Riflessioni di ferragosto

In questi giorni ferragostani in cui incendi apocalittici in Russia e bibliche alluvioni nell’Europa Centrale, in India, Pakistan e Cina, sembrano volerci scuotere dai nostri stanchi rituali vacanzieri per sbatterci in faccia l’evidenza dei cambiamenti climatici in atto, ho ritrovato e riletto “La fine del lavoro”, un libro del 1995 di Jeremy Rifkin.
Con lucida preveggenza Rifkin descriveva il progressivo aumento della disoccupazione, in seguito alla sistematica automazione dei processi produttivi. La sostituzione, in pratica, di tutti i lavoratori: operai, impiegati, ricercatori, progettisti, da parte di macchine sempre più sofisticate, definite addirittura “intelligenti”, più affidabili, precise, e soprattutto meno costose e più obbedienti.
E come la Conferenza di Rio del 1992, con la “Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici”, da cui scaturì il Protocollo di Kyoto, aveva anticipato il progressivo estremizzarsi dei fenomeni climatici di cui oggi cominciamo ad essere testimoni, così, negli stessi anni, un intellettuale, con largo anticipo, aveva descritto altri fatti di cui adesso leggiamo le notizie sui giornali.
In questi giorni, ad esempio, la Fiat, non solo delocalizza parte della produzione in Serbia, passando da salari di 1.200 a 300 €, ma approfitta del trasloco per attuare una ristrutturazione produttiva, che prevede di incrementare la già avanzata automazione delle suo catene di montaggio, con l’introduzione di ulteriori robot.
Quindi, non solo riuscirà a mantenere inalterata la propria potenzialità produttiva, riducendo ad un quarto il costo della manodopera, ma riuscirà, incrementando l’automazione, ad ottimizzazione ulteriormente il proprio ciclo produttivo, riducendo il numero complessivo dei lavoratori: un vero miracolo.
Le macchine, si sa, non mangiano, non dormono, non si stancano, non si ammalano, non si lamentano. Però non comprano, non pagano contributi e tanto meno le tasse.
Quindi, tenendo conto che il costo del lavoro incide il 7/8% del valore complessivo di un’auto e che quindi le mutate condizioni di produzione non incideranno significatamene sull’attuale prezzo di vendita delle auto, viene spontanea una domanda.
Chi comprerà le auto prodotte in Serbia?
Non certo i lavoratori serbi pagati 300€. Tanto meno i lavoratori italiani messi in mobilità. Quindi a comprare le nuove auto prodotte in Serbia non potranno essere i lavoratori che le producono.
Chi le comprerà allora?
I profeti del mercato ci spiegano che le macchina che sostituiscono gli uomini sono progettate e costruite da altri uomini, e che quindi quando si distruggono posti di lavoro in un settore se ne creano in altri settori. Peccato che il rapporto sia di uno a dieci. Per ogni posto creato nell’automazione se ne perdono dieci nei settori automatizzati. C’è chi urla la meraviglia di macchine in grado di progettare e costruire altre macchine!
Quindi, man mano che l’automazione viene estesa ad ogni settore produttivo, paradossalmente all’aumento delle unità di prodotto corrisponde una parallela diminuzione dei posti di lavoro: una spirale perversa.
Rifkin concludeva il suo saggio auspicando che l’incremento di produttività generato dall’automazione, venisse restituito ai lavoratori, almeno, sotto forma di riduzione dell’orario di lavoro e dell’età pensionabile.
Ma questa conclusione del libro sui giornali non la sto ancora leggendo. Anzi leggo di aumentare gli straordinari e spostare in avanti l’età pensionabile.
Sicuramente sono io che non capisco le meraviglie del mondo in cui vivo, ma continuo a chiedermi come possa continuare a funzionare un processo economico che continua a produrre più merci ed a ridurre il potere d’acquisto dei propri potenziali acquirenti, o, chi pagherà in futuro le pensioni degli anziani, se i giovani non sono in grado oggi di trovarsi un lavoro e garantirsi un reddito.
Qualcuno di voi conosce la risposta?

di Alberto Ariccio

Lo Sbarco

E’ approdata sabato 26 giugno a Genova la «Nave dei diritti», il traghetto con a bordo mille italiani che vivono da anni all’estero, imbarcati a Barcellona per una iniziativa simbolica, denominata «Lo Sbarco», per ricordare i 150 anni dell’impresa dei garibaldini e denunciare la deriva culturale, politica e sociale della società italiana.
MDF Ge ha partecipato alla manifestazione aiutando ASCI (Associazione di solidarietà per la campagna italiana) nella gestione del punto ristoro all’Acquasola nella giornata di Domenica, in cui sono stati distribuiti anche volantini informativi su MDF
La manifestazione:
Sabato 26 giugno, al Porto Antico è stato allestito un palco che dalle 17.00 fino a notte ha ospitato musica e parole per aspettare e festeggiare insieme lo sbarco della Nave dei Diritti. Musica dal Gospel alla Taranta, dal Rock alla musica Etnica, dallo Ska al Blues. E poi teatro e l’intervento di personaggi della cultura e dello spettacolo.
Domenica 27 Giugno dalle 10.30 alle 17.00 In cinque diverse piazze del meraviglioso centro storico di Genova,  incontro con le associazioni e le persone che resistono alla deriva culturale, civile, sociale e politica del Paese.
Alla fine delle attività delle piazze, nel tardo pomeriggio, incontro collettivo  in Piazza Matteotti per concludere in festa l’evento, per salutarci e consolidare le relazioni nate in questa che è principalmente una bellissima avventura umana, sociale e civile.

Biodiversità e decrescita

Il 2010 è stato proclamato dall’ONU “Anno Internazionale della Biodiversità”, per evidenziare
all’attenzione del mondo intero la questione dell’impoverimento ambientale del pianeta a seguito della distruzione di habitat ed ecosistemi e le inevitabili conseguenze sul benessere umano. Alla fine di maggio si tengono in Italia i principali eventi relativi.

Ma cos’è la biodiversità e perché è così importante?
Secondo la definizione della Conferenza internazionale delle Nazioni Unite sull’ambiente tenutasi a Rio de Janeiro nel 1992: «La biodiversità è rappresentata dalla variabilità fra gli organismi viventi d’ogni tipo, inclusi, fra gli altri, i terrestri, i marini e quelli d’altri ecosistemi acquatici, nonché i complessi ecologici di cui fanno parte. Ciò include la diversità entro le specie, fra le specie e la diversità degli ecosistemi».
Alcuni numeri: le specie conosciute al mondo sono circa 1 milione e 250 mila, di cui 1 milione animali e 250.000 vegetali. In Italia si parla di circa 58.000 specie animali (per lo più insetti, i mammiferi sono solo 100) e 18.000 vegetali.

In senso generale possiamo dire che la vita per continuare ha bisogno di difendersi, riprodursi, diversificarsi. La biodiversità è quindi una fondamentale condizione di continuità della vita. Se ci fosse una sola specie sarebbe più indifesa alle intemperie e alle azioni della terra. La vita si è quindi differenziata e ha messo in atto strategie, generando diverse specie che si sono adattate ai diversi ambienti: dai mari alla terra ai fiumi all’aria, ai ghiacci. Piccole e grandi.
Trasmutando il concetto in campo economico tutti siamo consapevoli della importanza della differenziazione dell’approvvigionamento energetico, così come della differenziazione degli investimenti, che mettono al riparo da crisi puntuali o settoriali.

