Peak Oil Quotes

Metterei i miei soldi sul sole e sull’energia solare. Che fonte di energia! Mi auguro che non ci sia bisogno di aspettare fino all’esaurimento del petrolio e del carbone per affrontare il problema.
- Thomas Edison, 1931

“Non siamo bravi a riconoscere le minacce lontane, anche se la loro probabilità è del 100%. La società che ignora [il picco del petrolio] è come la popolazione di Pompei che ha ignorato le avvisaglie del Vesuvio”.
- James Schlesinger, ex Segretario Usa all’Energia

“[La relazione 'World Energy Outlook 2006'] rivela che il futuro energetico in cui ci troviamo di fronte oggi, basato su proiezioni delle tendenze attuali, è grossolano, insicuro e costoso”.
- Claude Mandil, direttore esecutivo dell’Agenzia Internazionale dell’Energia

“Il vero problema è che noi usiamo troppo petrolio. E’ così semplice e così difficile. Se vogliamo davvero ridurre la nostra vulnerabilità per l’aumento dei prezzi il modo migliore per farlo è quello di ridurre il consumo.”
- Richard Heinberg, autore di Peak Everything

http://www.grinningplanet.com/environmental-quotes/peak-oil-quotes.htm

Per il bene della città??

Pare ormai quasi certo: Genova avrà due stadi per poter ospitare le partite degli Europei di calcio. La sindaco è decisamente favorevole a questa “grande opera”, per la quale è già prevista una forma di project financing.

Quello che mi sono chiesta e che vorrei chiedere anche a voi è , ma ci serve davvero?

Il progetto prevede una spesa di 190 mln di euro, comprese le infrastrutture necessarie al collegamento del nuovo stadio con la città e l’autostrada, un budget che, se anche rimanesse invariato (qualcuno ci crede?) è decisamente alto se si peansa allo scopo dell’opera.

Recentemente è stata avanzata l’idea di costruire un “carcere galleggiante” nel porto, si è levato un indignato coro di no, l’opera può di per sè non essere realizzabile, ma perchè non prendere in considerazione il fatto che ci sono progetti che hanno un’utilità sicuramente molto maggiore per la città e soprattutto per i cittadini?

Perchè buttare un sacco di soldi così?

Quanti progetti si potrebbero realizzare con quei fondi, che consentirebbero un effettivo miglioramento della qualità della vita della popolazione genovese?

Questa non vuole essere una polemica politica, solamente uno spunto di riflessione sul fatto che, nonostante tutto, il sistema gira sempre allo stesso modo.

Io credo sinceramente che dovremmo prendere posizione in modo netto nei confronti di certe politiche sconsiderate, di qualsiasi colore esse siano, soprattutto quando toccano settori che ci riguardano. Specialmente poi quando provengono da persone che dimostrano ampiamente di non tenere minimamente in considerazione il nostro impegno a fronte di dichiarazioni e prese di posizione pubbliche che vanno esattamente nella direzione opposta.

Questa è la mia personale opinione, mi piacerebbe condividere con voi le vostre riflessioni.

PROVA DI NEWSLE5TTER

INVIO A TITOLO SPERIMENTALE IL NUMERO ZERO DI UNA NEWSLETTER DI INFORMAZIONE. Il numero viaggia su MDF googlegroup e viene pubblicato si Retiglocali, ed ha quindi valenza interna ed esterna.

Ditemi cosa ne pensate
Enzo

Notizie fresche

I confini planetari
http://www.biochiave.it/flatnux/index.php?mod=38_Sistema_Terra/07_i_confini_planetari

La Norvegia sul tetto del mondo
http://www.biochiave.it/flatnux/index.php?mod=38_Sistema_Terra/68_Un_miliardo_di_affamati1

Felicità sostenibile
http://www.biochiave.it/flatnux/index.php?mod=33_Decrescita/55_Felicit_sostenibile 

Newsletter di ottobre 2009 degli amici dell’Orto botanico di Genova
http://www.biochiave.it/flatnux/index.php?mod=47_Orto_Bot_Genova/20_Newsletter/22_Ottobre_

Occhio all’acqua……..

