La United Nations Framework Convention on Climate Change (Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sul Cambiamento Climatico, UNFCCC), entrata in vigore il 21 marzo del 1994, ha come obiettivo “la stabilizzazione delle concentrazioni atmosferiche dei gas serra ad un livello tale da prevenire pericolose interferenze delle attività umane con il sistema climatico” e questo livello di stabilizzazione deve essere raggiunto “in un periodo di tempo da permettere agli ecosistemi di adattarsi in modo naturale ai cambiamenti del clima, tale da assicurare che la produzione alimentare per la popolazione mondiale non venga minacciata e tale, infine, da consentire che lo sviluppo socioeconomico mondiale possa procedere in modo sostenibile.” I rischi derivanti dal mutamento climatico in atto devono quindi essere affrontati su due piani fondamentali:
- azioni che affrontano la questione attraverso una strategia di mitigazione con l’obiettivo globale di un’eliminazione o riduzione progressiva delle emissioni dei gas climalteranti mediante la predisposizione e l’attuazione di piani, azioni e misure nazionali;
- azioni che affrontano la questione attraverso una strategia di adattamento al cambiamento climatico con l’obiettivo di predisporre piani, programmi, azioni e misure che minimizzino le conseguenze negative e i danni causati dal possibile cambiamento climatico sia agli ecosistemi sia ai sistemi sociali.
Riteniamo sia molto urgente intervenire. Pensiamo che non sia più ammissibile attendere ancora. Il costo dell’inazione dal punto di vista ambientale, sociale ed economico potrebbe essere veramente ingente e difficilmente riparabile. Inoltre, riteniamo pericolosa per il Paese la mancanza di un approccio strategico che consenta di trasformare i rischi in opportunità e doti il Paese della capacità di prevedere e anticipare il cambiamento cogliendone anche l’aspetto positivo. Anche il IV e ultimo Rapporto dell’Intergovernamental Panel on Climate Change (IPCC), con analisi sistematica dei dati sino ad oggi disponibili, documenta chiaramente l’importanza di un’azione urgente e immediata. È perciò fondamentale avviare tutte le azioni necessarie per una seria politica di mitigazione. Più si ritarda la stabilizzazione delle concentrazioni atmosferiche di gas che incrementano l’effetto serra naturale, maggiori sono i rischi del cambiamento climatico e dei conseguenti possibili danni. In questo contesto, il 2009 si presenta come un anno cruciale. Un vero e proprio “Anno del clima”. La 15° Conferenza delle Parti della Convenzione Quadro sui cambiamenti climatici, che avrà luogo a Copenaghen il prossimo dicembre, deve approvare il Climate Deal, il nuovo Protocollo che implementa in maniera consistente e significativa la riduzione delle emissioni di gas climalteranti, rispetto agli obiettivi fissati dal Protocollo di Kyoto, individuando target di riduzione dell’ordine del 30-40% al 2020 e dell’80% al 2050. Contestualmente è fondamentale impostare, da subito, una strategia di adattamento al cambiamento climatico che prenda le mosse dalle analisi degli impatti e dei futuri scenari degli impatti stessi. Crediamo sia giunto il momento per l’Italia di dotarsi di una strategia complessiva nei confronti del cambiamento climatico, un vero e proprio piano climatico energetico che affronti, in una dimensione integrata e sistemica, i complessi aspetti della mitigazione e dell’adattamento al cambiamento climatico. A questo scopo, il Comitato Scientifico del WWF si è già fatto promotore, nel 2007, di un percorso che potesse condurre all’elaborazione di Linee Guida per una Strategia nazionale di adattamento al cambiamento climatico coinvolgendo le migliori competenze esistenti nel nostro Paese. Nello stesso anno, ha quindi presentato un primo documento intitolato “Per un piano di adattamento al cambiamento climatico in Italia. Prime indicazioni” particolarmente importante per caratterizzare, sul versante delle problematiche dell’adattamento, la Conferenza Nazionale sui cambiamenti climatici che l’allora Agenzia per la Protezione dell’Ambiente e per i servizi tecnici (APAT, oggi Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale, ISPRA) ha organizzato per conto del Ministero dell’Ambiente, della Tutela del Territorio e del Mare, nel settembre del 2007. Questo nuovo documento vuole costituire un’introduzione alle Linee Strategiche per un piano energetico e alle Linee Guida per una strategia dell’adattamento agli impatti del cambiamento climatico sugli ecosistemi in Italia. Mira, quindi, a porsi come una prima indicazione, di taglio molto generale, degli argomenti e dei temi che un Piano nazionale e una Strategia di questo tipo dovrebbero trattare e cerca di fornire un contributo e uno stimolo affinché tali strumenti vengano presto realizzati.
