TRANSITION IN ACTION

 PRIMA PARTE

Raccontare una storia nuova per il nostro futuro

Questo piano di sviluppo della comunità e della contea è diverso da molti piani di sviluppo ai quali siamo stati abituati nella nostra vita. Esso si basa su un insieme diverso, e crediamo più realistico, di ipotesi. Si presuppone che siamo giunti a un momento cruciale e storico nella nostra storia, un momento in cui ci possiamo permettere di pensare in grande e pensare al di là di quello che potremmo definire il ‘business as usual’. L’economia del distretto di Totnes sta cominciando a sentire l’impatto della recessione mondiale, e il record del prezzo del petrolio della scorsa estate ha colpito duramente la nostra economia. E se queste due tendenze si riveleranno essere una caratteristica permanente e crescente della nostra vita quotidiana? Cosa succederà se la nostra zona adotterà misure proattive per rientrare entro i limiti delle emissioni di carbonio, facendo la sua parte per evitare il cambiamento climatico galoppante? Questa prima sezione esamina i principi alla base di questo piano.

INTRODUZIONE 

Ecco un litro di petrolio. E ‘una cosa straordinaria. Il petrolio di questa bottiglia contiene più energia di quanto si creerebbe facendo un duro lavoro fisico per cinque settimane. Proprio in questa piccola bottiglia. Essa ci ha reso potenti al di là delle fantasie delle generazioni precedenti, in grado di modificare paesaggi, mangiare cibi provenienti dall’altra parte del mondo a dispetto delle stagioni, viaggiare per il mondo come se avessimo gli stivali delle sette leghe, e rompere per la prima volta il legame con la terra che sta sotto i nostri piedi.

Il petrolio può anche essere trasformato in un incredibile assortimento di materie plastiche, colle, materiali e prodotti che riempiono le nostre case, i luoghi di lavoro e i negozi. Con esso facciamo i nostri farmaci, e il nostro sistema alimentare è diventato un sistema per trasformare il petrolio in cibo. Se potessimo prendere la nostra vita e strizzarla uscirebbero gocce di petrolio. Tuttavia, questo livello di dipendenza dal petrolio, che una volta ha determinato il nostro grado di prosperità e di successo, determina ora la nostra vulnerabilita’. Se per molte cose il petrolio in questa bottiglia ci ha portato cose meravigliose e opportunità straordinarie, abbiamo bisogno, come Fatih Birol, capo dell’Agenzia internazionale dell’energia ha raccontato ai governi del mondo, di “lasciare il petrolio prima che il petrolio lasci noi”.

Come citato nelle interviste che si aprono nella seconda parte del documento, abbiamo chiesto alla fine dei suoi anni a Douglas Matthews di Staverton, poco prima del suo 100° compleanno, se egli considerava l’età del petrolio da lui vissuta una benedizione o una maledizione:

“Una benedizione per me. Ma anche una benedizione per il tipo di guerre che siamo stati in grado di combattere. E’ una benedizione se si mettono insieme le due cose? Non lo so. Ciononstante sono molto contento per avere vissuto il periodo che ho vissuto”.

 

LE IPOTESI SU CUI SI FONDA QUESTO PIANO

Quando la maggior parte delle amministrazioni, delle aziende o dei governi si siedono a pianificare i prossimi 20 anni, partono ancora dal presupposto che nei prossimi 20 anni si avrà più occupazione, più energia, più automobili, più case, più imprese, più crescita economica e così via. Negli ultimi mesi è diventato chiaro a molti che ciascuna di queste ipotesi è sempre più discutibile.

Stiamo passando da un epoca in cui il nostro livello di successo economico e di benessere personale era direttamente proporzionale al nostro livello di consumo di petrolio, a un tempo in cui il nostro grado di dipendenza dal petrolio sarà indice del nostro grado di vulnerabilità. Per molte persone, è sempre più chiaro che non possiamo continuare a vivere come abbiamo vissuto fino ad oggi, e che tre tendenze principali ci stanno forzando la mano, introducendo grandi cambiamenti inevitabili nel lungo periodo. Questi includono:

L’inizio della fine dei combustibili fossili a buon mercato

Nessuno sa ancora con certezza quando il mondo passerà il picco della produzione petrolifera, anche se questo momento storico può essere già stato superato nel mese di luglio 2008, quando il prezzo ha raggiunto 147 dollari al barile, la qual cosa ha frenato la domanda talmente tanto che ancora oggi deve ancora riprendersi, e realisticamente non potrà farlo mai. Infatti alcuni sostengono che l’attuale situazione economica è stata, in larga parte, causata dal picco del prezzo del petrolio. Il nostro stile di vita dipende dal petrolio a buon mercato per praticamente tutto ciò che sta nelle nostre case, dal nostro cibo ai nostri spazzolini da denti, dai nostri tappeti alle nostre scarpe. Lo stile di vita del 21° secolo è letteralmente costruito sul petrolio. La teoria del picco del petrolio non dice che un giorno non lontano ci sarà ‘esaurimento’ del petrolio, potremmo anche non vedere mai quel giorno, ciò che dice è che presto potremo vedere la fine dell’era del petrolio a buon mercato, e di tutto ciò che questo ha reso possibile. Questa fase si rivelerà un passaggio storico. Durante l’età del petrolio, abbiamo estratto e bruciato 1.200 miliardi di barili di petrolio greggio, quasi la metà di tutta la luce del sole arrivata nella preistoria. Si tratta di una quantità impressionante di materia, e nessuno sa quale impatto a lungo termine avrà sul clima, l’ambiente e l’umanità. Come il capo della International Energy Agency dice ora ai leader di governo del mondo “dobbiamo lasciare il petrolio prima che sia lui a lasciare noi”

L’impatto che sta avendo sul clima

Ogni giorno porta notizie sempre più cupe sulla velocità e sulla portata del cambiamento climatico. Molti di noi hanno notato le variazioni dei modelli meterologici durante la nostra vita, la neve e il freddo d’inverno sono diventati una rarità nel Devon mentre un tempo, come la sezione delle storie orali di questo rapporto mostra, erano eventi banali. La temperatura media è aumentata nel Devon di 1.5° C rispetto al 1960, e si prevede che aumenterà circa altrettanto da qui al 2030. A livello globale, la fonte di maggiore preoccupazione è il livello di scioglimento dei ghiacci dell’Artico, a lungo considerato dagli scienziati del clima come uno degli indicatori fondamentali dei cambiamenti climatici. Il ritmo di fusione è di gran lunga più veloce di quanto chiunque si aspettasse. L’ultimo rapporto del Panel intergovernativo sui cambiamenti climatici, mostrando un consenso scientifico senza precedenti sul fatto che il cambiamento climatico è in corso, ha ipotizzato che, nel peggiore dei casi, il ghiaccio artico potrebbe iniziare a rompersi entro il 2010. Se le tendenze attuali si confermassero potrebbe essere tutto sciolto entro il 2014. I governi ora stanno rispondendo, ma oggi stanno lavorando per raggiungere l’obiettivo di 450 parti per milione. Ultimamente la scienza ci dice che dobbiamo arrivare a 350 parti per millione. Abbiamo già superato i 387ppm. Il nostro tempo per rinviare e per procrastinare gli interventi è da tempo passato. Il livello dei tagli che dobbiamo fare alle nostre emissioni di carbonio è molto profondo, ma realizzabile, e potrebbe essere il catalizzatore di una straordinaria rivoluzione per l’industria e per il commercio.

La fine della bolla della crescita economica

Il denaro è messo in circolo per essere prestato alla gente, così i soldi (davvero) equivalgono al debito. Il Regno Unito è diventato il secondo paese più indebitato del mondo (secondo solo all’Irlanda), con livelli sorprendenti di debito personale e un debito nazionale totale pari al 336% del PIL. Il governo ha anche preso soldi in prestito pesantemente, al fine di perseguire i suoi obiettivi e, più recentemente, per salvare il settore bancario del Regno Unito, debito per il quale sarà responsabile per molti anni a venire. Il guaio con la generazione del debito è che essa si fonda sul presupposto che in futuro saremo più ricchi di quello che siamo attualmente, per poter ripagare il debito. Alla base di questo ragionamento c’è il presupposto che ci sarà sempre energia a buon mercato per garantire la crescita economica necessaria. Il disfacimento attuale della finanza internazionale, e la consapevolezza che gran parte del debito è ‘tossico’, vale a dire non ripagabile, risulterá avere implicazioni molto più profonde di quanto abbiamo fin qui sperimentato.