L’acqua è una risorsa fondamentale per la vita. Ce lo insegnano fin da piccoli: alzi la mano chi non ha mai studiato o non ha mai sentito nominare il famoso “ciclo dell’acqua”. Siamo così abituati a vederla, che a volte ci passa di mente quanto sia importante e quanto sia in pericolo. Nonostante il nostro pianeta  sia composto per una elevatissima percentuale di acqua, quella effettivamente utilizzabile non è molta e pertanto andrebbe gestita con i giusti accorgimenti.

Ed ecco che arrivano le dolenti note: dove sono i giusti accorgimenti? Non andiamo tanto lontano, non spingiamoci fino a Istanbull per il 5° Forum mondiale dell’acqua (ma queste “riunioni” sono davvero produttive??), fermiamoci in Italia e vediamo cosa facciamo noi.

Noi approviamo un decreto legge nella seduta del Consiglio dei Ministri n. 61 del 9 settembre 2009, in cui si impone la parziale privatizzazione, non meno del 40%, delle attuali società pubbliche, senza il rispetto di tale condizione queste società non potranno più partecipare alle gare. In questo caso inoltre la norma affida al socio privato la gestione della s.p.a. mista. Lo stesso decreto prevede poi che la partecipazione pubblica delle società quotate scenda sotto il 30%.

Fermiamoci qui.

Cosa significa? Una massiccia privatizzazione, che investirà anche il settore idrico. L’acqua “pubblica”, così come l’abbiamo avuta finora non ci sarà più, salvo che nelle norme. Ebbene si, il nostro ordinamento identifica l’acqua come bene pubblico e non solo, del demanio pubblico con tutte le garanzie (ancora valide in toto?) che questo comporta.

E’ la strada giusta? Passa un messaggio positivo? Dobbiamo impegnarci per far capire che il percorso da seguire è un altro o il nostro obiettivo è stato raggiunto??

Piante officinali..solo una moda?

Oggi il “Sole 24 ORE” pubblica, sul suo allegato, un bell’articolo sulla produzione di piante aromatiche. Il primo dato che salta all’occhio è numerico: in Italia ci sono 4000 operatori e 2200 imprese coltivatrici. Comunque i dati danno in crescita anche il fenomeno dell’erborista “fai da te”.

Le erboristerie sono oggi, secondo Gianpaolo Fabris, il sociologo dei consumi che ha dedicato a questo settore uno studio per il Sana di Bologna, uno dei canali di vendita meno colpiti dalla recessione. In Italia soltanto si producono 2500 tonnellate di piante officinali (fonte: Istat) e il settore macina un giro d’affari annuo da 750milioni di euro. E’ anche in corso un progetto per elaborare un marchio: erbe d’Italia, che la Federazione italiana produttori erbe officinali e Franco Chialva, un ex manager nei giganti della distilleria ora tornato nell’azienda di famiglia a coltivare menta, hanno intenzione di proporre  data la risonanza del settore nell’economia del Paese.

Dalle ricerche risulta che il bio-salutista medio sia: “donna, colta, tra i 30 e i 45 anni”.

Cosa ne pensano i lettori?

Personalmente ritengo che le piante officinali non siano affatto da sottovalutare, ma non sono neanche tra coloro che le credono pressochè miracolose.

Sono però dell’idea che anche il concetto di “salute” e di “cura” siano stati influenzati dal sistema di pseudo-valori che oggi ancora dominano e quindi che sia necessario prendere in considerazione anche questo settore come spunto per riflettere.