Oggi nel mondo la biodiversità è in pericolo: la stima è che venga perso il 25% delle specie mondiali per il solo cambiamento climatico.
Lo stato della biodiversità è stato fotografato dal Millennium Ecosystem assessment (MA) voluto dalle Nazioni Unite che ha messo in evidenza tra l’altro come a livello europeo il 50% delle specie animali autoctone sia minacciato di estinzione così come 800 specie vegetali europee. I risultati effettivamente conseguiti in relazione all’obiettivo europeo di fermare la perdita di biodiversità entro il 2010, (Countdown 2010) mostrano come molto rimanga ancora da fare nonostante gli sforzi messi in campo
E a causa dell’accelerazione della perdita della biodiversità, sono a rischio di “collasso” i sistemi naturali che sostengono l’economia globale. Lo dice il Global Biodiversity Outlook del Programma ambientale Onu, che si basa su una serie di recenti studi scientifici e di contributi nazionali, e avverte che il ritmo con il quale si sta disperdendo il patrimonio biologico delle specie animali e vegetali potrebbe cominciare ad avere un impatto economico di rilievo. “L’umanità si è fabbricata infatti l’illusione che in qualche modo ce la possiamo fare senza biodiversità o che questa sia in qualche modo periferica al nostro mondo: la verità è che ne abbiamo bisogno più che mai.”

La perdita è quindi particolarmente preoccupante non solo in sé, perché la natura ha un valore intrinseco, ma per la perdita di quei servizi ecosistemici che la natura offre attraverso la varietà come
• la produzione di cibo
• l’effetto regolatore su acque, aria e clima, la fotosintesi
• il mantenimento della fertilità dei suoli e i cicli dei nutrienti.
• garantire i servizi ecosistemici dai quali dipendiamo
• effetto resilienza, dare cioè una maggiore difesa e resistenza ai mutamenti negativi
Come hanno riconosciuto i 21 ministri partecipanti al G8 Ambiente di Siracusa del 2009, la perdita della biodiversità e la conseguente riduzione e danno dei servizi ecosistemici mette a rischio l’approvvigionamento alimentare e la disponibilità di risorse idriche, cosi come mette a repentaglio i processi economici globali, per cui si rendono necessari appropriati programmi ed azioni tempestive, volti a rafforzare la resilienza degli ecosistemi.

Le principali minacce alla biodiversità in Italia, dove per fortuna non abbiamo la riduzione delle foreste, sono essenzialmente
• il cambio dell’uso del suolo, specie se associato a modificazioni e frammentazione degli habitat;
• i cambiamenti nella concentrazione di anidride carbonica, ossido di carbonio , metano, ozono e altri inquinanti nell’atmosfera;
• i conseguenti cambiamenti climatici (negazionisti, basta !);
• l’ inquinamento delle matrici ambientali (acqua, aria, suolo, ambiente sonoro e luminoso);
• l’ eccessivo sfruttamento delle risorse naturali.
Ovviamente tutti effetti dell’attività umana diretta verso il glorioso obiettivo dello sviluppo. La causa di tutto ciò è quindi in una sola parola: crescita.

E’ indubbio pertanto che solo una diversa direzione dell’economia in senso opposto alla crescita può veramente salvare la biodiversità. L’alternativa è la sua ghettizzazione nei parchi e nelle altre aree protette, con all’esterno un mondo deserto, cementificato e privo di vita.
Cosa fare ?
Rete Natura 2000 è la risposta principale che la Comunità Europea ha dato e che costituisce una serie di siti ad alto valore di naturalità. In Italia sono presenti 2255 SIC e 559 ZPS. Le Aree protette (parchi e riserve naturali) sono parimenti importanti, ma certo non si può correre il rischio di vedere la vita in una sorta di museo.
Occorre quindi soprattutto prevedere una pianificazione delle attività economiche compatibile con la conservazione e il ripristino delle specie, degli habitat e del Paesaggio, della biodiversità e degli ecosistemi. E strategica è la attività di divulgazione e di educazione ambientale, visto che è dal basso che potrà nascere una nuova economia.
Come ha affermato il segretario generale dell’Onu Ban Ki-moon: “Per affrontare le cause profonde della perdita di biodiversità, dobbiamo darle una priorità più alta in tutte le nostre scelte e in tutti i settori economici”

di Enzo Parisi

Scientific American: percorso di sostenibilità? Pensiamo ai dettagli

Inviato da Gail the Actuary il 9 novembre 2009 – 10:10
http://www.theoildrum.com/node/5939

Scientific American presenta “Un percorso verso l’energia sostenibile entro il 2030″ nel suo numero di novembre 2008. In generale suona bene. Ma pensiamo ai dettagli: Quale sarebbe il risultato finale? Sarebbe davvero sostenibile? Quali sarebbero i costi realmente da sostenere? C’è realmente un modo in cui potremmo permetterci di fare tutto ciò che si propone?
Gli autori dell’articolo, Mark Jacobson e Mark Delucchi, propongono la sostituzione di tutte le altre forme di energia entro il 2030, con l’energia del vento, dell’acqua e del solare (wind, water and solar: WWS), non solo per gli Stati Uniti, ma per il mondo intero. I tipi di fonti di energia che sarebbero eliminati sono i seguenti:
• Petrolio (compresa la benzina, diesel, gas propano, gasolio per riscaldamento, ecc)
• Gas naturale
• Carbone
• I biocarburanti liquidi, come l’etanolo
• Industria del legno e altre biomasse
• Nucleare
Tutto ciò che rimarrebbe sarebbe energia eolica, energia dal moto ondoso, idraulica, geotermica e solare. Dati i tempi ambiziosi, le tecniche che possono essere utilizzati sono solo quelle che oggi funzionano su larga scala, o che sono molto vicine a questo traguardo.

Con che cosa dovremmo andare avanti?