E’ anche importante il fatto che il Regno Unito, situato alla fine di lunghe condutture energetiche, ha venduto gran parte della sua energia in un momento in cui i prezzi erano molto bassi, ed è diventato un importatore netto in un momento di grande volatilità dei prezzi dell’energia. Inoltre, il livello del debito nazionale sostenuto per il salvataggio delle banche di recente ha richiesto profondi tagli in tutta l’economia, la qual cosa metterà in difficoltà la nostra capacità di fare affidamento sulle pensioni e sullo stato sociale nel modo in cui abbiamo sempre fatto.

Per gli ultimi tre anni, Totnes Transition Town ha coordinato un programma di sensibilizzazione nella città su questi tre temi chiave, portando qui molti esperti mondiali sul tema: esperti del picco del petrolio come Richard Heinberg, Jeremy Leggett e David Strahan, esperti dei cambiamenti climatici come Aubrey Meyer, Mayer Hillman e Tony Juniper, esperti di economia come Andrew Simms, Colin Hines, David Fleming, Molly Scot Catone, Bernard Lietaer, Richard Douthwaite, David Boyle e altri. E’ stato un viaggio illuminante, e gran parte della saggezza che hanno portato a questa comunità viene raccolta in questo documento.

IL CONTESTO DI QUESTO PIANO

Totnes non è la prima città o paese che inizia ad esplorare gli aspetti pratici legati alla sfida di abbandonare la dipendenza dal petrolio e gli alti livelli di emissioni di carbonio. Uno dei primi piani è stato il Kinsale Energy Descent Action Plan, sviluppato nel 2005 dagli studenti di una scuola nel sud dell’Irlanda, che è stato in parte responsabile della creazione del concetto di Transizione. Fu allora che si esplorò per la prima volta come la città avrebbe potuto fare per abbandonare la sua dipendenza dal petrolio, vedendo in questi cambiamenti inevitabili una potenziale grandissima opportunità. La relazione di Kinsale è diventata un fenomeno virale, e da allora ad oggi è stata scaricata migliaia di volte.

I piani che si riferiscono alle risposte al picco del petrolio sono suddivisi in quattro categorie. Ci sono quelli delle amministrazioni locali, quelli che analizzano in modo più ampio l’impatto del picco del petrolio sulla società, quelli che guardano alle soluzioni in un contesto più ampio, ed ci sono infine quelli che, come questo, sono piani di ri-localizzazione guidati dalla comunità, conosciuti come ‘Energy Descent Action Plan’ (uno sguardo più dettagliato su altre comunità che hanno prodotto tali piani si può trovare sul sito web). Alcune autorità locali hanno superato le risoluzioni sul ‘Peak Oil’ (es. Consiglio Comunale di Nottingham), e in alcune realtà locali, in particolare Somerset Leicestershire, sono state approvate risoluzioni a sostegno delle iniziative locali di Transizione.

Le recenti politiche del governo del Regno Unito

Mentre il governo britannico continua ad affermare che il picco del petrolio non è un problema e che deve essere atteso non prima del 2030, esso sta prendendo in considerazione sempre più seriamente la questione del cambiamento climatico. Il suo ‘Low Carbon Transition Plan’ (il suo nome è stato ispirato dalla visita di Ed Miliband al Transition Network Conference 2009, dove è stato invitato come ‘ascoltatore’) stabilisce un piano audace e visionario per il Regno Unito. Esso include qualcosa di simile a quanto viene proposto qui: micro-generazione, efficienza e risparmio energetico, impulso concertato e intersettoriale per ridurre le emissioni del 80% entro il 2050. Esso contiene molti punti discutibili, ed è anche non specifico in modo frustrante sulle misure reali da adottare, specialmente in relazione al cibo e all’agricoltura.

Un paio di mesi dopo, il Cabinet Office ha pubblicato il suo ultimo documento sulle politiche del Regno Unito sul cibo, e, per la prima volta, ha inserito al centro dell’attenzione la questione della sicurezza alimentare. Anche se non promuove l’idea di aumentare l’autosufficienza alimentare regionale, è stato un significativo passo in avanti dalla dichiarazione DEFRA nel 2003 che diceva che ‘la sicurezza alimentare non è né necessaria, né auspicabile’. Riteniamo che ciò che è riportato nel presente piano è più avanti del pensiero del governo e dei politici, e contribuirà notevolmente ad elevare il dibattito nazionale, dato che si tratta di un processo guidato dalla comunità, ponendo quelle domande che oggi il governo si trova ancora a disagio a porre.

Risoluzione ‘Peak Oil’ del Consiglio Comunale di Nottingham (approvata in data 8 dicembre 2008)

Questo Consiglio riconosce l’impatto imminente del picco del petrolio. Il Consiglio ha quindi bisogno di rispondere al rischio di contrazione dell’offerta petrolifera, e aiuterà i cittadini a comprendere che a questo occorre rispondere, ma in un modo che mantenga comunque la prosperità della Città. Il consiglio riconosce che le azioni intraprese per la lotta contro i cambiamenti climatici può anche aiutarci a gestire i problemi relativi al picco del petrolio.

A tal fine, dispone di:

■ Sviluppare una comprensione degli effetti del picco del petrolio sull’economia locale e sulla comunità locale

■ Incoraggiare un cambiamento in tutta la città verso il trasporto sostenibile (in bicicletta e a piedi)

■ Perseguire un uso efficiente dell’energia e un rigoroso programma di risparmio energetico attraverso il piano di gestione delle emissioni di carbonio, le attività per l’accreditamento EMAS e la sensibilizzazione in tutti i settori per ridurre la dipendenza dal petrolio nella città

■ Sostenere la ricerca e la produzione all’interno della città, per contribuire allo sviluppo locale di efficaci strumenti per la produzione di energie alternative e per il risparmio energetico, al fine di favorire un allontanamento da combustibili a base di petrolio e anche al fine di creare posti di lavoro verdi

■ Coordinare le politiche e le azioni finalizzate a ridurre la dipendenza del carbonio della nostra città, in risposta alla necessità di mitigazione/adattamento ai cambiamenti climatici e al picco del petrolio.

In questo modo, il Consiglio Comunale di Nottingham non solo aiuta la città a raccogliere la sfida del picco del petrolio, ma incoraggia anche la città a cogliere le opportunità che il picco del petrolio ci offre.

RESILIENZA 

Il concetto di resilienza è centrale in questo piano. Uno dei modi migliori per spiegare che cosa significa questa parola è di guardare indietro al 2000 e alla vertenza dei camionisti nello stesso anno. Adirati per l’aumento proposto nella tassazione dei carburanti, i camionisti di tutto il Regno Unito hanno picchettato i depositi di carburante e, entro un breve periodo di tempo, la flotta di camion di consegna e la totalità del sistema di distribuzione ‘just-in-time’ ha cominciato a sperimenare una battuta d’arresto. Gli scaffali dei supermercati hanno iniziato a rimanere vuoti entro pochi giorni ed il Regno Unito è passato da essere una nazione con scorte di cibo abbondante e con una illusione di abbondanza, a quello che è stata la sperimentazione di una grave crisi alimentare nell’arco di due giorni e che, proprio in conseguenza di questo breve lasso di tempo, ha messo in evidenza che la produzione locale, che in passato aveva sostenuto il sistema alimentare, era stata in gran parte smantellata.

Nel 2008 il personale presso la raffineria di petrolio Grangemouth arrivò vicino ad uno sciopero che avrebbe portato ad una situazione molto simile a quella del 2000. I mezzi di comunicazione vennero inondati di editoriali del tipo “Come osano queste persone tenere in ostaggio il paese con le loro richieste?” La domanda che nessuno però poneva era come avessimo potuto non imparare la spettacolare lezione di 8 anni prima, e come fosse  possibile essere ancora nella posizione in cui un’interruzione al nostro approvvigionamento di combustibili liquidi avrebbe potuto mettere la nostra economia in ginocchio.

Il punto della questione è la resilienza. La resilienza è, in poche parole, la capacità di un sistema, una persona, un’economia, un paese o una città, di resistere a shock indotti dall’esterno. Come la crisi del credito ha messo in luce, l’economia globale è ormai così fortemente in rete, che uno shock o una crisi in una parte può determinare una ricaduta molto rapida sul resto del sistema. Resilienza è costruire la capacità di adattarsi agli urti, alla flessione, e adattarsi invece di crollare. Si può pensare ad esso come come la costruzione di un sistema di protezione contro le sovratensioni in un impianto elettrico.