Il borsino delle emozioni

Tutto può avere un prezzo, persino il sentirsi dire “ti amo”. E’ la convinzione che ha ispirato gli autori di un libro, pubblicato nel Regno Unito, che ha cercato di calcolare in termini economici il valore di alcune emozioni e stati d’animo. Sei molto ricco, ma ancora non sai di esserlo si basa su uno studio commissionato dagli autori, Steve Henry e David Alberts, a una società specializzata nelle ricerche di mercato. Gli esperti della Brainjuicer hanno selezionato mille persone, alle quali è stato chiesto di assegnare un voto a 50 momenti della propria vita, confrontandole poi con la sensazione che si proverebbe nel vincere alla lotteria. A quel punto, si è arrivati ad elaborare un valore monetario per ognuno di quei 50 momenti e a stilare una classifica. Con esiti in qualche caso sorprendenti.

Al primo posto, con un valore economico di circa 207mila euro, c’è la sensazione che proviamo quando ci viene detto che godiamo di buona salute e che non soffriamo di nessuna malattia. L’amore, in particolare il sentirsi dire “ti amo”, ha un valore stimabile in circa 188mila euro, e si piazza al secondo posto. Segue, a circa diecimila euro di distanza, la sensazione che si prova nel vivere una relazione stabile: poco più di 178mila euro.
Tra le cose più importanti, per gli intervistati, c’è anche il vivere in un Paese sicuro (valore 149mila euro) e l’avere dei figli (142mila euro). Il sesso (121mila euro) vale poco meno di una risata (124 mila euro), mentre leggere un libro (61mila euro) batte nettamente un’uscita al cinema (24mila euro).
Anche la felicità sul luogo di lavoro gioca un ruolo importante (stimabile in 42mila euro), ma tuttavia non è paragonabile al piacere che si prova nell’avere un animale da compagnia (90mila euro). Infine, una curiosità gastronomica: mangiare una tavoletta di cioccolata vale molto di più di un pasto tradizionale (47mila euro contro 36mila euro).

 

Nell’elaborare questa singolare (e contestabilissima) classifica, gli autori “sono partiti dal considerare tutte le cose che sono davvero importanti per la gente”, al di là della crisi. “E’ stato interessante notare – continuano i due scrittori – che nel condurre la ricerca, poche persone, parlando delle cose realmente importanti, hanno citato i soldi. La maggior parte della gente faceva riferimento a situazioni familiari, come lo stare in compagnia con gli amici, il trascorrere del tempo libero in tranquillità, vedere i propri nipoti: erano questi i momenti davvero importanti. Quindi, da questo punto di vista, è possibile che un panettiere o un idraulico siano più ricchi di un banchiere o di un politico”.
“Il nostro libro – hanno spiegato gli autori – è incentrato su un nuovo sistema di valori, alternativo ad un mero sistema finanziario. Con la crisi, le persone stanno sperimentando nuovi stili di vita, e stanno cercando qualcosa con cui sostituire i soldi”.

Da un articolo di  MARCO PASQUA (luglio 2009)

UNA CRISI TUTT’ALTRO CHE PASSEGGERA

(Francesco Gesualdi 2009)

Si è parlato di questa crisi come di una crisi finanziaria. In realtà si è trattato di una classica crisi da ingiusta distribuzione della ricchezza come tutte le altre vissute dal capitalismo. Anche questa volta la questione finanziaria è stata la complicazione che ha messo la crisi allo scoperto, ma se vogliamo capire cosa è successo dobbiamo ripartire dalla globalizzazione.