In sostanza, entro il 2030, avremmo bisogno di cambiare tutte le infrastrutture del mondo, per poter utilizzare l’elettricità o l’energia solare o l’acqua direttamente. Che cosa vorrebbe dire?
• Aeroplani. Gli autori propongono che i velivoli siano alimentati da celle a combustibile alimentate a idrogeno (con l’idrogeno prodotto tramite idrolisi, utilizzando fonti di energia WWS). Per quello che capisco io l’idrogeno è tre volte più voluminoso, rispetto alla benzina, esplode facilmente, e sfugge abbastanza rapidamente dai serbatoi, rendendo difficile conservarlo per molto tempo. Mi sembra che gli aerei e gli elicotteri somiglierebbero a dei dirigibili, dovendo contenere il carburante necessario. A meno che questi problemi non vengano risolti, la popolarità delle celle a combustibile a idrogeno sara’ probabilmente piuttosto bassa.
• Navi. Gli autori non ci dicono come sarebbero alimentate le navi. Chiaramente i velieri potrebbero soddisfare questi criteri, ma sarebbero piuttosto lenti. A causa dei lunghi tempi di spostamento (e anche delle dimensioni piu’ ridotte n.d.t.) avremmo bisogno di molte piu’ navi rispetto a quelle che usiamo adesso, perché molte di piu’ sarebbero in transito in un determinato momento. Si potrebbero usare chiatte lungo i fiumi e, quando la corrente non è abbastanza forte, queste potrebbero essere trainate in qualche modo (tramite rimorchiatori con celle a combustibile?). Le navi alimentate da celle a combustibile a idrogeno potrebbero anche funzionare, ma avrebbero gli stessi problemi esposti per gli aerei. A causa della loro lunghi viaggi, le perdite di idrogeno sarebbero ancor più un problema.
• Automobili e camion. Secondo gli autori, questi potrebbero essere alimentati da batterie o celle a combustibile a idrogeno. Ci sono diversi problemi – la tecnologia è solo all’inizio, per automobili e camion – per esempio, non sono al corrente che qualcuno stia lavorando sulle tecnologia delle batterie e dei motori per autotrasporti di lunga distanza. Le pile a combustibile sono molto costose. David Strahan in “The Last Oil Shock” dice che il costo attuale è di circa 1 milione di dollari a vettura. Egli cita l’ingegnere capo della Honda che dice che ci vorranno ancora 10 anni per poter produrre un auto ad un costo inferiore ai 100.000 dollari.
Per quanto riguarda la riconversione delle automobili e dei camion alla tecnologia delle celle a combustibile a idrogeno o a batterie, e’ probabile che la carenza di minerali possa diventare un problema. L’articolo di Scientific American cita la scarsita’ dei seguenti materiali: terre rare per motori elettrici, ioni di litio per le batterie, ioni litio e platino per celle a combustibile. L’articolo cita il riciclaggio come una parziale soluzione. Analisi pubblicate su The Oil Drum ( come ad esempio: http://europe.theoildrum.com/node/5559 ) indicano che abbastanza presto avremmo scarsita’ di questi minerali, anche in uno scenario di ampia diffusione del riciclaggio.
• Macchine agricole, ruspe, betoniere ed altre attrezzature pesanti. Ci sarebbe la necessita’ di convertire tutti questi mezzi a trazione elettrica. Non è chiaro se esista la tecnologia (e i minerali rari necessari per la tecnologia) per farlo.
• Riscaldamento degli edifici, riscaldamento per la cottura e forno, riscaldamento ad acqua calda, riscaldamento commerciale. Ci sarebbe la necessita’ di convertire tutte queste forme di riscaldamento in elettrico, o in alcuni casi in solare. Questo si potrebbe fare, anche se il riscaldamento potrebbe essere fatto bruciando legna o carbone, come si fa ad esempio in Africa oppure in Cina.
• Attività estrattive e manifatturiere. Ci sarebbe bisogno di riconvertire tutti i processi in forma elettrica. Presumibilmente, il petrolio e di gas naturale continueranno ad essere utilizzati, ma a tassi più bassi forse, a causa del loro impiego per usi “non energetici”, come nelle produzioni di tessile, asfalto, plastica e lubrificazione. Le trivellazioni per il petrolio e per il gas potrebbero essere anch’esse convertite in elettrico.

Quali misure sarebbero necessarie per costruire tutte queste cose?

Avremmo bisogno di capire quale sara’ il punto di arrivo finale e poi procedere a ritroso.
Gli autori dell’articolo di Scientific American dicono che ci sarebbe bisogno di quanto segue:
• 3,8 milioni turbine eoliche di grandi dimensioni
• 90.000 grandi impianti di produzione di elettricità solare
• “numerosi impianti geotermici e fotovoltaici” di dimesioni medio-piccole

Oltre a questi, avremmo bisogno di costruire nuovi aerei, navi, auto, camion, attrezzature pesanti, e apparecchi di nuova generazione che sarebbero necessari, nel quadro del nuovo regime. I proprietari di case avrebbero bisogno per ricablare le loro case per la maggiore quantità di elettricità che userebbero, soprattutto per il riscaldamento domestico di tipo elettrico.

Una cosa di cui abbiamo bisogno e’ pianificare un notevole ampliamento e miglioramento della rete elettrica. L’articolo di Scientific American indica che le variabilità nella generazione sarebbero in gran parte appianate mediante la combinazione di produzione elettrica di diversi tipi – eolica, idroelettrica, solare, geotermica, e da moto ondoso – su vaste aree geografiche. Per fare questo sarebbe necessaria una notevole distanza di trasmissione, spesso tra paesi diversi – tra cui potrebbero anche non esserci rapporti amichevoli. La rete elettrica dovra’ essere aggiornata per essere “intelligente”, in modo che le automobili e gli altri mezzi elettrici possano attingere energia nei momenti della giornata in cui non è necessaria altrove.

Una volta che abbiamo capito come sarà il nuovo sistema, avremo bisogno di capire che tipo di fabbriche serviranno per costruire tutti i dispositivi per questo nuovo sistema, e quali materie saranno necessarie. Alcune delle materie prime potranno forse essere ottenute tramite il riciclaggio, inoltre alcune fabbriche forse potranno essere ottenute mediante la trasformazione di fabbriche di tipo precedente, ma non sarà sempre così. È probabile che dovranno essere costruite nuove fabbriche e dovranno essere aperte nuove miniere, soprattutto per i minerali rari.

Prima che inizieremo a vedere prodotti finiti in quantita’, è probabile che passeranno almeno 10 anni. In parte, questo accadra’ perché oggi stiamo ancora lavorando ai dettagli della tecnologia (per esempio, come costruire in modo efficiente un aeroplano alimentato con celle a combustibile a idrogeno). Inoltre, una volta che riusciamo a definire questi dettagli, abbiamo bisogno di costruire le miniere per estrarre le materie prime e di costruire le fabbriche per produrre i nuovi dispositivi. E ’solo quando abbiamo superato il primo step che possiamo pensare davvero di costruire ciò che vogliamo – gli aerei, le navi, le grandi turbine a vento e tutto il resto.

Per dimensionare le fabbriche, dovremo ipotizzare livelli di produzioni eccezionali per convertire in fretta l’economia all’impiego delle nuovi fonti di energia. Ad esempio, in circostanze normali, se si ipotizza che le macchine per il movimento-terra durino per 40 anni, ci sarebbe bisogno che le fabbriche producessero 1/40 del numero totale delle macchine movimento–terra del mondo in un determinato anno. Ma se abbiamo bisogno di una rampa, per la sostituzione in 10 anni, avremo bisogno di 4 volte piu’ fabbriche. (Che cosa facciamo alla fine con le fabbriche in eccesso?)

A quanto ammonterebbero tutti questi i costi?

Gli autori ci dicono che i costi dei nuovi impianti di generazione di energia WWS ammonteranno a 100.000 miliardi dollari in 20 anni. Ma questo non include il costo di tutte le nuove infrastrutture necessarie – gli aerei, le navi, le auto, i camion e soprattutto le linee di trasmissione elettrica. In totale, il costo sarà di gran lunga superiore a 100.000 miliardi dollari. Possiamo azzardare una stima di 200.000 miliardi dollari, da pagare nei prossimi 20 anni.