Totnes resiliente significherebbe un’economia dove i soldi circolano di più a livello locale, che crea più posti di lavoro locali, meno in balia di aziende che decidono di trasferirsi altrove. Sarebbe diversa, in termini di competenze, mezzi di sostentamento, utilizzo del territorio, imprese, fornitura di alloggi e così via. Potrebbe anche portare i suoi consumi più vicino a casa e assumersi più responsabilità sul loro impatto. Sarebbe una Totnes che ha imparato a vivere meglio, e ad apprezzare le vulnerabilità alle quali gli approcci attuali ci espongono. Se è meraviglioso, e storicamente senza precedenti, essere in grado di mangiare fragole a marzo, bisogna però considerare che il sistema che rende tutto questo possibile ha allo stesso tempo sradicato i nostri sistemi locali, dequalificato i nostri agricoltori e coltivatori e ci ha reso tutti più vulnerabili. Il pensiero resiliente offre una intuizione fondamentale per coloro che progettano il futuro. Il punto di partenza di questo piano non è un elenco di giudizi sulle cose che sono ‘giuste’ e ’sbagliate’ nel mondo. Piuttosto, è un riconoscimento che il cambiamento è inevitabile, e che abbiamo bisogno di lavorare tutti insieme al fine di rendere Totnes e il Distretto il più resilienti possibile, in modo tale da ispirare il resto del paese a fare lo stesso.

LOCALIZZAZIONE

Questo piano esplora i dadi e bulloni delle pratiche di rilocalizzazione dell’economia della zona. Esso sostiene che in un mondo di prezzi del petrolio altamente volatili, di necessità di tagli rigorosi alle emissioni di carbonio e di incertezza economica, l’economia globalizzata da cui siamo così dipendenti non può più essere ritenuta valida, anzi questa stessa economia ci rende altamente vulnerabili. Al momento, Totnes e le sue zone circostanti agiscono come un grande secchio bucato. Il denaro si riversa nella zona attraverso i salari, le sovvenzioni, le pensioni, il finanziamento, le entrate turistiche e così via. Nel nostro modello economico attuale, la maggior parte del denaro raccolto si riversa di nuovo altrove, e la possibilità di sviluppare l’economia a livello locale si perde completamente. Ogni volta che paghiamo la nostra bolletta energetica, il denaro lascia la zona. Ogni volta che facciamo la spesa in un supermercato, l’80% dei soldi lascia la zona. Ogni volta che acquisti online, il denaro che avrebbero rafforzato la nostra economia lascia la zona. Nel frattempo, cresce la pressione sui nostri negozi locali e sulle imprese.

Allo stesso tempo, l’agricoltura locale impiega sempre meno persone ogni anno, sempre più cibo è importato, i nuovi edifici sono creati a partire da materiali provenienti da tutto il mondo, e la maggior parte dei prodotti venduti nei negozi di Totnes hanno viaggiato per lunghe distanze per giungere lì. Il concetto di localizzazione è di spostare il centro di produzione più vicino a casa. Non è qualcosa che può essere fatto in una notte, è un processo a lungo termine che richiede pianificazione, progettazione e innovazione. In molti modi, l’area è pronta ad assumere un ruolo guida nazionale in questa materia, essendo sede di una forte cultura alimentare locale, e di molte imprese innovative. La localizzazione è un concetto potente. Chiaramente Totnes non può diventare autosufficiente, né lo vuole essere. Non sarà mai in grado di produrre computer o padelle. Tuttavia, come citato nella sezione di storia orale, in passato era di gran lunga più autosufficiente rispetto ad oggi, con un funzionamento molto più simile a quello di un secchio che al suo attuale setaccio. Vi è un potenziale significativo per Totnes, per esempio:

■ produrre la maggior parte del cibo a livello locale e creare localmente una gamma di modalità di conservazione e di trasformazione degli alimenti

■ acquistare una percentuale significativa dei suoi materiali da costruzione, sia per costruire nuovi edifici che per le riparazione, sia dalla produzione locale che dal riciclaggio del flusso di rifiuti.

■ Acquistare la sua energia da imprese del settore energetico di proprietà e gestione a livello locale, piuttosto che da quelle distanti

■ Mantenere e valorizzare i negozi della città che sono di proprietà locale, e evitare il fenomeno di ‘Ghost Town’ visto in tante High Street di tutto il paese

■ Trasformare in proprietà della comunità i terreni per lo sviluppo territoriale, in modo che i proventi finanziari derivanti da tale sviluppo appartengono alla comunità, piuttosto che agli speculatori

■ Produrre i farmaci per il trattamento di disturbi comuni utilizzando piante locali

■ Utilizzare i rifiuti del suo cibo per creare bio-metano per veicoli

■ Usare valute locali e meccanismi d’investimento locali per garantire più soldi nelle immediate vicinanze.

Niente di tutto questo accadrà per caso, ha bisogno di un’attenta pianificazione e progettazione. Questo piano è un primo tentativo di cercare di delineare ciò che il processo di ri-localizzazione potrebbe essere.

Tratto (e tradotto) da

http://totnesedap.org.uk/

Partono anche a Genova i Laboratori del Saper fare

 

I Laboratori del Saper Fare nascono nell’ambito del Movimento della Decrescita Felice, a Torino, come Università del Saper Fare e vengono riproposti a Genova dalla collaborazione del Gruppo Decrescita Felice del Circolo ARCI Zenzero e, MDFGe, il Circolo territoriale genovese del Movimento per la Decrescita Felice.

L’ attuale modello socio-economico e i suoi condizionamenti sui nostri stili di vita si possono così riassumere:
• propone una continua crescita del consumo di materie prime e di energia in un mondo in cui le risorse sono limitate e pertanto è insostenibile;
• considera le persone solo in quanto consumatori, valorizzando quello che hanno e non quello che sono e pertanto è frustrante;
• non opera per il benessere comune , ma per il ben-avere di pochi e pertanto è ingiusto;
• esaspera la competitività individuale rispetto alla collaborazione e alla solidarietà, rendendo ognuno più solo e più debole e pertanto è pericoloso;
• ci espropria dei “saperi e del “saper fare” costringendoci a rivolgerci al mercato anche per le esigenze più elementari e pertanto è impoverente;

Proprio partendo da quest’ ultimo punto vogliamo provare a fare qualcosa di concreto, che ci restituisca il senso della socialità, della condivisione, della capacità di affrontare insieme i problemi, e al tempo stesso permetta di ritrovare il senso del saper provvedere a se stessi.

In quest’ottica proponiamo i “Laboratori del saper fare”, una serie di incontri finalizzati a far circolare saperi, capacità, informazioni, istruzioni pratiche nel campo dell’auto-produzione di beni e in quello delle riparazioni domestiche inaugurando nuovi stili di vita e riducendo la produzione di rifiuti, costosi da smaltire e spesso altamente inquinanti.

I corsi si terranno presso
Il Cirolo ARCI “ZENZERO” -
VIA Torti, 35 – GENOVA tra Aprile e Giugno
ISCRIZIONE OBBLIGATORIA attraverso il sito
www.zenzero.info/laboratori
info telef. al n° 327 4257507
Lun., 09.30-11.30 e Merc. 15.00-17.00
Info in sede: Ven. 17.00-19.00

Elenco Laboratori:

Giovedì, 8 aprile 2010, 17.45-20.00
Risparmiare energia in casa
Alberto Ariccio
Le nostre case consumano mediamente tre/quattro volte l’energia di una casa energeticamente sostenibile. Come ridurre i costi energetici familiari anche con semplici interventi fai da te, con autocostruzione pannello termico riflettente per termosifoni

Giovedì, 15 aprile 2010, 17.45-20.00
Recupero stoffe usate
Lidia Viapiano
Trasformazione materiale in nuovi usi: federe, asciugamani e presine da cucina dipinti a mano in tinta con proprio arredamento, spugnette per bagno, imbottitura per cuscini

Giovedì, 22 aprile 2010, 17.45-20.00
Piccole riparazione impianto elettrico
Luigi Stagi
Il corso si propone di illustrare cos’è la corrente elettrica, come intervenire in sicurezza per risolvere piccoli problemi elettrici. Collegamento interruttore al lampadario, accendo e spengo da diversi punti riparare spine/prese/portalampade, etc…), i rischi elettrici domestici e le modalità di rilevazione dei principali guasti elettrici (uso cercafase, tester…) e soluzione di problemi a richiesta

Giovedì, 29 aprile 2010, 17.45-20.00
Erbe spontanee per nutrirsi e curarsi
Enzo Parisi
Il laboratorio prevede una lezione in aula di rassegna di piante commestibili spontanee e per l’automedicazione, con eventuale preparazione di un piatto o di un medicinale.

