescando processi di distruzione delle risorse e delle differenze locali.
L’alternativa a questa globalizzazione parte da qui: da un progetto politico che valorizzi le risorse e le differenze locali promuovendo processi di autonomia cosciente e responsabile, di rifiuto della eterodirezione del mercato unico.
Lo sviluppo locale così inteso, che si identifica in primo luogo con la crescita delle reti civiche e del “buon governo” della società locale, non può divenire localismo chiuso, difensivo, ma deve costruire reti alternative alle reti lunghe globali, fondate sulla valorizzazione delle differenze e specificità locali, di cooperazione non gerarchica e non strumentale.
In tal senso si può prospettare uno scenario definibile anche come globalizzazione dal basso, solidale, non gerarchica, la cui natura è comunque quella di una rete strategica (anche internazionale, mondiale) tra società locali. Questo progetto politico va costruendosi nell’attività di messa in rete di energie locali operata dal forum sociale mondiale.
Il nuovo ruolo degli enti locali e delle loro unioni per una globalizzazione dal basso
Per realizzare futuri sostenibili fondati sulla crescita delle società locali e sulla valorizzazione dei patrimoni ambientali, territoriali e culturali propri a ciascun luogo, gli enti pubblici territoriali debbono assumere funzioni dirette nel governo dell’economia. E per costruire in forme socialmente condivise queste nuove funzioni di governo devono attivare nuove forme di esercizio della democrazia. Solo il rafforzamento delle società locali e dei loro sistemi democratici di decisione consente da un lato di resistere agli effetti omologanti e di dominio della globalizzazione economica e politica, dall’altro di aprirsi e promuovere reti non gerarchiche e solidali. Il “nuovo municipio” si costruisce attraverso questo percorso, finalizzato a trasformare gli enti locali da luoghi di amministrazione burocratica in laboratori di autogoverno.
Nuove forme di autogoverno, in cui sia attiva e determinante la figura del produttore-abitante che prende cura di un luogo attraverso la propria attività produttiva, sono rese possibili dalla crescita del lavoro autonomo, della microimpresa, del volontariato, del lavoro sociale, delle imprese a finalità etica, solidale, ambientale, ecc..
Il nuovo municipio interpreta con maggiore attenzione le identità regionali, per fondare i progetti sulla valorizzazione dei giacimenti patrimoniali locali, contro forme di espropriazione esogena e distruzione degli stessi giacimenti; e promuove la ricostruzione degli spazi pubblici della società locale come luoghi di formazione delle decisioni sul futuro della nuova comunità. Il nuovo municipio si dà come obiettivo un nuovo rapporto tra eletti ed elettori, oggi espropriati da logiche sovraordinate di natura economicista che escludono dai momenti decisionali proprio i cittadini-abitanti-elettori.
Questa nuova dimensione “democratica” di una società locale complessa, multiculturale e autogovernata che cresce e si rafforza nel progettare e costruire direttamente il proprio futuro può costituire il vero antidoto alla globalizzazione economica e al regno della paura, dell’insicurezza, e dell’impotenza prodotti dalla militarizzazione delle reti di governo globale.