L’articolo di Scientific American dà l’impressione che i costi saranno “bassi”, perché si basa solo sul costo della nuova produzione di elettricità, e si presuppone che i costi di generazione scenderanno con l’aumento dei volumi e grazie allo sviluppo della ricerca. Inoltre assume implicitamente che sara’ utilizzato il finanziamento del debito per lungo periodo (ad esempio 40 anni), in modo da non dover pagare il costo del nuovo sistema prima di iniziare ad usarlo. Ma quanto è  realistico tutto ciò?

Le vetture, camion, barche, aerei, centrali elettriche a carbone, ecc che stiamo attualmente utilizzando non avranno piu’ molto valore commerciale, una volta che l’energia sara’ generata dalla WWS; inoltre le nuove apparecchiature saranno probabilmente abbastanza costose. Quindi si dovranno affrontare le spese per l’acquisto di nuove attrezzature a prezzi elevati, e parallelamente si assisterà ad una rapida svalutazione del valore commerciale delle tecnologie usate in precedenza. In molti casi, le imprese non avrebbero normalmente sostituito le proprie attrezzature così presto. I debiti che erano tenute a pagare per tutte le  apparecchiature attualmente utilizzate non potranno magicamente sparire, ma dovranno essere pagati.

Così come si farà a pagare per costruire i nuovi impianti e per acquistare le nuove attrezzature?

I governi del mondo andranno presto in crisi per debiti eccessivi. Le aziende non saranno in grado di affrontare progetti di tale portata, in particolare perchè già oggi sono oppresse dei loro debiti. Mi sembra che un programma di sostituzione dei combustibili con sistemi WWS possa essere finanziato solo attraverso un aumento graduale delle tasse, in modo tale da coprire le spese ogni anno.

Quindi cerchiamo di pensare quanto questo varrebbe. 200.000 miliardi dollari in 20 anni vuol dire 10.000 miliardi dollari l’anno. La quota degli Stati Uniti sarebbe di circa il 21%, sulla base del rapporto tra il PIL degli Stati Uniti e il PIL mondiale. Quindi diciamo che gli Stati Uniti avrebbero bisogno di finanziare 2.100 miliardi dollari l’anno. Confrontiamo questo con le imposte correnti. Nel 2008, le tasse federali, statali e locali sono state pari a 4.100 miliardi dollari, secondo il US Bureau of Economic Analysis. Al fine di raccogliere 2.100 miliardi dollari in più, servirebbe un aumento pari a poco più del 50% di tutte le imposte attualmente corrisposte. Se le imposte addizionali fossero raccolte in percentuale al “reddito personale” (che comprende i salari, la previdenza sociale, gli affitti, ecc), sarebbero pari al 17% del reddito personale. Appare improbabile che una tassa di questa portata, o anche solo la metà di questa portata, potrebbe essere accettata dai contribuenti USA.

Se tale tassa fosse accettata, dopo pochi anni ci sarebbero benefici che potrebbero compensare il suo costo, e si potrebbe passare ad una imposta inferiore, e forse dopo il 2030 ridurre i costi complessivi perché non sarebbe più necessario acquistare combustibili fossili. I benefici derivanti dai minori costi si evidenzierebbero anche sulla vendita di elettricità e di energia, sulla vendita o sul leasing di veicoli e altri beni. Molti dei beni che sarebbero venduti andrebbero a sostituire macchine già ammortizzate, macchinari negli che hanno superato la loro vita utile, navi e aerei che non avevano più valore per i proprietari.

Ma c’è una questione ancora aperta. Ci sarebbero un sacco di attività “tradizionali” che avrebbero comunque ancora un notevole valore nel 2030, se non fosse per le nuove restrizioni. Ad esempio, una vettura nuova con un motore a combustione interna che è stata fabbricata nel 2028 avrà ancora notevole valore, una stufa a gas di una casa possiederà ancora un valore, ciononostante andrà sostituita con una elettrica. Una centrale elettrica a carbone costruita nel 1980 potrebbe avere ancora un valore, e così tutte le autocisterne utilizzate per il trasporto del petrolio, e tutte le condutture del gas naturale. Cosa succederebbe se i proprietari di queste attività volessero essere risarciti per il valore residuo dei loro beni? Nell’imposta calcolata sopra non abbiamo ipotizzato nulla per poter fare questo.

A me sembra che questi proprietari dovrebbe essere risarciti, anche se ci vorrebbe una tassa superiore per poterlo fare. In parte, tale compensazione può venire sottoforma forma di “incentivi”, quando una nuova automobile o una stufa elettrica o un altro oggetto viene acquistato. Ma supponiamo di dover gestire la  perdita di valore del patrimonio di un’impresa. Per questa non e’ cosi’ facile prevedere un rimborso a fronte dell’acquisto di un bene corrispondente – come ad es. per una centrale elettrica a carbone, o per un gasdotto di gas naturale. Direi che anche per questi sarebbe realmente necessaria la compensazione del valore residuo.

Le azioni e le obbligazioni di queste aziende avranno in genere una grande varietà di proprietari – molto spesso i fondi pensione, le compagnie di assicurazione, i fondi di investimento e i singoli investitori. Se in caso contrario il patrimonio di queste aziende fosse svalutato senza alcun indennizzo, le imprese rischierebbero essere di non riuscire a pagare i loro debiti e le azioni di queste imprese perderebbero valore. Ciò significa che alcuni fondi pensione non sarebbero in grado di pagare i loro possessori, e alcune polizze assicurative vita non pagherebbero tanto quanto promesso. Se non vi fosse alcuna compensazione a queste società, si potrebbe innescare una crisi finanziaria, e i pensionati verrebbero colpiti più duramente degli altri. Quindi, in un modo o nell’altro, ci sarebbe comunque una perdita per il sistema economico complessivo.

Come sarebbe sostenibile questo sistema?

Ci sono un certo numero di punti deboli in questo sistema:

• Non ci sono probabilmente abbastanza minerali rari (e anche minerali non rari), per fare tutti i prodotti high tech necessari. Il riciclaggio aiuterà, ma è probabile che il sistema incontrerà un collo di bottiglia entro pochi anni.

• Questo sistema necessita di un enorme numero di linee di trasmissione elettrica. Queste linee di trasmissione sono soggetti a tutti i tipi di disturbi – uragani o tempeste di vento, incendi boschivi, neve, distruzione da parte di chi non è felice per qualche motivo (forse quelli infelici per le disparità di ricchezza). La riparazione delle linee è di per se una sfida notevole. Al momento stiamo utilizzando elicotteri e attrezzature specializzate. Questi dovranno essere adeguatamente adattati ad un sistema che non fa uso di combustibili fossili.

• Quando in una zona l’energia elettrica mancherà, quasi tutte le attività in quel settore si fermeranno (tranne quelle alimentate da fotovoltaico locale), e non ci saranno generatori di back-up. I residenti non saranno in grado di ricaricare i veicoli, e questi diventeranno presto inutilizzabili. Anche i veicoli che entreranno in quella zona potranno rimanere bloccati per mancanza di capacità di ricarica. Le consegne di cibo e acqua potrebbero essere un problema. Il sistema attuale almeno ci offre alcune opzioni che ci possono togliere dai guai: generatori di back-up, auto e camion alimentati da petrolio.