Giovedì, 6 maggio 2010, 17.45-20.00
Taglia, cuci, ricama, rinnova
Maria Alacevich, Rosalba Malerba
Confezionare berretti, guanti o altro da vecchi maglioni infeltriti

Giovedì, 13 maggio 2010, 17.45-20.00
Fare il pane in casa
Carla Turco
Il laboratorio si propone di fornire le basi per fare il pane in casa. Accenni sui cereali e sulle principali farine utilizzate per la panificazione. Esercitazioni pratiche

Giovedì, 20 maggio 2010, 17.45-20.00
Autocostruzione pannelli solari
Luigi Stagi
Partendo da materiale in commercio, come assemblare i vari elementi per un impianto autonomo o come collegarsi all’impianto di casa. Avere acqua calda senza o con minor consumo della scaldabagno

Giovedì, 27 maggio 2010, 17.45-20.00
Riuso col decoupage
Luisa Cassol
Imparare a ristrutturare vecchi oggetti e attraverso la tecnica del decoupage recuperarli mantenendo o cambiando la loro destinazione d’uso.

Giovedì, 10 giugno 2010, 17.45-20.00
Smontare un computer
Marco Marchetti
Conoscere gli elementi che compongono un computer aumenta la consapevolezza di chi lo utilizza e le possibilità di autoriparazione. Si può così evitare che come spesso accade che il guasto di un singolo componente trasformi in rifiuto, un oggetto complessivamente ancora funzionante

Giovedì, 17 giugno 2010, 17.45-20.00
Colorare con le terre
Mauro Maraschin
Uso delle terre coloranti per dipingere le nostre case

I laboratori prevedono un piccolo rimborso spese volontario da parte dei partecipanti, sia soci dello Zenzero e di MDFGe, che non soci. Chi, fra i non soci, parteciperà ad almeno quattro laboratori riceverà, a scelta, la tessera di una delle due associazioni.

Alberto Ariccio

Parte a Genova il mercato a Km 0

Su iniziativa della Coldiretti parte a Genova il mercato a Km 0. I circa 1000 produttori agricoli che operano nella provincia avranno la possibilità di vendere direttamente i loro prodotti. Il mercato si terrà ogni venerdì dalle 9.00 alle 18.00 presso il Porto Antico, Museo del Mare. Inizio venerdì 12 marzo.
Guarda il video.

http://www.primocanale.it/viewvideo.php?id=30739

IN VIAGGIO VERSO LA TRANSIZIONE

Corsi teorico – pratici per prepararsi al cambiamento.

L’Ecovillaggio Torri Superiore propone dal 4 marzo al 20 giugno un programma di corsi orientati alla creazione di un mondo con minor uso del petrolio e a minor impatto ambientale.

Vogliamo imparare a consumare meno, in modo responsabile, sviluppare le economie locali, impegnandoci ad aumentare il benessere e la gioia di vivere: insomma, fare dei passi concreti verso la Decrescita Felice, seguendo l’esempio positivo del movimento delle Transition Towns.

Per maggiori dettagli: www.torri-superiore.org.

Per informazioni e prenotazioni: info@torri-superiore.org
Tel.               0184 215504         0184 215504

4 / 7 MARZO
Trazione animale – Lavori agricoli con gli asini
Con Marco Spinello

20 / 21 MARZO
Introduzione pratica all’antica tecnica di lavorazione del feltro ad acqua e sapone
Con Gaia Di Stefano

17 / 18 APRILE
Fare la birra in casa – Corso base
Con Katja Mirri

8 / 9 MAGGIO
Produzione domestica di saponi e creme naturali
Con Lucilla Borio

22 /23 MAGGIO
Introduzione all’orto biodinamico
Con Stefano Cattapan

4 / 6 GIUGNO
Costruzione di un pavimento in terra cruda
Con Stefano Soldati

30 MAGGIO /  13 GIUGNO
Progettazione in Permacultura – Modulo certificato di 72 ore
Con Massimo Candela, Stefano Soldati, Fabio Pinzi

14 / 19 GIUGNO
Permacultura pratica
Con Massimo Candela, Daniel Von Düffel

19 /20 GIUGNO
Introduzione al Biochar
Con Nathaniel Mulcahy

GAS: passare alla fase successiva?

I GAS (Gruppi di Acquisto Solidale) nascono e si sviluppano come circuito di acquisto alternativo a un mercato principale. E se modificassimo la formula? Nel modello GAS si potrebbe fare una variazione passando da Gruppi di Acquisto Solidale a Gruppi di Acquisto Sostenibili di Transizione.

Leggete l’articolo di Cristiano Bottone

http://www.terranauta.it/a1030/citta_in_transizione/dai_gas_ai_gast.html

e postate qui il vostro commento.

:-)

Report WWF su cambiamenti climatici, ambiente ed energia

La United Nations Framework Convention on Climate Change (Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sul Cambiamento Climatico, UNFCCC), entrata in vigore il 21 marzo del 1994, ha come obiettivo “la stabilizzazione delle concentrazioni atmosferiche dei gas serra ad un livello tale da prevenire pericolose interferenze delle attività umane con il sistema climatico” e questo livello di stabilizzazione deve essere raggiunto “in un periodo di tempo da permettere agli ecosistemi di adattarsi in modo naturale ai cambiamenti del clima, tale da assicurare che la produzione alimentare per la popolazione mondiale non venga minacciata e tale, infine, da consentire che lo sviluppo socioeconomico mondiale possa procedere in modo sostenibile.” I rischi derivanti dal mutamento climatico in atto devono quindi essere affrontati su due piani fondamentali:

-          azioni che affrontano la questione attraverso una strategia di mitigazione con l’obiettivo globale di un’eliminazione o riduzione progressiva delle emissioni dei gas climalteranti mediante la predisposizione e l’attuazione di piani, azioni e misure nazionali;

-         azioni che affrontano la questione attraverso una strategia di adattamento al cambiamento climatico con l’obiettivo di predisporre piani, programmi, azioni e misure che minimizzino le conseguenze negative e i danni causati dal possibile cambiamento climatico sia agli ecosistemi sia ai sistemi sociali.

Riteniamo sia molto urgente intervenire. Pensiamo che non sia più ammissibile attendere ancora. Il costo dell’inazione dal punto di vista ambientale, sociale ed economico potrebbe essere veramente ingente e difficilmente riparabile. Inoltre, riteniamo pericolosa per il Paese la mancanza di un approccio strategico che consenta di trasformare i rischi in opportunità e doti il Paese della capacità di prevedere e anticipare il cambiamento cogliendone anche l’aspetto positivo. Anche il IV e ultimo Rapporto dell’Intergovernamental Panel on Climate Change (IPCC), con analisi sistematica dei dati sino ad oggi disponibili, documenta chiaramente l’importanza di un’azione urgente e immediata. È perciò fondamentale avviare tutte le azioni necessarie per una seria politica di mitigazione. Più si ritarda la stabilizzazione delle concentrazioni atmosferiche di gas che incrementano l’effetto serra naturale, maggiori sono i rischi del cambiamento climatico e dei conseguenti possibili danni. In questo contesto, il 2009 si presenta come un anno cruciale. Un vero e proprio “Anno del clima”. La 15° Conferenza delle Parti della Convenzione Quadro sui cambiamenti climatici, che avrà luogo a Copenaghen il prossimo dicembre, deve approvare il Climate Deal, il nuovo Protocollo che implementa in maniera consistente e significativa la riduzione delle emissioni di gas climalteranti, rispetto agli obiettivi fissati dal Protocollo di Kyoto, individuando target di riduzione dell’ordine del 30-40% al 2020 e dell’80% al 2050. Contestualmente è fondamentale impostare, da subito, una strategia di adattamento al cambiamento climatico che prenda le mosse dalle analisi degli impatti e dei futuri scenari degli impatti stessi. Crediamo sia giunto il momento per l’Italia di dotarsi di una strategia complessiva nei confronti del cambiamento climatico, un vero e proprio piano climatico energetico che affronti, in una dimensione integrata e sistemica, i complessi aspetti della mitigazione e dell’adattamento al cambiamento climatico. A questo scopo, il Comitato Scientifico del WWF si è già fatto promotore, nel 2007, di un percorso che potesse condurre all’elaborazione di Linee Guida per una Strategia nazionale di adattamento al cambiamento climatico coinvolgendo le migliori competenze esistenti nel nostro Paese. Nello stesso anno, ha quindi presentato un primo documento intitolato “Per un piano di adattamento al cambiamento climatico in Italia. Prime indicazioni” particolarmente importante per caratterizzare, sul versante delle problematiche dell’adattamento, la Conferenza Nazionale sui cambiamenti climatici che l’allora Agenzia per la Protezione dell’Ambiente e per i servizi tecnici (APAT, oggi Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale, ISPRA) ha organizzato per conto del Ministero dell’Ambiente, della Tutela del Territorio e del Mare, nel settembre del 2007. Questo nuovo documento vuole costituire un’introduzione alle Linee Strategiche per un piano energetico e alle Linee Guida per una strategia dell’adattamento agli impatti del cambiamento climatico sugli ecosistemi in Italia. Mira, quindi, a porsi come una prima indicazione, di taglio molto generale, degli argomenti e dei temi che un Piano nazionale e una Strategia di questo tipo dovrebbero trattare e cerca di fornire un contributo e uno stimolo affinché tali strumenti vengano presto realizzati.