Per scaricare il documento completo:
http://www.wwf.it/client/ricerca.aspx?root=19417&content=1
Analisi
- Negli ultimi 150 anni, la rivoluzione industriale ha trasformato completamente il modo di utilizzare l’energia da parte dell’uomo; infatti, l’estrazione su vasta scala di combustibili ad alta densità di energia e a basso costo, come il petrolio e solo successivamente il gas, facili entrambi da essere veicolati, ha permesso l’accesso a un enorme quantità di energia potenziale ad appannaggio però di minoranza della popolazione mondiale. La trasformazione di queste fonti in elettricità ha prodotto lo schema energetico dominante, rappresentato da poli di potenza che alimentano una rete capillare di distribuzione di elettricità e combustibili. La domanda energetica mondiale si presenta, tuttavia, molto difforme per area geografica, rispetto al peso demografico di ciascuna area stessa; gli abitanti dei Paesi OCSE, che costituiscono il 18% della popolazione mondiale, nel 2006 hanno avuto un consumo medio pro capite di 4,7 tep, a fronte di circa 1 tep consumato da ciascun individuo del restante 82% della popolazione mondiale. Questo costituisce un primo elemento di criticità per il futuro.
- L’economia mondiale è oggi alimentata fondamentalmente da combustibili fossili che, nel 2006, coprivano l’80,9% dell’energia primaria utilizzata. Piuttosto modesto risulta il contributo del nucleare (pari al 6,2% espresso in calore di cui, però, i 2/3 vengono dispersi, ne consegue che il contributo effettivo al soddisfacimento dei consumi energetici mondiali sia, in realtà, pari ad appena il 2%). L’andamento storico dei consumi mostra una crescita media annua, negli ultimi 30 anni, di circa il 2%, coperta prevalentemente con il ricorso a carbone, petrolio e gas naturale. Continuando con lo scenario di crescita dei consumi degli ultimi 30 anni, prima del 2050 tutte le risorse energetiche non rinnovabili attualmente accertate, uranio compreso, saranno esaurite. Questo è il secondo elemento di criticità.
- Si ritiene sia estremamente imprudente affidare la vita dei 9 miliardi di esseri umani, che probabilmente abiteranno il pianeta nel 2050, alla sola capacita della tecnologia di risolvere problemi e moltiplicare risorse. L’esperienza del passato ha dimostrato come la tecnologia abbia risolto molti problemi ma molti altri ne abbia creati; tra questi, il più grave è sicuramente rappresentato dalla minaccia del cambiamento climatico in atto che costituisce uno dei tanti problemi scaturiti dall’imponente cambiamento ambientale globale, indotto dall’intervento umano sui sistemi naturali.