Siamo a fine anni ottanta, le multinazionali scalpitano per uscire dai confini nazionali, rivendicano la possibilità di poter collocare i loro prodotti da un capo all’altro del mondo senza vincoli di sorta. Tramano, brigano, sbraitano, e ce la fanno a raggiungere il loro obiettivo, ma poi scoprono che il grande mercato mondiale non esiste: solo il 30-35% della popolazione ha i soldi in tasca per assorbire i loro prodotti, tutti gli altri sono inutile zavorra. Finisce che tante imprese cercano di contendersi pochi clienti, si lanciano in una concorrenza feroce basata anche sulla riduzione dei prezzi. Alle imprese interessa il profitto, se sono costrette a ridurre i prezzi si ingegnano per ridurre anche i costi, così il lavoro finisce sotto attacco. Nei settori ad alta tecnologia la strategia prescelta è l’automazione, negli altri settori si opta per il trasferimento della produzione nei paesi a bassi salari. Emerge un nuovo mondo contrassegnato da un Sud affollato da lavoratori in semischiavitù e un Nord con un crescendo di disoccupati e lavoratori precari malpagati. Il risultato è una classe lavoratrice mondiale più povera, ma i padroni si fregano le mani: dal 2001 al 2005 la quota di ricchezza mondiale finita ai profitti è cresciuta dell’8%. Il che ha due conseguenze. Prima di tutto l’esplosione della finanza, un effetto dovuto alla sfiducia dei capitalisti nella capacità di vendita del sistema. Il loro ragionamento è semplice: quando la massa salariale scende, le prospettive di vendita si riducono; è inutile investire in nuove attività produttive. Meglio buttarsi nella speculazione, l’arricchimento tramite l’azzardo, la compravendita di immobili e titoli, non importa se veri o fasulli. L’importante è stare al tavolo del gioco, portare a casa soldi ad ogni puntata. Poi si vedrà.

La seconda conseguenza è l’esplosione del debito: quando le buste paga si fanno leggere, il rischio è che non si chiuda più il cerchio fra ciò che si produce e ciò che si vende. Per ritrovare stabilità servirebbe una più equa distribuzione della ricchezza, ma al sistema questa prospettiva non piace, finchè può, rinvia la decisione con rimedi tampone, cerca la quadratura del cerchio nell’indebitamento. Ad ogni angolo di strada banche, istituti finanziari, concessionarie, supermercati, pronti a offrire a poveri e meno poveri, mutui, acquisti a rate, prestiti al consumo: il sogno di una vita al di sopra delle proprie possibilità a portata di mano. Ovunque le famiglie hanno abboccato, in Italia, ad esempio, nel 2008 il debito totale delle famiglie corrispondeva al 70% delle loro entrate annuali, qualcosa come 16.000 euro a nucleo. Tuttavia il paese dove le famiglie si sono inguaiate di più è gli Stati Uniti, l’attrattiva è stata l’acquisto della casa. Nell’euforia degli affari sono stati offerti mutui anche a famiglie economicamente deboli, mutui inaffidabili presi a base di complesse attività speculative che hanno coinvolto banche, assicurazioni, fondi d’investimento, fondi pensione. Tutto è filato liscio finchè i tassi di interesse sono rimasti bassi, le case hanno continuato a rivalutarsi, ma quando c’è stata l’inversione di tendenza, molte famiglie non ce l’hanno più fatta a restituire le rate e l’intero castello è crollato. Sono cominciati i primi fallimenti bancari, più nessuno si è fidato dell’altro, l’intera attività creditizia si è paralizzata per mancanza di fiducia reciproca, banche ed imprese hanno cominciato ad annaspare per mancanza di fondi. In fondo la finanza è più psicologia che scienza.

Col manifestarsi della crisi finanziaria, anche il marcio di fondo è venuto a galla: intere economie si sono inceppate per l’incapacità dei consumi di assorbire la produzione. A fine 2008 il sistema ha dovuto ammettere lo stato di crisi ed ha chiesto ai governi, gli unici con carroattrezzi adeguati, di intervenire. Con un unico obiettivo: tirare l’auto fuori dalla scarpata e rimetterla in condizione di riprendere la sua corsa. Per risollevare banche ed imprese sono stati stanziati miliardi di euro, a forza di strattoni, probabilmente l’auto verrà tirata su e sarà rimessa in carreggiata. Ma ci sono forti dubbi che possa riprendere a correre perchè anche la strada risulta gravemente danneggiata: a forza di passarci si sono formate buche ovunque, in molti punti il ciglio è franato, se l’auto pretende di correre si fracasserà. L’unica possibilità è rallentare, dotare l’auto di ammortizzatori più solidi, mettere alla guida un autista più prudente. Fuor di metafora, le risorse si stanno esaurendo, il clima sta impazzendo, le tensioni sociali si stanno aggravando, per evitare il tracollo dovremo passare dall’economia della crescita, all’economia del limite, dall’economia del cowboy all’economia dell’austronauta, ma anche dall’economia della precarietà all’economia della sicurezza, dall’economia dell’avidità all’economia dei diritti. Potremmo chiamarla economia del benvivere o economia del rispetto, un’economia equa, sostenibile e solidale, capace di garantire a tutti un’esistenza dignitosa nel rispetto del pianeta. Una strada da imboccare al più presto perchè la doppia crisi, ambientale e sociale, non ci lascia più tempo. Ma sappiamo che il cambiamento non potrà essere che graduale, avverrà solo attraverso un cambio di mentalità e di comportamenti da parte di cittadini, istituzioni, imprese. Ed oggi che migliaia di persone rischiano il licenziamento, che le entrate di molte famiglie rischiano di non coprire neanche i bisogni fondamentali, bisogna agire contemporaneamente su due pani: quello dell’emergenza e quello del capovolgimento di sistema.