Per scaricare il documento completo:

http://www.wwf.it/client/ricerca.aspx?root=19417&content=1

Analisi

- Negli ultimi 150 anni, la rivoluzione industriale ha trasformato completamente il modo di utilizzare l’energia da parte dell’uomo; infatti, l’estrazione su vasta scala di combustibili ad alta densità di energia e a basso costo, come il petrolio e solo successivamente il gas, facili entrambi da essere veicolati, ha permesso l’accesso a un enorme quantità di energia potenziale ad appannaggio però di minoranza della popolazione mondiale. La trasformazione di queste fonti in elettricità ha prodotto lo schema energetico dominante, rappresentato da poli di potenza che alimentano una rete capillare di distribuzione di elettricità e combustibili. La domanda energetica mondiale si presenta, tuttavia, molto difforme per area geografica, rispetto al peso demografico di ciascuna area stessa; gli abitanti dei Paesi OCSE, che costituiscono il 18% della popolazione mondiale, nel 2006 hanno avuto un consumo medio pro capite di 4,7 tep, a fronte di circa 1 tep consumato da ciascun individuo del restante 82% della popolazione mondiale. Questo costituisce un primo elemento di criticità per il futuro.

-          L’economia mondiale è oggi alimentata fondamentalmente da combustibili fossili che, nel 2006, coprivano l’80,9% dell’energia primaria utilizzata. Piuttosto modesto risulta il contributo del nucleare (pari al 6,2% espresso in calore di cui, però, i 2/3 vengono dispersi, ne consegue che il contributo effettivo al soddisfacimento dei consumi energetici mondiali sia, in realtà, pari ad appena il 2%). L’andamento storico dei consumi mostra una crescita media annua, negli ultimi 30 anni, di circa il 2%, coperta prevalentemente con il ricorso a carbone, petrolio e gas naturale. Continuando con lo scenario di crescita dei consumi degli ultimi 30 anni, prima del 2050 tutte le risorse energetiche non rinnovabili attualmente accertate, uranio compreso, saranno esaurite. Questo è il secondo elemento di criticità.

-          Si ritiene sia estremamente imprudente affidare la vita dei 9 miliardi di esseri umani, che probabilmente abiteranno il pianeta nel 2050, alla sola capacita della tecnologia di risolvere problemi e moltiplicare risorse. L’esperienza del passato ha dimostrato come la tecnologia abbia risolto molti problemi ma molti altri ne abbia creati; tra questi, il più grave è sicuramente rappresentato dalla minaccia del cambiamento climatico in atto che costituisce uno dei tanti problemi scaturiti dall’imponente cambiamento ambientale globale, indotto dall’intervento umano sui sistemi naturali.

-          Per il contenimento entro livelli gestibili, con apposite misure di adattamento dei danni peggiori derivanti dal cambiamento climatico, secondo il IV Rapporto dell’IPCC, sarebbe necessario che le emissioni di gas serra, prodotte dalle attività umane, venissero ridotte di almeno l’80% entro il 2050. L’Unione Europea si è data come tappa intermedia, il raggiungimento entro il 2020 di una riduzione delle emissioni di gas serra del 20%, portato al 30% in caso di accordo internazionale. Si è prefissata, al contempo, come obiettivi strategici di accompagnamento, la riduzione dei consumi energetici del 20% (rispetto al 2005), attraverso il miglioramento dell’efficienza e una quota di produzione da fonti rinnovabili del 20%. Si ritiene che, per raggiungere l’obiettivo del 2050, si debba decisamente puntare ad una riduzione delle emissioni di gas-serra almeno del 30% entro il 2020.

-          Per uscire dal percorso energetico attuale, ormai privo di prospettive, è necessario percorrere strade alternative rispetto a quella sin qui seguita basata sulla crescita illimitata dei consumi in un pianeta con evidenti limiti biofisici, ben chiari a tutta la comunità scientifica. È necessario, invece, riorientare il sistema produttivo e gli stili di vita delle società umane al fine di ottenere il massimo benessere possibile con le risorse a disposizione, operando quindi con concrete azioni basate sull’efficienza, la sufficienza e l’efficacia dei modelli di produzione e consumo.

-          Le forniture di energia in Italia si basano quasi esclusivamente su fonti fossili e non mostrano uno scenario in grande evoluzione. Proseguendo su questa strada, i consumi energetici cresceranno e continueranno a basarsi, eccetto che per una modesta quota di rinnovabili, su fonti importate, soggette quindi alle turbolenze nei prezzi che, un quadro internazionale critico, rende sempre più probabili e difficilmente controllabili. Mancando di significative risorse energetiche non rinnovabili interne, il nostro è il Paese maggiormente esposto ai rischi insiti nel proseguire sulla strada delle fonti non rinnovabili. È chiaro come le poche grandi imprese, che controllano il mercato delle risorse fossili e nucleari, e i paesi che ne detengono le riserve, pur consapevoli dei limiti fisici inequivocabili delle loro strategie, intendono tuttavia trarre tutti i vantaggi economici ancora possibili.

-          Al contrario, il nostro Paese è particolarmente avvantaggiato quanto a disponibilità di fonti rinnovabili. È sorprendente il fatto che l’Italia, nell’utilizzo delle fonti rinnovabili, sia preceduta da paesi sicuramente meno avvantaggiati per quanto riguarda la loro disponibilità. Ciò è vero per quanto riguarda gli usi sia elettrici sia termici. La geomorfologia del nostro territorio consente un’invidiabile disponibilità di potenziale idroelettrico, già ampiamente sfruttato ma ancora in grado di fornire ulteriori contributi. La cospicua copertura forestale e la buona produttività agricola garantiscono, inoltre, un’mportante disponibilità potenziale di biomasse di scarto e sottoprodotti delle attività primarie.

-          L’Italia è, infine, fra i paesi europei più favoriti quanto a ore di soleggiamento e fra i paesi al mondo con la maggiore disponibilità di risorse geotermiche economicamente utilizzabili. Il nostro è, anche, fra i paesi industrializzati che hanno i più bassi consumi pro capite, 3,13 tep, al di sotto della media dei Paesi OCSE (4,7 tep/ pro capite anno), pur avendo un potenziale di miglioramento dell’efficienza molto elevato. Tutte queste opportunità che, fino ad oggi, sono state solo in minima parte sfruttate, costituiscono le basi certe, affidabili e durature sulle quali è indispensabile fondare una strategia energetica realistica e a basso rischio, che avvicini il nostro Paese all’autosufficienza energetica.

-          La strada fin qui seguita, essendo fondata su fonti non rinnovabili, non può che evolvere verso crescenti difficoltà economiche e ambientali; il costo delle fonti primarie utilizzate (petrolio, gas, carbone, uranio) non può che continuare ad aumentare a causa del persistente incremento della domanda e del progressivo esaurimento delle risorse più accessibili. I costi ambientali connessi all’utilizzo delle fonti energetiche non rinnovabili (a iniziare da quelli degli impatti del cambiamento climatico), se internalizzati, vedrebbero alcune di queste fonti già oggi fuori mercato.

-          Viceversa la strategia che si ritiene proponibile si basa sull’efficienza e sull’integrazione delle diverse fonti endogene e rinnovabili, non soggette a turbolenze di mercato e speculazioni, ma solo a fattori positivi dettati dall’innovazione tecnologica e delle reti di infrastrutture, aspetti con grandi margini di miglioramento connessi allo sviluppo su larga scala. Il costo attualmente superiore di alcune fonti rinnovabili (rispetto a quelle fossili) sta in realtà scendendo rapidamente e si prevede come tali riduzioni di prezzo proseguiranno in maniera significativa nel prossimo futuro.

 

Proposte

-          La strada della sostenibilità, proposta in questo documento, può certamente evolvere verso un continuo miglioramento sociale, economico e ambientale proprio grazie all’integrazione delle attività umane con le risorse disponibili, le caratteristiche ambientali e gli obiettivi sociali; si tratta in pratica di pianificare queste attività in funzione delle risorse rinnovabili utilizzabili localmente, scegliendo le tecnologie più appropriate in tal senso.