• Il funzionamento del sistema richiederebbe una eccezionale cooperazione internazionale, perché le linee di trasmissione attraversano diversi paese. Se un paese non fosse più in grado di pagare la sua quota, o non riuscisse a fare le riparazioni, potrebbe essere un problema anche per gli altri.

• Tutte le produzioni di alta tecnologie richiederanno un livello considerevole di cooperazione nel commercio internazionale. Questo potrebbe essere interrotto da default sul debito di player importanti, o dall’accaparramento di materie prime da parte di alcuni paesi, o da difficoltà nella produzione di navi e aerei a sufficienza per gestire il commercio internazionale.

• Il sistema chiaramente non può continuare per sempre. Questo sistema potrebbe entrare in crisi per una mancanza di minerali rari, o per controversie internazionali, o per la mancanza di adeguati flussi di commercio internazionale. Questo sistema non garantisce un passaggio naturale ad un futuro veramente sostenibile. Per esempio, la produzione di cibo potrebbe essere fatta ancora per un po’ usando l’agricoltura industriale, con il cibo che viene prodotto in un luogo e fornito ai consumatori in altri luoghi molto distanti dal luogo di produzione. Sarà difficile gestire la transizione verso un sistema che sia veramente sostenibile nel momento in cui il sistema smetterà di funzionare.

Quale sarebbe un termine temporale ragionevole per la transizione?

Mi sembra che un tempo ragionevole per una transizione come quella discussa su Scientific American sarebbe di 50 anni, piuttosto che di 20 come anni suggerito dall’articolo. Con un tale lasso di tempo, ci sarebbe un po’ più di tempo per affinare la tecnologia, in modo da trovare soluzioni economicamente efficienti su larga scala. Avremmo anche un po più di tempo per sfruttare le fabbriche che si costruiscono, in modo da non doverne costruire più del fabbisogno medio, solo per rispettare una determinata scadenza. I costi sarebbero probabilmente molto più facili da gestire, dal momento che non ci sarebbe più il problema di sovrapposizione tra vecchia e nuova tecnologia. Inoltre, ci sarebbero molto meno problemi per rimborsare il valore residuo dei beni di vecchia tecnologia da dismettere.

Il vero problema è che non abbiamo 50 anni per compiere la transizione. Siamo già oggi nella fase discendente della capacità di estrazione del petrolio. Avremmo dovuto cominciare con un progetto come questo già negli anni 1960/1970.

Penso che tutto quello che possiamo fare è una versione molto molto ridotta di un approccio come quello descritto nell’articolo. Tenuto conto del calendario, noi non pensiamo neanche sia opportuno seguire un approccio come quello descritto in questo articolo. L’approccio descritto presuppone un elevato livello di commercio internazionale nel lungo termine. Questa e’ un’ipotesi ottimistica, date le probabili difficoltà nei trasporti via mare e via aria, che si possono innescare in una situazione di carenza di combustibili fossili.

Invece dell’approccio di alta tecnologia auspicato da Scientific American, si potrebbero trovare soluzioni che possono essere fatte a livello locale, con materiali reperiti localmente. Per esempio, si potrebbe decidere di incentivare l’agricoltura locale. Per l’industria, si potrebbero esaminare soluzioni che hanno funzionato in passato, come l’alimentazione delle fabbriche con l’energia del vento (si veda in proposito http://www.theoildrum.com/node/5913 ). Queste soluzioni potrebbero essere costruite con materiali locali, e sarebbero utilizzate direttamente dalle fabbriche senza la conversione in energia elettrica. Con tali soluzioni, la transizione verso un futuro veramente sostenibile potrebbe avere molte più possibilità.

KOSTNIX – il Freeshop di Innsbruck

La domanda non è, quanto mi costa? bensì, mi è utile? Un Freeshop è un luogo, da cui ognuno può prendere ogni oggetto che gli/le è utile. Si può portare a casa un oggetto unicamente se poi se ne fa uso. Farne uso è inteso anche in senso estetico. In cambio non viene chiesto né un compenso in forma di denaro né in altra forma, non si tratta quindi di uno scambio.

E viceversa ognuno può portare qualcosa che non utilizza più che però può essere utile ad altri. Così gli oggetti perdono il loro valore economico e mantengono quello d’uso. Si cerca di sovvertire la logica di mercato e di entrare in contatto con questo ambiente ancora poco diffuso . Il KOSTNIX quindi non è un progetto sociale ma un progetto politico. L’obiettivo del Freeshop è quello di contrastare la società dei consumi e la società usa e getta e sostenere un approccio più cosciente con le risorse. Dovrebbero esserci meno produzione, meno rifiuti e anche meno lavoro. Chi prende oggetti da un Freeshop, risparmia i soldi che avrebbe dovuto spendere per comprarlo e così contribuisce anche ad abbattere il lavoro retribuito, simbolo del capitalismo. Un’obiettivo principale è anche quello di poter costruire un modo del stare insieme totalmente nuovo che si non si basa sul profitto ma sulla solidarietà. Un Freeshop può anche essere un luogo di incontro per discussioni, confronti, teatrino dei burattini, un aiuto nel riparare biciclette, raccontare storie, …

KOSTNIX è un Freeshop per tutte le età. Tutti possono prendere qualcosa senza aver portato nulla e viceversa. Si possono prendere tre oggetti al giorno. Gli oggetti presi dal Freeshop devono servire al proprio interesse e non devono essere venduti ad altri. *Chi vende oggetti presi al KOSTNIX, non può più ritornare al KOSTNIX.* Gli oggetti che vengono portati devono *funzionare ed essere puliti*. Non portate prodotti alimentari o cosmetici. Il barattolo per le offerte al KOSTNIX serve esclusivamente per il pagamento dei costi fissi. Nessuno si arricchisce, i volontari non ricevono nessuna retribuzione. Prendere qualcosa dal KOSTNIX *non* implica lasciare un’offerta.

http://www.umsonstladen.at/innsbruck/italiano/

Note politiche sul post elezioni

Chi vuole commentare?