Nuove forme di democrazia diretta
Il nuovo municipio si realizza attraverso l’attivazione di nuovi istituti di decisione che affiancano gli istituti di democrazia delegata, allargati al maggior numero di attori rappresentativi di un contesto sociale ed economico, per la promozione “statutaria” di disegni di futuro localmente condivisi. La predisposizione di scenari di futuro, che evitino linguaggi tecnocratici e specialistici, è la condizione perché la partecipazione, estesa agli attori più deboli e senza voce nelle decisioni istituzionali, produca l’individuazione dell’interesse comune attraverso il riposizionamento dei conflitti verso relazioni di reciprocità.
Il nuovo municipio rende parte integrante del processo di decisione – nei piani, nei progetti e nelle politiche – percorsi partecipativi strutturati, integrando gli impegni della Carta di Aalborg e delle Agende 21 locali negli strumenti di governo ordinario del territorio, dell’ambiente e dello sviluppo economico.
Questi nuovi processi decisionali sono finalizzati a produrre scenari di futuro e “statuti dei luoghi” a carattere “costituzionale”, che nella composizione degli attori che le sottoscrivono si ispirino alla complessità degli statuti comunali medievali, reinterpretandola con l’obiettivo di dare voce alle diverse componenti della società contemporanea nella definizione degli statuti.
Gli istituti decisionali della nuova cittadinanza comprendono:
- una rappresentanza delle principali associazioni economiche e di categoria (artigiani, agricoltori, commercio, industria, turismo, ecc.);
- una rappresentanza delle associazioni con finalità culturali, sociali, di difesa dell’ambiente;
- una rappresentanza di comitati e di forum, tematici, territoriali e urbani;
- una rappresentanza delle circoscrizioni o assemblee di quartiere, di zona ,ecc..
Il nuovo municipio ridefinisce la composizione di questi nuovi istituti ponendo attenzione all’equilibrio fra attori politici, economici e della società civile.
Il superamento della logica di una rappresentanza definita una tantum al momento del voto, ritrovabile nei concetti di partecipazione e di democrazia diretta, permette di produrre politiche pubbliche più efficaci nei confronti dei soggetti “diversi” (spesso coincidenti con soggetti “deboli”, sottorappresentati nei luoghi della decisione), coinvolgendoli direttamente nella costruzione degli “statuti dei luoghi” e delle politiche che li attuano.
Il nuovo municipio si attiva affinché gli enti sovraordinati promuovano, nei finanziamenti dei progetti locali, modalità partecipate di definizione degli stessi.
Il coinvolgimento di una maggiore pluralità di soggetti costituisce inoltre un’occasione per ampliare la conoscenza del locale, acquisendo rappresentazioni dei problemi che difficilmente possono essere interpretate attraverso mediazioni tecnico-scientifiche o politico-burocratiche. Fra i molteplici punti di vista sottorappresentati che caratterizzano la gestione dello sviluppo locale, oltre a quello “di genere” vi sono ad esempio quelli degli anziani, degli immigrati, dei bambini, del mondo rurale, tutti soggetti che rivestono primaria importanza nella cura del territorio e nelle misure del buon vivere.
Le pratiche di coinvolgimento dei bambini nella costruzione delle politiche urbane, messe in atto negli ultimi anni da moltissime amministrazioni locali italiane, costituiscono un buon esempio dell’efficacia del dar voce a punti di vista sottorappresentati nel migliorare la qualità di vita urbana.
Le strutture di consultazione, concertazione, decisione, gestione che affiancano il Municipio (o l’unione dei Municipi) e la sua struttura elettiva costituiscono una forma intermedia fra la democrazia delegata e la democrazia diretta (assemblea, referendum, ecc.). Queste strutture funzionano con continuità accompagnando l’intero processo di gestione di piani, politiche e progetti; la loro configurazione territoriale rispetta le forma di aggregazione socio-culturale locale, senza costringerle entro confini burocratici sovradeterminati.

Nuovi territori multiculturali
Il nuovo municipio produce nuovi scenari sociali attraverso il riconoscimento del radicamento abitativo e lavorativo dei nuovi abitanti provenienti da luoghi e paesi differenti. In questo processo si producono nuove relazioni comunitarie e interpersonali tra popoli e culture diverse. In particolare lo spazio pubblico è il luogo di condivisione delle nuove, molteplici e culturalmente differenziate, pratiche dell’abitare e del vivere.
Il nuovo municipio promuove politiche di accoglienza degli immigrati secondo i seguenti principi: sostituire alle politiche settoriali un approccio di gestione integrata dell’accoglienza e della convivenza; differenziare le politiche in funzione delle diverse fasi temporali del percorso migratorio e dei percorsi territoriali degli immigrati; potenziare le politiche abitative sociali e di inserimento nei piccoli centri urbani e rurali; riqualificare le aree problematiche della città caratterizzate da forte conflittualità sociale e degrado ambientale, attraverso politiche integrate di intervento autosostenibili e partecipate; sostenere programmi per la costruzione di partnership decisionali interculturali e interetniche.