-          Il primo obiettivo è stabilizzare i consumi, operando sull’efficienza non solo degli usi finali, ma anche dell’intero tessuto economico e produttivo, ridefinendone coerentemente obiettivi, strategie e strumenti. Il secondo obiettivo è ridurre i consumi all’interno di uno schema energetico che deve essere dotato di elevata resilienza, ovvero capace di adattarsi in tempo reale alle variazioni del contesto economico e sociale nazionale e internazionale. Ciò porterebbe alla riduzione del 20% dei consumi al 2020, in linea con gli impegni europei, e del 50% al 2030.

-          Le fonti rinnovabili dovrebbero triplicare rispetto a oggi entro il 2020, coprendo circa il 30% dei consumi, e crescere di un altro 25% fino a soddisfare il 50% della domanda di energia nel 2030. Il ricorso alle fonti fossili, ridotto rispetto a oggi del 50%, andrebbe a coprire il restante 50% dei consumi del 2030.

-          Se, rispetto alla necessità e alla convenienza di questa trasformazione, è difficile nutrire dubbi, diversi e opinabili potrebbero essere i percorsi di transizione. L’utilizzo di fonti convenzionali, come il carbone o il nucleare, appare problematico sotto tutti gli aspetti, sia economici sia ambientali, e rischia di ingessare il sistema di produzione centralizzata, impedendone una sufficientemente rapida evoluzione verso uno schema di produzione distribuita dell’energia, come quella necessaria all’espansione delle fonti rinnovabili, spesso caratterizzate da bassa intensità e discontinuità.

-          Particolarmente rischiosa, anche sul piano economico, appare la scelta di un ritorno all’energia nucleare, fonte che, se correttamente si comprendessero anche i futuri costi di smantellamento delle centrali e di gestione finale delle scorie, nonché gli elevati investimenti pubblici già ricevuti (per la ricerca, la gestione della sicurezza esterna e lo sviluppo di infrastrutture) sarebbe già oggi non competitiva. Gli analisti internazionali (per es., Moody’s) prevedono inoltre come il costo del kWh prodotto sia destinato a raddoppiare entro il 2022, data in cui dovrebbero entrare in funzione le prime centrali italiane ipotizzate dal governo.

-         Sebbene lo stato attuale di estrema marginalità del contributo delle fonti rinnovabili (fatta eccezione per l’energia idroelettrica) possa rendere difficoltoso un cambiamento radicale del sistema nei tempi necessari per rispondere sia ai limiti fisici delle risorse non rinnovabili, sia all’esigenza di mitigazione del cambiamento climatico, l’impegno economico inizialmente richiesto dalla strategia proposta presenta tuttavia una convenienza di medio termine tale da motivarne l’attuazione anche e soprattutto nell’attuale situazione di crisi economica.

Francesco Gesualdi sulla Decrescita

Trovo che il movimento della decrescita non abbia le idee troppo chiare, ne` rispetto a che cosa deve decrescere ne` rispetto a dove andare. Mi riferisco in particolare alle cose che dice e scrive Maurizio Pallante, che ho avuto occasione di incontrare in diversi dibattiti pubblici. Pallante nei suoi interventi esordisce sempre con un grande poreambolo. Quando parliamo di crescita, dice, parliamo di crescita delle merci, quindi qualcosa che viene prodotto con l’intento di essere venduto, e siccome siamo in un sistema orientato verso l’aumento delle merci, se vogliamo ridurre il consumo di risorse e la produzione di rifiuti, dobbiamo orientarci sempre di piu` verso l’autoproduzione. Mi pare che sia questa la logica. Io la condivido, almeno in parte. Pero` mi pare che questo sia solo un pezzo del cammino. Se diciamo che questa e` la soluzione a mio avviso sbagliamo di grosso. Se questa e` l’analisi e se – come mi pare si stia facendo – il passo successivo e` il coinvolgimento di alcuni imprenditori, io sono disorientato. Capirei un’associazione o un movimento che dice: possiamo superare questa crisi di sistema solo favorendo al massimo l’autoproduzione, per cui in futuro gli imprenditori non avranno piu` ragione di esistere e non possono essere al centro della nostra attenzione. Se invece si dice che avremo bisogno degli imprenditori, non capisco perche` si spinga tanto sull’autoproduzione e sulla riduzione delle merci. Gli imprenditori che si avvicinano al movimento per la decrescita forse agiscono in una logica di basso consumo delle risorse naturali. Ma le imprese sono sempre tentate dalla crescita dimensionale. Io non ho mai trovato un imprenditore che dica: ho raggiunto un livello di vendite che mi soddisfa e ora mi fermo, non voglio assolutamente muovermi di qui. Tutti puntano ad allargare il mercato, a superare i livelli raggiunti. Mi pare che questa sia proprio la caratteristica del sistema economico. Credo che su questo punto ci vorrebbe piu` chiarezza. Se l’autoproduzione e` solo un aspetto della proposta, allora bisogna allargare la visuale. Il movimento per la decrescita ritiene che il mercato debba continuare ad esistere? D’accordo. Ma come dovra` essere questo mercato? Come andra` regolamentato? Se questo e` il piano dell’argomentazione, io introduco con forza un altro aspetto, che purtroppo non vedo per niente nell’analisi del movimento per la decrescita, ed e` l’azione del pubblico. Io dico che dimenticando il pubblico si dimentica anche il presente: il pubblico oggi e` responsabile del 50% del PIL, quindi una fetta notevole. Senza il pubblico nessuno di noi saprebbe pensare alla propria vita. Appena abbiamo male allo stomaco o a un piede, si prende e si va al pronto soccorso, in una struttura pubblica. E’ un suicidio ignorare questa dimensione, e parlare della decrescita come se fosse un fatto che coinvolge il singolo come autoproduttore e tutt’al piu` qualche imprenditore illuminato o un pochino di tecnologia. E` un suicidio specie quando ci si immerge nei problemi che la gente sente: occupazione, servizi e cosi` via. Io continuo a dire che da parte del nostro mondo manca una visione a 360 gradi. Non c’e` una visione politica forte e questo un po’ mi disarma. Eppure il movimento per la decrescita sembra suscitare un certo fascino proprio negli ambienti del movimento antiliberista. Sarebbe importante che la decrescita non entrasse nei nostri ambienti come una moda. Ce ne sono state tante in passato. Tutti noi soffriamo del fatto di non riuscire a vedere applicate le nostre idee. Questa e` una sofferenza latente: ci diamo un gran daffare, ma il mondo continua ad andare in un’altra direzione, per cui quando viene fuori un’idea nuova molti si aggrappano a questa, sperando che possa essere quella risolutiva, che consenta di vedere realizzati tutti i sogni. Ma queste sono illusioni. Nella rivoluzione culturale cinese, nel ’68 tanto per dire, c’erano elementi che a mio avviso continuano ad essere estremamente validi, ma sono come francobolli appiccicati, stanno su  per un certo periodo, poi arriva un po’ di vapore, il francobollo casca e non si trova piu`, benche sia un francobollo che non ha ricevuto il timbro e quindi e` ancora valido. Ho la sensazione che anche la decrescita potrebbe rivelarsi un altro messaggio alla moda del tutto effimero. Il rischio e` tanto piu` alto quanto meno sforzo richiede, sia da un punto di vista di elaborazione intellettuale sia come possibilita` di attuazione immediata. Per cui se si arriva a dire: ecco una soluzione, lautoproduzione, il rischio diventa altissimo. Tutti si mettono a fare lo yogurt in casa e scatta l’innamoramento, perche` si ha di fronte una prospettiva che non richiede grossi sforzi di cambiamento, che non comporta la radicale trasformazione di grandi strutture, rispetto alle quali ci si sente impotenti. Se vogliamo essere seri, dobbiamo affrontare tutti gli aspetti del problema, senza utilizzare la propria intuizione come se fosse una verita` e soprattutto una verita` omnicomprensiva. Quando si affronta un tema come la decrescita, si apre una voragine, tutte le molle del sistema ci schizzano in faccia e bisogna capire come si mettono al loro posto per costruire un congegno che magari utilizza le stesse molle ma magari funziona in modo diverso. Ad esempio: come regolamentiamo il mercato in una situazione in cui esiste un limite rigido all’uso delle risorse e occorre produrre la quantita` minima di rifiuti? Quindi ai promotori del movimento per la decrescita io dico: meno imprenditori illuminati e piu` regole, piu` regole per tutti. Non possiamo fare affidamento sulla comprensione di uno o piu` imprenditori, abbiamo bisogno di regole che costringano tutti a rispettare un certo tipo di comportamento. Sono due mondi diversi. In un caso si rinuncia a giocare un ruolo politico e si continua nella logica delle anime belle che fanno leva sul buon senso, sul buon cuore, sulla comprensione del singolo imprenditore. Alla fine si propone una specie di “capitalismo verde” speculare al “capitalismo compassionevole”  che gia` esiste all’interno del sistema. Questa non puo` essere la soluzione. Oltretutto si rischia di offrire una sponda a imprenditori che si autodefiniscono alternativi ma che piu` credibilmente sono in cerca di nuovi ambiti di mercato. I sostenitori della decrescita, quando citano esempi del modo di produzione che hanno in mente, indicano le stesse esperienze che siamo abituati a definire come economia alternativa: i gruppi di acquisto, le reti di economia solidale e cosi` via. Questo e` un altro vizio. Il pregiudizio verso la formula comunitaria e` cosi` radicato che alla fine gli spazi nuovi verso i quali si intende orientarci sono al massimo quelli di una riforma del mercato. Ne deriva che quando si pensa all’economia alternativa non si pensa a un sistema a tutto tondo, che inevitabilmente dovrebbe includere l’economia pubblica, dato che nella stessa economia capitalistica e` gia` presente. Si pensa soltanto a come umanizzare l’economia di mercato. Questo e` lo spazio di alternativa verso il quale realmente ci si orienta. La cosa in se` potrebbe anche andare bene, ma a patto di riconoscere che stiamo parlando solo di uno spicchio – quello riservato all’economia privata – del nuovo sistema che dovremo costruire. Allo stesso modo la soluzione non e` l’autoproduzione. Io stesso dico che l’economia alternativa deve avere piu` dimensioni: pubblica, del mercato, del fai da te. Sono tre grandi sfere a e ciascuna deve avere una funzione secondo una precisa gerarchia. Io dico che l’economia di mercato in questa gerarchia va messa all’ultimo posto. Su questo non ho dubbi. Sostengo questa tesi non perche` sia contro i padroni – sono anche contro i padroni – ma perche` l’economia privata, di mercato, si occupa dei desideri, non della dignita`.