• L’astensionismo fortemente accentuato non è figlio del disinteresse o del qualunquismo diffuso ma della lontananza delle persone da questa politica urlata, poco costruttiva, lontana dai problemi di troppa gente, sprezzante dei problemi del pianeta, che guarda all’immediato anziché al futuro. I cittadini hanno capito o quantomeno intuito che l’approccio ai problemi deve essere di più ampio respiro. Al termine di una campagna elettorale centrata sui problemi giudiziari di Berlusconi e sui vari scandali trasversali, cosa potevamo aspettarci se non l’astensione?
• La vittoria del Pdl è frutto di due questioni, ma di entrambe. Una è la potenza mediatica del Pdl, indubbia ma non determinante da sola. L’altra è l’omologazione del Pd al capitalismo imperante, l’incapacità del Pd di comprendere i veri valori sui quali costruire l’alternativa, quali il localismo, lo stop alla crescita globale, il problema demografico e di conseguenza dell’immigrazione, la priorità dell’ambiente.
• La Liguria. Niente di nuovo sotto il sole. Burlando è stato rieletto e Biasotti sconfitto con la stessa percentuale di 5 anni fa. Possiamo aspettarci solo la continuazione dell’andazzo. Intanto non è nato il Movimento a 5 stelle, che qui avrebbe preso una percentuale molto alta. E sono esclusi i Verdi, grazie ad una politica suicida animalista e dei diritti omosessuali, incapaci di azioni respiro ben più ampio sull’esempio dei Verdi francesi.
• Il successo di Grillo in tutte le regioni in cui si è presentato è confortante. Dimostra, al di là delle etichette, che c’è spazio di accoglienza in Italia per una linea politica alternativa più ampia e aperta, attenta ai valori dell’ambiente e di una diversa economia e socialità.
• E’ la linea che abbiamo proposto con il Documento per l’Altra economia e gli stili di vita consapevoli in Liguria, inviato ai 2 candidati alla Presidenza della Regione, e che fa propri i principi della decrescita felice. Da quel documento bisogna partire e aggregare forze e intelligenze, per portare il complesso di quelle idee d’ora in avanti anche in politica.

Enzo Parisi

Un documento politico per le elezioni regionali Liguri

Ce l’abbiamo fatta! L’idea, nata in MDF Genova di presentare un documento politico ai due canditati alla Presidenza della Regione è diventata realtà. Ma non solo, è diventata molto di più. Tra il presentare la proposta da soli e la ricerca di un coinvolgimento di altre associazioni abbiamo scelto la seconda strada. Abbiamo lanciato l’idea e coinvolto altri partner, essendo ovviamente parte attiva della cabina di regia dell’evento che abbiamo costituito. A tutti coloro che hanno aderito all’idea è stata data la possibilità di proporre emendamenti al testo iniziale da noi predisposto. Alla fine siamo riusciti a materializzare il consenso su un documento politico di altre 30 associazioni, costituendo un gruppo che si chiama provvisoriamente Rete dell’ Altraeconomia e per gli stili di vita consapevoli in Liguria. Ed è questa la cosa che ci sembra più importante

E’ nata quindi di fatto una rete ad oggi di 31 organizzazioni, che operano nel territorio ligure, e che sono legate essenzialmente da 4 punti:
• dalla consapevolezza che l’attuale modello di sviluppo, basato sullo sfruttamento illimitato delle risorse del pianeta, non è sostenibile,
• dalla scelta di contrastare il processo di deresponsabilizzazione verso le comunità del Sud del mondo, verso l’ecosistema e verso le generazioni future, che largamente predomina nella regola economica contemporanea.
• dal fatto di voler invece costruire una nuova idea di società e di economia, che sia basata su tanti principi positivi: il rispetto delle persone, dell’ambiente, la centralità delle relazioni e della fiducia, la partecipazione, la volontà e il piacere di unirsi fra realtà diverse e complementari.
• dalla voglia di allearsi per fare massa critica e sollecitare un cambiamento strutturale, profondo, dal basso, in grado di mutare la prospettiva politica e sociale.

Queste 31 organizzazioni, spesso di diversa impostazione culturale d’origine, sono riuscite quindi a elaborare un documento condiviso da sottoporre ai candidati alla Presidenza della Regione Liguria con precise richieste di azione da parte della Regione che sarà dopo le elezioni.
Il primo incontro è avvenuto mercoledì 3 marzo sera nella splendida cornice dell’Auditorium dell’Acquario di Genova con un evento pubblico al quale sono state presenti circa 200 persone. L’incontro è stato ordinato, educato e concreto. A 13 associazioni è stato dato l’incarico di dare lettura dei 13 punti del programma sui quali il candidato doveva esprimersi puntualmente prima di passare al punto successivo.
A mezzanotte un lungo applauso ha concluso la serata e ha salutato la riuscita della manifestazione anche come ringraziamento all’unico candidato (Claudio Burlando, Centro Sinistra) che finora si è reso disponibile all’incontro.

Perche`ci serve una transizione?

Prima parte dell’intervento di Cristiano Bottone di Transition Italia

27 settembre 2009, Fa’ La Cosa Giusta! Liguria

Se cerchiamo il termine transizione sul dizionario troviamo una definizione di questo tipo

“transizione: passaggio da uno stato ad un altro, da una condizione ad un altra, da una situazione ad un’altra.”

In effetti questo è l’obiettivo del “Movimento di Transizione”, quello di riorganizzare le nostre comunità passando dalla situazione attuale a un modello completamente nuovo. La domanda che ne segue subito è: dove siamo? E poi: Perché dovremmo voler cambiare qualcosa e creare un modello nuovo? Chi ce lo fa fare?

Cominciamo quindi a cercare di capire dove siamo ora, qual è la situazione attuale. Qualcuno probabilmente ricorda questa scena del film Matrix: Al protagonista viene offerta una scelta tra conoscere “la verità” oppure dimenticare tutto e tornare a casa, con una pillola si dimentica con l’altra si prosegue. Ecco, questo è il momento della vostra scelta. Se non avete voglia di “sapere”, chiudete questo documento, se resterete a leggere le pagine che seguono probabilmente comincerete a vedere il mondo con occhi diversi, siete stati avvertiti… C’è una piccola differenza: in Matrix le cose da scoprire erano totalmente segrete, io invece non farò altro che esporvi dati ufficiali e pubblici: siete pronti? Allora andiamo avanti!

Dobbiamo renderci conto che stiamo affrontando due enormi problemi, due problemi di dimensioni epocali: Il primo cominciamo a conoscerlo abbastanza bene: si chiama “Riscaldamento Globale” o Cambiamento Climatico. Dopo averlo negato per lungo tempo, ora praticamente tutti ammettono il problema e l’urgenza di risolverlo, lo trovate sui giornali quasi tutti i giorni, in televisione ecc… Quello che non tutti abbiamo ben presente è il livello di gravità reale del fenomeno. Recentemente gli esperti del settore hanno aggiornato i loro calcoli e ci dicono che è già chiaro che non riusciremo assolutamente a limitare l’aumento della temperatura media entro i +2°C, l’obiettivo su cui i governi stavano lavorando, da Kyoto in poi, per altro con scarsissimi risultati. Gli scienziati, i climatoligi ci stanno già dicendo che arriveremo quasi sicuramente a +4°C e che nessuno è in grado di capire esattamente cosa succederà: certo non molto di buono. Fenomeni atmosferici sempre più violenti, enormi alluvioni, centinaia di milioni di persone dovranno spostarsi da dove abitano ora. Le conseguenze peggiori le subiranno come sempre i paesi più deboli, ma anche nel mondo sviluppato i danni saranno probabilmente molto gravi. Oggi (26/08/2009) perfino il climatologo Rajendra Pachauri che presiede l’IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change, ovvero il cane da guardia che le Nazioni Unite hanno messo a controllare la situazione climatica), concorda che dovremmo cercare di non superare le 350ppm di CO2 in atmosfera perché passando questa soglia non sappiamo quali potrebbero essere le conseguenze. Considerate però che fino ad ora l’IPCC indicava entro i 450ppm il valore “tollerabile”. Considerate poi che la soglia di 350ppm è già stata ampiamente superata ed oggi ci aggiriamo gia` sui 385/390ppm, e continuiamo a crescere. Non voglio approfondire oltre, il senso di tutto questo è che sul fronte climatico, stiamo peggio di quanto siete legittimati a pensare dalle informazioni che circolano su stampa e televisioni.