Sul fronte dell’emergenza tre potrebbero essere le linee guida. Primo: la crisi non deve essere pagata dalle fasce sociali più deboli, ma dalle categorie più forti attraverso un inasprimento fiscale dei redditi alti per ottenere risorse da destinare agli ammortizzatori sociali e al rafforzamento di servizi pubblici fondamentali da garantire gratuitamente. Secondo: nel medio periodo possiamo salvare posti di lavoro ristrutturando i settori inutili e potenziando quelli utili. Alcune idee potrebbero essere la riconversione dell’industria dell’automobile verso la produzione di autobus, treni, e altri mezzi pubblici, il passaggio dell’energia elettrica dai combustibili fossili a fonti rinnovabili, la riconversione dell’agricoltura dall’industriale al biologico. Rispetto alle produzioni utili da potenziare, ci sono non solo i servizi pubblici, la protezione civile e la difesa del territorio, ma anche il risanamento di molte infrastrutture collettive: la rete idrica che è un colabrodo, il patrimonio edilizio scolastico che cade a pezzi, la rete ferroviaria locale totalmente insufficiente. Da non dimenticare, poi, il nostro debito nei confronti del Sud del mondo ridotto allo stremo da cinque secoli di saccheggio. Il pensiero è soprattutto per i paesi più poveri che hanno bisogno di tutto: ospedali, scuole, trasporti, energia elettrica. Produrre per i loro bisogni è un modo intelligente per contribuire al loro sviluppo umano e sociale, sostenendo, nel contempo, la nostra produzione. Sullo sfondo di questa ristrutturazione la riduzione dell’orario di lavoro che rappresenta la terza linea guida. Idee semplici che potrebbero risultare vincenti.

http://www.cnms.it/

Guida FLCG di Genova – Edizione 2009

Sta andando in stampa la nuova edizione della guida Fa’ La Cosa Giusta di Genova e provincia, che censisce centinaia di indirizzi di gruppi, associazioni e imprese sostenibili, botteghe del commercio equo e solidale, gruppi d’acquisto solidali, prodotti biologici e biodiversi, per una lista della spesa “sostenibile”. La guida censisce anche i luoghi, fisici o virtuali: i gruppi di consumo critico che promuovono le nuove “reti d’economia solidale”, le campagne di pressione per indurre le aziende a cambiare i propri comportamenti, le manifestazioni e gli eventi.