Gli imballaggi: un’altra sfida.

Il problema degli imballaggi dei prodotti è certamente uno di quelli che vanno affrontati “a viso aperto” e nell’ottica di una drastica riduzione di questi materiali che spesso poi vengono buttati e magari neanche nei contenitori per la raccolta differenziata. Le responsabilità per una corretta gestione in questo ambito ricadono su tutti noi, ma anche e soprattutto sui produttori che dovrebbero prestare maggiore attenzione a questo problema e ovviamente sui poolitici, cui spetta dettare le regole per una corretta produzione e gestione degli imballaggi e dei rifiuti che da questi derivano.

Ho recentemente notato che le confezioni dei capi di abbigliamento, le comuni borse che danno i negozi, le confezioni anche non per i regali, sono ormai “pezzi da arredamento”, sono davvero belle. Così ho cercato informazioni sulla gestione degli imballaggi e ho trovato innanzi tutto un quadro normativo incoraggiante e anche qualche consiglio utile.

Per quanto riguarda il primo punto, il quadro normativo, noi in quanto appartenenti all’Unione Europea siamo tenuti a recepire le Direttive che vengono prodotte a livello europeo e il tema “ambiente” è sicuramente uno di quelli sensibili, almeno negli ultimi tempi.

Proprio recentemente, nel recepimento della Direttiva Europea 94/62, sono stati fissati nuovi obiettivi di raccolta, recupero e riciclaggio su tutte le tipologie di imballaggio e sono stati istituiti il Conai (Consorzio nazionale imballaggi) e i Consorzi di filiera, uno per ogni tipo di materiale di imballaggi, che si occupano della raccolta dei materiali usati e dei rifiuti derivati.

La materia è complessivamente regolata nel d.lgs. 3 aprile 2006 n.152 “norme in materia ambientale”, il quale dedica un intero titolo ala materia dei rifiuti e degli imbalaggi. Ci sono poi alcune novità più recenti, del 2008, che consistono nella possibilità di avere nuovi Consorzi di filiera, più di uno per ogni materiale, nonchè la previsione secondo la quale i dati del Mud (la dichiarazione ambientale) devono essere comunicati alla Sezione nazionale del Catasto direttamente dal Conai e da soggetto (Consorzi di filiera) cui hanno aderito i produttori per organizzare un proprio sistema autonomo e cauzionale. Unico problema è che in caso di inosservanza, non è prevista alcuna sanzione.

Quindi le regole ci sono e non sebrano male, ora bisogna vedere se e come, soprattutto come,  vengono applicate.

Un dato positivo è che il Conai ha elaborato un progetto, Pensare Futuro, per incentivare i produttori e gli utilizzatori di imballaggi al rispetto dell’ambiente. Tale progetto prevede alcune attività: il Dossier Prevenzione; l’Oscar dell’ Imballaggio; l’ Indagine sul riutilizzo; lo sviluppo di strumenti volontari (soprattutto di certificazione); il Panel Conai-aziende.

 

Per quanto riguarda invece ciò che tutti noi possiamo fare, si tratta di piccoli accorgimenti, che magari già seguiamo:

-evitare di acquistare prodotti con confezioni eccessice  e preferire prodotti imballati semplicemente;

-riutilizzare i contenitori in casa;

-preferire le confezioni in vetro rispetto a quelle in plastica;

-acquistare prodotti confezionati in modo tradizionale e non in porzioni singole o mini-porzioni, preferire anzi i  “formato famiglia”;

-preferire le confezioni ricaricabili;

-acquistare, ove possibile, merce sfusa;

-utilizzare carrelli, borse di carta o meglio di cotone per trasportare la spesa;

-preferire le confezioni costituite di un solo tipo di materiale;

-non acquistare prodotti usa e getta;

-preferire prodotti in confezioni fatte di materiali ricilclati;

-acquistare prodotti in confezioni ridotte.

Sono gesti semplici, che è possibile compiere nella quotidianità, ma che se diffusi a tutta la popolazione darebbero un contributo decisivo alla soluzione di questo problema.

Educazione slow

Negli ultimi tempi mi sono sempre più appassionata dei temi riguardanti l’educazione e la pedagogia, tanto che ho deciso di tornare all’Università per acquisire le basi per un eventuale, futuro impegno nel mondo dell’infanzia. Si dice spesso che i bambini sono il nostro futuro, si sprecano moltissime parole sulla “famiglia” e sui servizi dedicati ai più piccoli, eppure i buoni intenti raramente si concretizzano in politiche sociali veramente incentrate su quell’età meravigliosa e decisiva che è la fanciullezza. Aumentare la permanenza dei bambini nei nidi o nelle scuole private, riempire la loro giornata di impegni ricreativi e culturali di ogni tipo, in modo da sollevare i genitori lavoratori da una serie di incombenze, non significa prendersi cura di loro. Purtroppo li abbiamo abituati sin dalla più tenera età a vivere di corsa, come gli adulti, a prediligere il “fare” e la competizione ad ogni costo.

Essendomi avvicinata allo stile di vita della decrescita, non ho potuto non interessarmi anche a una pedagogia della lentezza, provando a immaginare come i principi e le buone pratiche che stiamo cercando di rivalutare e valorizzare attraverso una diversa concezione della vita, del tempo, della persona e della natura, potessero essere applicati all’universo infantile. Credo che i più piccoli abbiamo molto da insegnarci in questo senso e che tutta l’esperienza educativa si possa trasformare, in realtà, in uno scambio continuo fra adulti e bambini che imparano a crescere insieme. La pedagogia della lumaca, l’ultima opera dell’educatore Gianfranco Zavalloni, sarà uno dei temi trattati durante il seminario Decrescita: istruzioni per l’uso che si terrà sabato 26 settembre all’edizione genovese della fiera dell’economia solidale “Fa’ la cosa giusta“.

Penso che entrare in comunicazione con i bambini e i ragazzi, anche attraverso degli incontri da realizzare nelle scuole, sarà un po’ come piantare il “seme della decrescita”.

Vi aspettiamo numerosi alla Fiera!

DIZIONARIO DI BUONE PRATICHE

Acqua del rubinetto
Non comprando l’acqua ferma in bottiglia risparmiamo mezzo euro a testa al giorno, e 200.000 tonnellate di plastica all’anno in Italia, enormi quantità di petrolio per la produzione e i trasporti..

Acqua da non sprecare
I riduttori di flusso, piccoli aggeggi dal costo di uno o due euro che si applicano ai rubinetti e alle docce di casa, miscelano acqua e aria permettendo un risparmio a parità di servizio fino al 50 per cento.