Ma la questione e` che questo problema non ci arriva addosso “da solo”. Arriva accompagnato ad un altro problema che si chiama “Picco del Petrolio”: questo lo conosciamo un po’ meno. Allora facciamo un passo indietro… Parliamo dell barile di petrolio, croce e delizia dell’età industriale. Ricorderete che prima dell’estate del 2008 il barile costava attorno ai 90$. Non era un prezzo basso? Assolutamente no! Preoccupava già parecchi settori dell’economia. Fino al 2004 eravamo abituati a pagarlo meno di 30$. Tutto quello che avevamo fatto fino ad allora lo avevamo fatto con un petrolio che costava meno dell’acqua minerale! Alla fine di luglio 2008, dopo una salita spaventosamente rapida, il petrolio arrivo` a toccare i 147$ al barile. Una cifra pazzesca, quasi fantascientifica. Negli ambienti petroliferi ci si aspettava che salisse ancora, si attendevano i 200$ entro la fine del 2008. Poi pero` e` successo qualcosa…

E` scoppiata la più grande crisi finanziaria a memoria d’uomo.

Il barile e` sceso ad un prezzo più basso di quello che aveva prima dell’impennata del luglio 2008. Qualcuno scrive che era solo speculazione e la “bolla” è passata… Negli ambienti petroliferi “eversivi” gira invece una battuta: “il petrolio non è sceso, sta solo prendendo la rincorsa”. Ebbene oggi, nel profondo di una crisi mai vista prima, il petrolio continua a scalpitare: nonostante tutto non riusciamo a tenerlo sotto i 70$ al barile.

Ma cosa sta succedendo esattamente? Quello che sta succedendo lo aveva effettivamente previsto il Dott. King Hubbert già alla fine degli anni ’50, quando ha elaborato la sua teoria del “Picco del Petrolio” (Peak Oil). In pratica Hubbert partì dal presupposto che il petrolio è una risorsa finita, non rinnovabile. Quindi, in base alla stima delle risorse disponibili, si poteva elaborare un grafico della crescita progressiva del suo utilizzo fino al momento in cui saremmo arrivati a consumare circa la metà del petrolio a nostra disposizione. Da quel momento il petrolio sarebbe stato sempre più scarsamente disponibile e sempre più costoso. Questo avrebbe prodotto un decremento della produzione e dell’uso fino all’abbandono di questa risorsa. Il momento cruciale è quindi quello in cui si raggiunge il Picco. È lì che le cose si complicano. È lì che siamo ora. In prossimità del picco, anzi probabilmente lo abbiamo già passato. E questo cambia profondamente lo scenario del mondo che conosciamo. Stiamo per passare da un’era caratterizzata da grande disponibilità di petrolio, quindi di energia, a basso costo ad una che vedrà scarsità di energia, soprattutto di carburanti liquidi, e di tutto ciò che ad essi è collegato. Siamo sicuri? Ma chi lo dice? Se la situazione è così difficile, qualcuno dovrebbe cominciare a informarci in modo ufficiale? Vi racconto il mio percorso alla scoperta di questa tematica, quello di una persona che partiva da una sostanziale ignoranza del problema:

“…dopo il 2015 le forniture di petrolio e gas facilmente estraibili non saranno più sufficienti a soddisfare la domanda del mercato…” (Jeroen van der Veer – Direttore Esecutivo Royal Dutch Shell).

La prima volta che ho cominciato a preoccuparmi seriamente è stata leggendo la dichiarazione di un petroliere. Non si trattava di un ecologista estremista, ma del Sig. Shell. Fino a ieri le compagnie petrolifere mettevano in discussione anche la sola esistenza di una possibilità di Picco. L’ho trovata sul Times, era il 25 gennaio del 2008. Poi ho scoperto che l’argomento era sempre più presente sulla stampa internazionale. Poi la IEA, l’agenzia intergovernativa nata dopo la “scottatura” della crisi petrolifera degli anni 70 per sorvegliare le riserve di petrolio del pianeta e per dare l’allarme quando si avvicinano crisi energetiche, conia questo motto:

“lasciamo il petrolio prima che sia lui a lasciare noi”

È difficile pensare a qualcosa di più UFFICIALE delle IEA, non credete? L’intervista a Fatih Birol che dice questo è stata pubblicata in Germania nell’aprile 2008: nessun giornale italiano l’ha tradotta, lo abbiamo fatto noi di “Transition Italia”, anzi colgo l’occasione per ringraziare i tanti traduttori volontari che ci stanno aiutando a fare un grande lavoro di infromazione in questo nostro paese un po’ troppo addormentato. Il 9 luglio 2008 si tiene il G8 in Giappone, il prezzo del petrolio è alle stelle. Nobuo Tanaka, il direttore della IEA (il capo di Birol tanto per capirci), fa un intervento di apertura tanto breve quanto incisivo, parla politichese, ma dice tutto quello che c’è da dire:

“Il petrolio non basta più, servono investimenti enormi e non abbiamo nulla con cui sostituirlo, svegliatevi!”

In novembre 2008 (il 12 novembre 2008), nel suo ultimo rapporto annuale, la IEA sembra ufficializzare il giro di boa, la capacità produttiva sta calando a un ritmo tra il 6 e 9 % all’anno.  Luglio 2008: questo è probabilmente il momento della storia dell’uomo in cui abbiamo raggiunto la nostra massima capacità di estrarre e consumare questa risorsa, da qui in avanti cambiera` tutto. Se tutto questo sta succedendo davvero, quali saranno le conseguenze? Per capire le conseguenza può esserci utile il lavoro svolto nel 2005 dal Dott. Robert Hirsch su commissione del Dipartimento per l’Energia degli Stati Uniti d’America. Questa ricerca è ora comunemente nota come “Rapporto Hirsch” ed era mirata a capire quali rischi si correvano con l’approssimarsi del picco di produzione del petrolio e quali contromisure sarebbe stato utile mettere in atto. Quando Hirsch comincia la sua attività è un uomo normale, quando finisce è “praticamente uno psicopatico”. Nella sua sintesi introduttiva scrive:

“…il problema del picco della produzione petrolifera mondiale è diverso da qualsiasi cosa la moderna società industriale abbia mai dovuto affrontare”

“… se non si intraprendono per tempo appropriate politiche di mitigazione i costi economici, sociali e politici saranno senza precedenti.”

