Francesco Gesualdi sulla Decrescita
Trovo che il movimento della decrescita non abbia le idee troppo chiare, ne` rispetto a che cosa deve decrescere ne` rispetto a dove andare. Mi riferisco in particolare alle cose che dice e scrive Maurizio Pallante, che ho avuto occasione di incontrare in diversi dibattiti pubblici. Pallante nei suoi interventi esordisce sempre con un grande poreambolo. Quando parliamo di crescita, dice, parliamo di crescita delle merci, quindi qualcosa che viene prodotto con l’intento di essere venduto, e siccome siamo in un sistema orientato verso l’aumento delle merci, se vogliamo ridurre il consumo di risorse e la produzione di rifiuti, dobbiamo orientarci sempre di piu` verso l’autoproduzione. Mi pare che sia questa la logica. Io la condivido, almeno in parte. Pero` mi pare che questo sia solo un pezzo del cammino. Se diciamo che questa e` la soluzione a mio avviso sbagliamo di grosso. Se questa e` l’analisi e se – come mi pare si stia facendo – il passo successivo e` il coinvolgimento di alcuni imprenditori, io sono disorientato. Capirei un’associazione o un movimento che dice: possiamo superare questa crisi di sistema solo favorendo al massimo l’autoproduzione, per cui in futuro gli imprenditori non avranno piu` ragione di esistere e non possono essere al centro della nostra attenzione. Se invece si dice che avremo bisogno degli imprenditori, non capisco perche` si spinga tanto sull’autoproduzione e sulla riduzione delle merci. Gli imprenditori che si avvicinano al movimento per la decrescita forse agiscono in una logica di basso consumo delle risorse naturali. Ma le imprese sono sempre tentate dalla crescita dimensionale. Io non ho mai trovato un imprenditore che dica: ho raggiunto un livello di vendite che mi soddisfa e ora mi fermo, non voglio assolutamente muovermi di qui. Tutti puntano ad allargare il mercato, a superare i livelli raggiunti. Mi pare che questa sia proprio la caratteristica del sistema economico. Credo che su questo punto ci vorrebbe piu` chiarezza. Se l’autoproduzione e` solo un aspetto della proposta, allora bisogna allargare la visuale. Il movimento per la decrescita ritiene che il mercato debba continuare ad esistere? D’accordo. Ma come dovra` essere questo mercato? Come andra` regolamentato? Se questo e` il piano dell’argomentazione, io introduco con forza un altro aspetto, che purtroppo non vedo per niente nell’analisi del movimento per la decrescita, ed e` l’azione del pubblico. Io dico che dimenticando il pubblico si dimentica anche il presente: il pubblico oggi e` responsabile del 50% del PIL, quindi una fetta notevole. Senza il pubblico nessuno di noi saprebbe pensare alla propria vita. Appena abbiamo male allo stomaco o a un piede, si prende e si va al pronto soccorso, in una struttura pubblica. E’ un suicidio ignorare questa dimensione, e parlare della decrescita come se fosse un fatto che coinvolge il singolo come autoproduttore e tutt’al piu` qualche imprenditore illuminato o un pochino di tecnologia. E` un suicidio specie quando ci si immerge nei problemi che la gente sente: occupazione, servizi e cosi` via. Io continuo a dire che da parte del nostro mondo manca una visione a 360 gradi. Non c’e` una visione politica forte e questo un po’ mi disarma. Eppure il movimento per la decrescita sembra suscitare un certo fascino proprio negli ambienti del movimento antiliberista. Sarebbe importante che la decrescita non entrasse nei nostri ambienti come una moda. Ce ne sono state tante in passato. Tutti noi soffriamo del fatto di non riuscire a vedere applicate le nostre idee. Questa e` una sofferenza latente: ci diamo un gran daffare, ma il mondo continua ad andare in un’altra direzione, per cui quando viene fuori un’idea nuova molti si aggrappano a questa, sperando che possa essere quella risolutiva, che consenta di vedere realizzati tutti i sogni. Ma queste sono illusioni. Nella rivoluzione culturale cinese, nel ’68 tanto per dire, c’erano elementi che a mio avviso continuano ad essere estremamente validi, ma sono come francobolli appiccicati, stanno su per un certo periodo, poi arriva un po’ di vapore, il francobollo casca e non si trova piu`, benche sia un francobollo che non ha ricevuto il timbro e quindi e` ancora valido. Ho la sensazione che anche la decrescita potrebbe rivelarsi un altro messaggio alla moda del tutto effimero. Il rischio e` tanto piu` alto quanto meno sforzo richiede, sia da un punto di vista di elaborazione intellettuale sia come possibilita` di attuazione immediata. Per cui se si arriva a dire: ecco una soluzione, lautoproduzione, il rischio diventa altissimo. Tutti si mettono a fare lo yogurt in casa e scatta l’innamoramento, perche` si ha di fronte una prospettiva che non richiede grossi sforzi di cambiamento, che non comporta la radicale trasformazione di grandi strutture, rispetto alle quali ci si sente impotenti. Se vogliamo essere seri, dobbiamo affrontare tutti gli aspetti del problema, senza utilizzare la propria intuizione come se fosse una verita` e soprattutto una verita` omnicomprensiva. Quando si affronta un tema come la decrescita, si apre una voragine, tutte le molle del sistema ci schizzano in faccia e bisogna capire come si mettono al loro posto per costruire un congegno che magari utilizza le stesse molle ma magari funziona in modo diverso. Ad esempio: come regolamentiamo il mercato in una situazione in cui esiste un limite rigido all’uso delle risorse e occorre produrre la quantita` minima di rifiuti? Quindi ai promotori del movimento per la decrescita io dico: meno imprenditori illuminati e piu` regole, piu` regole per tutti. Non possiamo fare affidamento sulla comprensione di uno o piu` imprenditori, abbiamo bisogno di regole che costringano tutti a rispettare un certo tipo di comportamento. Sono due mondi diversi. In un caso si rinuncia a giocare un ruolo politico e si continua nella logica delle anime belle che fanno leva sul buon senso, sul buon cuore, sulla comprensione del singolo imprenditore. Alla fine si propone una specie di “capitalismo verde” speculare al “capitalismo compassionevole” che gia` esiste all’interno del sistema. Questa non puo` essere la soluzione. Oltretutto si rischia di offrire una sponda a imprenditori che si autodefiniscono alternativi ma che piu` credibilmente sono in cerca di nuovi ambiti di mercato. I sostenitori della decrescita, quando citano esempi del modo di produzione che hanno in mente, indicano le stesse esperienze che siamo abituati a definire come economia alternativa: i gruppi di acquisto, le reti di economia solidale e cosi` via. Questo e` un altro vizio. Il pregiudizio verso la formula comunitaria e` cosi` radicato che alla fine gli spazi nuovi verso i quali si intende orientarci sono al massimo quelli di una riforma del mercato. Ne deriva che quando si pensa all’economia alternativa non si pensa a un sistema a tutto tondo, che inevitabilmente dovrebbe includere l’economia pubblica, dato che nella stessa economia capitalistica e` gia` presente. Si pensa soltanto a come umanizzare l’economia di mercato. Questo e` lo spazio di alternativa verso il quale realmente ci si orienta. La cosa in se` potrebbe anche andare bene, ma a patto di riconoscere che stiamo parlando solo di uno spicchio – quello riservato all’economia privata – del nuovo sistema che dovremo costruire. Allo stesso modo la soluzione non e` l’autoproduzione. Io stesso dico che l’economia alternativa deve avere piu` dimensioni: pubblica, del mercato, del fai da te. Sono tre grandi sfere a e ciascuna deve avere una funzione secondo una precisa gerarchia. Io dico che l’economia di mercato in questa gerarchia va messa all’ultimo posto. Su questo non ho dubbi. Sostengo questa tesi non perche` sia contro i padroni – sono anche contro i padroni – ma perche` l’economia privata, di mercato, si occupa dei desideri, non della dignita`.