La Coop Liguria vende detersivi “alla spina

Genova, 6 luglio – Risparmiare in maniera ecologica è ormai possibile,
con l’iniziativa di Coop Liguria di vendita di detersivi sfusi: dal
mese di luglio l’Ipercoop L’Aquilone di Bolzaneto e la Coop A. Negro
mettono a disposizione dei propri clienti i distributori per la
vendita di detersivi “alla spina”, dove i consumatori che vogliono
acquistare detergenti potranno riempire i contenitori di cui sono già
in possesso. L’iniziativa garantisce una doppia convenienza,
individuale e collettiva: spillare l’ammorbidente o il sapone per i
piatti permetterà al singolo risparmiatore di ridurre la spesa tra il
18 e il 20%, mentre la comunità assisterà a una sensibile diminuzione
della produzione di rifiuti. Gli imballaggi infatti rappresentano più
di un terzo dei rifiuti urbani: ed è proprio la necessità di limitare
questi sprechi che ha spinto Coop Liguria a imbarcarsi in questa
impresa. L’operazione ecologica non perde comunque di vista la
qualità: “I prodotti venduti sono tra i due più acquistati tra quelli
offerti da Coop Liguria – assicura il presidente della società,
Francesco Berardini, citato dal sito de Il Giornale – senza
dimenticare che sono detersivi privi di fosfati, e quindi naturali ed
eco-compatibili”. L’erogazione è semplice e immediata. Quattro colori
distinguono i tipi di detersivi distribuiti: sapone per piatti,
ammorbidente, detersivo classico per lavatrice e quello invece
delicato per la lana. I flaconi utilizzati dai clienti potranno essere
usati fino a 30 volte. La vendita di detergenti sfusi per ora sarà
portata avanti solo in due punti vendita: a breve però l’iniziativa
verrà allargata ad altri supermercati della provincia, ed entro un
anno verranno coinvolti i rivenditori più importanti della regione.
L’operazione vede la collaborazione della Provincia di Genova: per
l’assessore all’Ambiente Sebastiano Sciortino “è giusto consumare, ma
bisogna farlo con intelligenza, visto che la produzione pro-capite di
rifiuto o materiale post-consumo ha raggiunto livelli allarmanti”. La
vendita di detersivi sfusi fa parte di una serie di iniziative
affidate alla Commissione Speciale Rifiuti della Provincia, che,
lavorando su diversi fronti, presenterà entro un mese un pacchetto di
progetti per la riduzione di rifiuti alla fonte.

Certificazione energetica degli edifici: era ora!

Roma, 6 luglio – “Rendere trasparente la qualità energetica degli
immobili è un ulteriore passo avanti per garantire l’efficienza e il
risparmio energetico e una maggiore sicurezza per i cittadini che
acquistano una casa. L’obiettivo è promuovere adeguati livelli di
qualità dei servizi di certificazione, assicurarne l’utilizzo e la
diffusione omogenea sull’intero territorio nazionale”. Lo ha detto il
ministro dello Sviluppo economico, Claudio Scajola, firmando il
decreto sulla certificazione energetica degli edifici che entrerà in
vigore nei prossimi giorni con la pubblicazione sulla “Gazzetta
ufficiale”. “I cittadini avranno così la possibilità di capire com’è
stato realizzato l’alloggio che stanno acquistando dal punto di vista
dell’isolamento, della coibentazione e degli impianti energetici, in
che modo esso possa contribuire agli obiettivi di efficienza e
risparmio energetico”, ha concluso il ministro.
Il decreto, emanato in attuazione della direttiva europea del 2002,
definisce le linee guida nazionali per la certificazione energetica
degli edifici e gli strumenti di raccordo, concertazione, cooperazione
tra lo Stato e le Regioni, alcune delle quali hanno già definito
proprie procedure di certificazione, che si integrano alla normativa
nazionale, nel rispetto delle peculiarità di ciascuna Regione. Il
provvedimento segue il decreto del Presidente della Repubblica del 2
aprile scorso (numero 59), che fissa i requisiti energetici minimi per
i nuovi edifici e per le ristrutturazioni di quelli esistenti. Con
queste nuove procedure i cittadini che vendono la propria abitazione
potranno rispondere in modo più appropriato e con oneri assai
contenuti all’obbligo di informare l’acquirente della qualità
energetica dell’abitazione ceduta.
Un altro regolamento definirà infine nelle prossime settimane le
figure dei certificatori energetici (ingegneri, architetti,
professionisti e così via) abilitati al rilascio delle certificazioni.