Nuovi indicatori di benessere
Il dibattito su questo punto è ormai decisamente maturo.
Il nuovo municipio si impegna a proporre criteri di valutazione delle politiche e dei progetti che siano ispirati alla semplificazione e all’innovazione culturale dei meccanismi di valutazione tecnocratici e tecnicistici, la cui complicatezza e farragine è inversamente proporzionale all’efficacia.
Il primo criterio di valutazione riguarda il grado e la forma della partecipazione sociale alle decisioni, rispetto all’obiettivo dell’empowerment delle società locali.
Il secondo criterio prevede un drastico ridimensionamento del PIL (come unico indicatore del benessere) e la sua integrazione con indicatori relativi alla qualità ambientale, urbana, territoriale, sociale, e al riconoscimento delle diversità e delle culture.
Il terzo criterio riguarda il livello e le modalità di riconoscimento del patrimonio locale come base per la produzione di ricchezza durevole.
Il quarto criterio di valutazione riguarda la sostenibilità dell’impronta ecologica, con particolare riferimento alla chiusura tendenziale dei cicli delle acque, dei rifiuti, dell’alimentazione, dell’agricoltura; alla riduzione della mobilità e alla diffusione dei servizi rari; al grado di autonomia del sistema territoriale locale nella produzione, nell’informazione, nella cultura, negli stili di vita, ecc..
Il quinto le tipologie di reti di relazione e di mutuo scambio fra società locali.
E così via.

Nuovi sistemi economici locali autosostenibili
Il nuovo municipio, attore chiave nel governo del processo di valorizzazione del patrimonio territoriale, deve guidare lo sviluppo economico autocentrato, aiutando attori deboli ad emergere, decidendo cosa, come, quanto, dove produrre per creare valore aggiunto territoriale, favorendo la crescita delle autonomie della società locale come soggetto collettivo e complesso.
L’insicurezza generata dallo “sviluppo”, dalla fragilità delle alte tecnologie, degli alti grattacieli, delle vite e dei semi artificiali dagli effetti oscuri, richiama bisogni di riappropriazione della conoscenza delle forme della riproduzione dei mondi vitali; della misura del tempo di vita, della fiducia comunitaria, della de-tecnologizzazione verso l’appropriatezza delle tecnologie rispetto al contesto.
La promozione, da parte del nuovo municipio, di economie locali che mettano in valore i beni territoriali e ambientali comuni, che tendano a chiudere i cicli della riproduzione dell’ambiente e della società locale, che sviluppino tecnologie e filiere produttive appropriate al luogo e alle sue risorse, può generare sicurezza comunitaria senza città blindate, competizione sulla qualità dei prodotti senza guerra, relazioni improntate allo scambio solidale.

Forme di valorizzazione del patrimonio territoriale locale
Il patrimonio territoriale è indivisibile. Non è possibile pensare di salvaguardare alcune riserve di natura (i parchi) e di storia (i monumenti, i centri storici) e ammettere altrove qualsiasi trasformazione distruttiva.
Il nuovo municipio assume una definizione estensiva di patrimonio che identifica con il territorio dei luoghi e delle genti, con i suoi caratteri e valori ambientali, paesistici, urbani, con i suoi saperi, culture, arti, nella sua integrale individualità che vive fra passato e futuro. La valorizzazione del patrimonio è possibile nell’incontro fra le energie del futuro e la memoria e i giacimenti dei luoghi.
Il nuovo municipio promuove una nuova rappresentazione del patrimonio territoriale per costruire consapevolezza dei propri valori identitari, dei potenziali di produzione di ricchezza durevole, e per stimolare progetti, piani e politiche atti a generare una nuova economia sociale, fondata sulla valorizzazione collettiva del patrimonio stesso.
Il nuovo municipio aiuta e valorizza gli attori economici, sociali e culturali della città e del mondo rurale che partecipano creativamente alla formazione di progetti capaci di accrescere il valore del patrimonio territoriale locale.
Il mondo rurale acquista nuova centralità in questo processo di valorizzazione del patrimonio territoriale: i nuovi agricoltori non producono solo merci per il mercato, ma anche beni e servizi pubblici, remunerati dal nuovo municipio, per la cura dell’ambiente, del paesaggio, della qualità urbana.

Reti di scambio equo e solidale
Il nuovo municipio si fa interprete di nuove relazioni di scambio di culture, di prodotti tipici, di saperi tecnici e politici, improntati al superamento della competizione economica selvaggia verso forme di cooperazione e di mutuo scambio solidale fra città del nord, fra sud e nord, fra sud e sud.
Il municipio occidentale esporta la consapevolezza della crisi del proprio modello industrialista e sviluppista ed i germi delle alternative sperimentali a quella crisi; il municipio dei paesi poveri (in via di non sviluppo) può proporre gli insegnamenti della autorganizzazione della sopravvivenza allo sviluppo stesso.

Le reti dello scambio equo e solidale costituiscono la trama minuta ma densa della strategia “lillipuziana” contro la globalizzazione economica.
 

 

Versione stampabile – PDF