- Per il contenimento entro livelli gestibili, con apposite misure di adattamento dei danni peggiori derivanti dal cambiamento climatico, secondo il IV Rapporto dell’IPCC, sarebbe necessario che le emissioni di gas serra, prodotte dalle attività umane, venissero ridotte di almeno l’80% entro il 2050. L’Unione Europea si è data come tappa intermedia, il raggiungimento entro il 2020 di una riduzione delle emissioni di gas serra del 20%, portato al 30% in caso di accordo internazionale. Si è prefissata, al contempo, come obiettivi strategici di accompagnamento, la riduzione dei consumi energetici del 20% (rispetto al 2005), attraverso il miglioramento dell’efficienza e una quota di produzione da fonti rinnovabili del 20%. Si ritiene che, per raggiungere l’obiettivo del 2050, si debba decisamente puntare ad una riduzione delle emissioni di gas-serra almeno del 30% entro il 2020.
- Per uscire dal percorso energetico attuale, ormai privo di prospettive, è necessario percorrere strade alternative rispetto a quella sin qui seguita basata sulla crescita illimitata dei consumi in un pianeta con evidenti limiti biofisici, ben chiari a tutta la comunità scientifica. È necessario, invece, riorientare il sistema produttivo e gli stili di vita delle società umane al fine di ottenere il massimo benessere possibile con le risorse a disposizione, operando quindi con concrete azioni basate sull’efficienza, la sufficienza e l’efficacia dei modelli di produzione e consumo.
- Le forniture di energia in Italia si basano quasi esclusivamente su fonti fossili e non mostrano uno scenario in grande evoluzione. Proseguendo su questa strada, i consumi energetici cresceranno e continueranno a basarsi, eccetto che per una modesta quota di rinnovabili, su fonti importate, soggette quindi alle turbolenze nei prezzi che, un quadro internazionale critico, rende sempre più probabili e difficilmente controllabili. Mancando di significative risorse energetiche non rinnovabili interne, il nostro è il Paese maggiormente esposto ai rischi insiti nel proseguire sulla strada delle fonti non rinnovabili. È chiaro come le poche grandi imprese, che controllano il mercato delle risorse fossili e nucleari, e i paesi che ne detengono le riserve, pur consapevoli dei limiti fisici inequivocabili delle loro strategie, intendono tuttavia trarre tutti i vantaggi economici ancora possibili.
- Al contrario, il nostro Paese è particolarmente avvantaggiato quanto a disponibilità di fonti rinnovabili. È sorprendente il fatto che l’Italia, nell’utilizzo delle fonti rinnovabili, sia preceduta da paesi sicuramente meno avvantaggiati per quanto riguarda la loro disponibilità. Ciò è vero per quanto riguarda gli usi sia elettrici sia termici. La geomorfologia del nostro territorio consente un’invidiabile disponibilità di potenziale idroelettrico, già ampiamente sfruttato ma ancora in grado di fornire ulteriori contributi. La cospicua copertura forestale e la buona produttività agricola garantiscono, inoltre, un’mportante disponibilità potenziale di biomasse di scarto e sottoprodotti delle attività primarie.
- L’Italia è, infine, fra i paesi europei più favoriti quanto a ore di soleggiamento e fra i paesi al mondo con la maggiore disponibilità di risorse geotermiche economicamente utilizzabili. Il nostro è, anche, fra i paesi industrializzati che hanno i più bassi consumi pro capite, 3,13 tep, al di sotto della media dei Paesi OCSE (4,7 tep/ pro capite anno), pur avendo un potenziale di miglioramento dell’efficienza molto elevato. Tutte queste opportunità che, fino ad oggi, sono state solo in minima parte sfruttate, costituiscono le basi certe, affidabili e durature sulle quali è indispensabile fondare una strategia energetica realistica e a basso rischio, che avvicini il nostro Paese all’autosufficienza energetica.
- La strada fin qui seguita, essendo fondata su fonti non rinnovabili, non può che evolvere verso crescenti difficoltà economiche e ambientali; il costo delle fonti primarie utilizzate (petrolio, gas, carbone, uranio) non può che continuare ad aumentare a causa del persistente incremento della domanda e del progressivo esaurimento delle risorse più accessibili. I costi ambientali connessi all’utilizzo delle fonti energetiche non rinnovabili (a iniziare da quelli degli impatti del cambiamento climatico), se internalizzati, vedrebbero alcune di queste fonti già oggi fuori mercato.