In estrema sintesi, il rapporto analizza due scenari: uno in cui si suppone di avere 10 anni di tempo per prepararsi al Picco, uno in cui gli anni sono 20. Per il primo scenario Hirsch indica la necessità di uno sforzo multinazionali di proporzioni paragonabili a quello messo in piedi in occasione della seconda guerra mondiale. Per il secondo un impegno molto intenso, ma con la possibilità di evitare conseguenze sociali ed economiche troppo pesanti. Quindi Hirsch sostiene che ci vogliono 20 anni per prepararsi ad un evento come il Picco del Petrolio “senza farsi troppo male”, mentre la IEA ci dice che il picco è già qui e noi non abbiamo ancora cominciato a preparaci… altro che 20 anni. Vedetela da questo punto di vista: Il 70% di tutto il petrolio estratto viene usato per i trasporti. Nella società globalizzata noi trasportiamo tutto, da una parte all’altra del mondo, abbiamo fatto della mobilità una bandiera e impostato su questa possibilità l’intero sistema. Un altro punto di vista ancora piu` chiaro: Il 98% dell’energia necessaria ai trasporti oggi proviene dal petrolio.  Come indica il rapporto Hirsch il primo comparto a soffrire per la mancanza di petrolio potrebbe essere quello dei trasporti: e noi trasportiamo tutto. Cibo, merci, acqua, energia, persone, materie prime… Quasi tutto ciò che produciamo, cibo, oggetti, farmaci, fertilizzanti, servizi è basato sul petrolio. Se volessimo togliere dalla nostra casa tutto ciò che deriva in modo diretto o indiretto dal petrolio rimarrebbe ben poco… Beh rimarremmo noi, nudi. Per sostenere il nostro “sistema” abbiamo bisogno, oggi, in piena crisi, di 85 milioni di barili di petrolio al giorno. Ogni barile di petrolio equivale a 25.000 ore di lavoro di un uomo. Capite di cosa stiamo parlando? Sono numeri spaventosi! È come se per noi lavorassero ogni giorno 22 miliardi di schiavi (Cit. Colin Campbel).

Quando ho scoperto tutto questo, la domanda che mi sono fatto è stata: ma visto che si sapeva dagli anni ’50, come mai non ci siamo preparati? In primo luogo non avevamo previsto con precisione quando Cina e India avrebbero iniziato a svilupparsi e con che ritmo lo avrebbero effettivamente fatto. Inoltre nel 1985 sono cambiate le regole per l’assegnazione delle quote di estrazione ai paesi produttori. Da quel giorno in avanti ciascun paese produttore ha diritto ad estrarre petrolio in proporzione alla grandezza delle proprie riserve. In un attimo le riserve dichiarate raddoppiano: quali sono quelle reali? Infine c’e` da tenere presente che il petrolio è una risorsa strategica: ogni nazione produttrice ha interesse a mantenere segrete le proprie risorse, le compagnie petrolifere hanno interesse a dichiarare ampie disponibilità per sostenere il prezzo delle azioni sul mercato. Non esiste una “calamita” più potente per la guerra come il petrolio, perché purtroppo è presente solo in certe aree del pianeta (e spesso non sono quelle in cui viene consumato). In ogni caso il “sistema di mercato” disincentiva la verità: se una corporation dichiara che i suoi giacimenti si stanno esaurendo le sue azioni crollano all’istante. Una soluzione l’avevamo bella e pronta: il carbone. Ce ne sono giacimenti enormi e anche ben distribuiti. Abbiamo pensato: “Quando il petrolio sarà troppo caro, tornerà conveniente usare il carbone, anche perché avremo sviluppato tecnologie molto sofisticate e questo ci garantirà un’ampia finestra di tempo per trovare altre soluzioni”. Anche il Rapporto Hirsh suggerisce un ampio ricorso alla liquefazione del carbone per sostituire i carburanti liquidi. È un processo molto sporco ed energeticamente svantaggioso, ma si può fare. Ma è qui che la combinazione tra il problema del Picco e quello del Riscaldamento Globale diventa micidiale. Il carbone produce ancora più gas serra e inquinanti del petrolio, quindi aumentare l’uso del carbone per sopperire alla scarsità del petrolio può portare a effetti sul clima assolutamente intollerabili. Quindi il carbone, non si può usare, sennò finiamo bolliti. Però ci sono altre fonti di energia, giusto? Ad esempio il nucleare: Può dare un piccolo contributo, ma è costosissimo, emette comunque tanto gas serra, i tempi di attuazione troppo lunghi, è pericoloso e anche di uranio facilmente sfruttabile non è che ce ne sia poi ancora tanto facilmente estraibile sulla superficie della terra… E l’idrogeno? Ce ne sono quantità enormi in tutto l’universo e anche sulla terra. Peccato che non stia mai da solo è sempre legato chimicamente a qualche altro elemento e per separarlo occorre energia. L’idrogeno non è quindi una fonte energetica, ma un vettore, qualcosa che può servire a immagazzinare e trasportare energia per poi restituirla al momento opportuno. Certo potrebbe aiutare, ma i più ottimisti calcolano tempi di sviluppo di 40 anni per una rete di produzione e distribuzione.

Quindi non c’è un modo per fare come se niente fosse.

Non c’è!

Scenario 1: Techno- Fantasy

Uno scenario auspicato da molti è quello Techno Fantasy. Soluzioni tecnologiche che escono dai cassetti in cui sono state richiuse per anni e risolvono tutti i problemi in atto. Il problema è che nessuna delle tecnologie attualmente conosciute pare in grado di intervenire nelle nostre dinamiche con sufficiente velocità e incisività. È una impietosa questione di numeri. Si può sempre sperare in qualche scoperta incredibile e rivoluzionaria, ma quante sono le probabilità che accada? Possiamo pensare di avere contatti con civiltà aliene più avanzate della nostra che ci forniscano nuove tecnologie già pronte, ma anche questo non pare poi tanto probabile. Puntare su questo tipo di scenario sarebbe ragionevole? Noi tendiamo a dire che sarebbe meglio preparare anche un piano alternativo…

Scenario 2: Tecnologie verdi

Ci sono altri che stanno puntando tutto sulle tecnologie verdi esistenti. L’idea è quella di sostituire al petrolio le fonti rinnovabili, cercando di conservare più o meno immutato il quadro sociale ed economico. Anche in questo caso però, i dati non sembrano indicare che ciò sia possibile, non con la velocità che servirebbe. Inoltre, la crisi finanziaria attuale rischia di compromettere gravemente gli investimenti in questo campo, anche perché l’abbassarsi del prezzo del petrolio, in questa fase, rende meno convenienti le buone pratiche energetiche. Sicuramente quella delle tecnologie verdi è una strada da percorrere, ma da sola non basta a evitare un fortissimo shock del sistema globale. 

Scenario 3: Atlantide

Sono poi sempre di più quelli che sostengono che ormai, è semplicemente troppo tardi, il sistema economico e sociale imploderà entrando in una fase di caos totale: guerre per le risorse, fame e malnutrizione, epidemie, ecc. Io non credo e non voglio che questo accada, però mi rendo conto che i presupposti per questo scenario ci sono tutti, per quanto possa sembrare difficile e spaventoso, anche questo va messo in conto: in una situazione come quella attuale…

Una cosa è certa, mi sembra assolutamente impossibile pensare al “business as usual” che sembra essere la reazione più diffusa a tutti i livelli: ci serve un cambiamento profondo e radicale del sistema.  Ci serve, pensate un po’…

Una transizione.