- Viceversa la strategia che si ritiene proponibile si basa sull’efficienza e sull’integrazione delle diverse fonti endogene e rinnovabili, non soggette a turbolenze di mercato e speculazioni, ma solo a fattori positivi dettati dall’innovazione tecnologica e delle reti di infrastrutture, aspetti con grandi margini di miglioramento connessi allo sviluppo su larga scala. Il costo attualmente superiore di alcune fonti rinnovabili (rispetto a quelle fossili) sta in realtà scendendo rapidamente e si prevede come tali riduzioni di prezzo proseguiranno in maniera significativa nel prossimo futuro.
Proposte
- La strada della sostenibilità, proposta in questo documento, può certamente evolvere verso un continuo miglioramento sociale, economico e ambientale proprio grazie all’integrazione delle attività umane con le risorse disponibili, le caratteristiche ambientali e gli obiettivi sociali; si tratta in pratica di pianificare queste attività in funzione delle risorse rinnovabili utilizzabili localmente, scegliendo le tecnologie più appropriate in tal senso.
- Il primo obiettivo è stabilizzare i consumi, operando sull’efficienza non solo degli usi finali, ma anche dell’intero tessuto economico e produttivo, ridefinendone coerentemente obiettivi, strategie e strumenti. Il secondo obiettivo è ridurre i consumi all’interno di uno schema energetico che deve essere dotato di elevata resilienza, ovvero capace di adattarsi in tempo reale alle variazioni del contesto economico e sociale nazionale e internazionale. Ciò porterebbe alla riduzione del 20% dei consumi al 2020, in linea con gli impegni europei, e del 50% al 2030.
- Le fonti rinnovabili dovrebbero triplicare rispetto a oggi entro il 2020, coprendo circa il 30% dei consumi, e crescere di un altro 25% fino a soddisfare il 50% della domanda di energia nel 2030. Il ricorso alle fonti fossili, ridotto rispetto a oggi del 50%, andrebbe a coprire il restante 50% dei consumi del 2030.
- Se, rispetto alla necessità e alla convenienza di questa trasformazione, è difficile nutrire dubbi, diversi e opinabili potrebbero essere i percorsi di transizione. L’utilizzo di fonti convenzionali, come il carbone o il nucleare, appare problematico sotto tutti gli aspetti, sia economici sia ambientali, e rischia di ingessare il sistema di produzione centralizzata, impedendone una sufficientemente rapida evoluzione verso uno schema di produzione distribuita dell’energia, come quella necessaria all’espansione delle fonti rinnovabili, spesso caratterizzate da bassa intensità e discontinuità.
- Particolarmente rischiosa, anche sul piano economico, appare la scelta di un ritorno all’energia nucleare, fonte che, se correttamente si comprendessero anche i futuri costi di smantellamento delle centrali e di gestione finale delle scorie, nonché gli elevati investimenti pubblici già ricevuti (per la ricerca, la gestione della sicurezza esterna e lo sviluppo di infrastrutture) sarebbe già oggi non competitiva. Gli analisti internazionali (per es., Moody’s) prevedono inoltre come il costo del kWh prodotto sia destinato a raddoppiare entro il 2022, data in cui dovrebbero entrare in funzione le prime centrali italiane ipotizzate dal governo.
- Sebbene lo stato attuale di estrema marginalità del contributo delle fonti rinnovabili (fatta eccezione per l’energia idroelettrica) possa rendere difficoltoso un cambiamento radicale del sistema nei tempi necessari per rispondere sia ai limiti fisici delle risorse non rinnovabili, sia all’esigenza di mitigazione del cambiamento climatico, l’impegno economico inizialmente richiesto dalla strategia proposta presenta tuttavia una convenienza di medio termine tale da motivarne l’attuazione anche e soprattutto nell’attuale situazione di crisi economica.