Affitto e cohousing
Almeno le spese extraffitto si possono ridurre con il cohousing, modello variegato di comunità residenziale a servizi condivisi e riproducibili anche in un condominio (www.cohousing.it).

Alimenti proteici vegetali
Se la carne porta via un quarto del bilancio alimentare, ragione in più per sostituirla con le proteine etiche, vegetali, ben più sostenibili, accessibili a tutti al mondo, gustose!

Alimenti biologici
Il cibo bio costa quanto l’altro se: a) si comprano le materie prime (frutta, ortaggi, cereali) per trasformarle in casa; b) si preferiscono le bancarelle bio o i Gas (v.oltre); c) si usano cucinando anche le bucce, le scorze.

Alimenti non pronti
Gli ortaggi già lavati, i piatti già cotti costano anche 5 volte più delle materie prime – sfuse o con piccolo imballaggio – necessarie a produrli. Evitarli risparmia soldi, plastica, polistirolo, e i tanti giri di fabbriche.

Alimenti «vicini» e di stagione
Leggendo la provenienza di frutta, verdura e trasformati ed evitando pesche a Natale, arance in agosto, asparagi in autunno e così via (e la frutta esotica) si risparmiano denaro e oltre 1,5 kg di anidride carbonica ogni mille km percorsi da un kg di alimento (www.coldiretti.it)

Arredo usato
Dai mobili ai tendaggi, dagli oggettini agli scaffali, pescare dalla miniera del già esistente fa risparmiare euri e legno (magari di foresta); e può essere un acquisto solidale (www.manitese.it; www.emmaus.it)

Artigianato d’uso
Una brocca, un piatto, un asciugamano fatti da artigiani italiani o del commercio equo costano di più, ma belli come sono li faremo durare moltissimo. Pagheremo lavoro più che materie prime.

Autoprodurre

Incoraggiare l’autoproduzione alimentare (ad es. yogurt, pane, dolci, liquori, conserve alimentari…) e di tutto ciò che sia possibile ad es. capi di vestiario, mobil. Sostituire il più possibile le merci (prodotte per essere vendute) con beni autoprodotti, riportando il mercato alle sue dimensioni fisiologiche, naturali. Ricostruire le conoscenze distrutte dalla parcellizzazione delle competenze .

Bicicletta
In media ogni 15 km percorsi in bici si risparmiano 3 kg di anidride carbonica e almeno 1,5 euro se si lascia l’auto e fino a 2 kg di anidride carbonica e un euro se si lascia la moto. Bici usate (con marce) presso le ciclofficine.

Borraccia, bicchiere e thermos
Comodamente in borsa permettono di evitare anche fuori casa le bottiglie di acqua ferma, molte lattine e contenitori di drink zuccherosi, montagnuzze di bicchierini di plastica usa e getta, portando tisane, bevande e caffé da casa e potendo bere a qualunque rubinetto. Costano 10-15 euro e durano anni e anni.

Borse di tela
Belle comode e durevoli sostituiscono gli inutilissimi nove miliardi di shopper usa e getta usati ogni anno in Italia per portare la spesa a casa. Risparmio di 5 centesimi a shopper.

Caffé equo
Al bar costa almeno 70 cent; quanti ne prendiamo al giorno al mese all’anno? Conviene farlo in casa o in ufficio. Quello equo costa forse due miseri euro al mese più dell’altro…

Caldo saggio
Due gradi in meno, una sciarpa in più e il clima ringrazia. Pure il portafogli: anche senza riformare la casa o il sistema di riscaldamento, abbassare la temperatura fa risparmiare il 6 per cento per ogni grado ridotto.
Una valvola termostatica applicata ai radiatori costa una ventina di euro e può far risparmiare fino al 20 per cento dell’energia, dunque molti gas serra.
Sostituire lo scaldacqua elettrico con uno a metano o solare fa risparmiare centinaia di euro e di kg di CO2 all’anno. E poi scoprire l’acqua fredda!

Car pooling
Se proprio serve l’auto su un dato tragitto, verso il lavoro o la scuola dei figli, almeno condividiamola con altri viaggiatori a turno (individuandoli fra i vicini). Così la spesa e il carburante fossile si dimezzano, o più.

Car sharing
Attivo in varie città, supera l’auto in proprietà ( www.icscarsharing.it). L’auto condivisa si prende a pagamento solo quando serve. Risparmi di centinaia di euro all’anno in spese fisse e minimizzazione dell’uso non avendola a portata d’occhio.

Carta riciclata
Igienica o da fotocopie, da scuola o da ufficio, non costa più dell’altra, basta trovarla(www.cartierraverdedellaliguria.it). Inoltre riciclare i fogli e fotocopiare meno fa risparmiare energia, acqua e alberi e qualche cent.

Comunicare anziché cellulare
Evviva chi risparmia coltan e rifiuti elettronici tenendo il vecchio modello e protegge le proprie cellule usandolo «come una radio di emergenza». Abbiamo tutti una email o una segreteria telefonica. Molto meno onerose anche in euro.

Elettrodomestici
Fanno l’80 per cento della bolletta elettrica. Quelli di classe energetica migliore costano di più ma si ammortizzano in pochi anni. Inoltre: molti si possono sostituire con i manodomestici a energia umana.

Energia umana
Perché sprecarla in enervigore palestre anziché usarla produttivamente con pedali e manovelle per sostituire macchinari a energia fossile? Biciclette. Radio a manovella, come pile e mulini. Mani per lavare i piatti. Piedi per camminare. I parchi sono ottime palestre; chiedere l’installazione degli economici percorsi vita.

Filiera corta

Aiutare a programmare la “filiera corta”, cioè la messa in commercio di prodotti (soprattutto commestibili) provenienti da località vicine, così da ridurre i trasporti.

Fotovoltaico
Un impianto per produrre elettricità dal sole richiede almeno 15.000 euro ma con il conto energia (http://www.conto-energia-online.it/) si ammortizzano in pochi anni e il resto è guadagno. Ci sono anche gruppi d’acquisto ( www.jacopofo.com/pannellisolari)

Fresco
Mai superare i sei gradi di differenza fra dentro e fuori. Perché ghiacciare in estate sforando tutti i picchi nel consumo di energia? Meglio il ventilatore, la coibentazione, le tende e…al bando le cravatte e le giacche.

Giochi e regali
Fra le regole d’oro del neuropsichiatra infantile Giovanni Bollea: «Dar loro meno, il consumismo apre le porte alla noia». Meglio i giochi meno elettronici, quelli manual-mentali da tavolo, i giochi solari, quelli autocostruibili, gli ecolibri costruiti insieme, i libri ecologisti. Lettura: Il pianeta lo salvo io (Edt).

Gita fuori porta
Non solo a Pasquetta, ma tutto l’anno, scoprire bei luoghi vicini a cui si arriva con i mezzi pubblici per un bel picnic al sacco ci permette anche di trovare erbe e frutti abbandonati o selvatici.

Gruppi d’acquisto solidale
Associarsi a un Gas o fondarne uno con altri amici o colleghi è un modo per ottenere beni di qualità – alimenti, detersivi, pannelli solari, ecovernici, cancelleria… – a prezzi inferiori e conoscendo i produttori.

Igiene, lavaggi e cosmesi
Detersivi, oli, shampoo e saponi si possono fare in casa con poco tempo e molto risparmio (www.forumetici.org). Riscoprire il sapone di Aleppo o Marsiglia invece dei bagnischiuma. Lettura: Cosmesi naturale pratica (Stampa Alternativa).

Imballaggi

richiedere di eliminare gran parte degli imballaggi e contenitori di ogni oggetto in vendita;

Lampadine
Le lampadine a basso consumo costano dieci volte più di quelle a incandescenza ma durano 8 volte tanto e consumano un quinto (www.dimagrisco2.it)

Luci
Spegnerle sempre quando non servono; idem per gli stand by che totalizzano se accesi l’8 per cento in media della spesa elettrica.

 Ecoducatori: contestare le luminarie comunali!

Merci di lunga durata

Comprare merci di lunga durata, anziché come oggi programmate per pochi anni (o mesi, a seconda del genere);

Pannolini lavabili
Senza richiedere fatica o operazioni spiacevoli, l’abbandono dei pannolini usa e getta multinazionali fa risparmiare nei primi due-tre anni di vita circa 2.000 euro, una tonnellata di rifiuti, molta acqua, cellulosa ed energia. Incentivando i nuovi modelli di pannolini lavabili in cotone bio, con sconti ai genitori, i comuni risparmiano 220 euro di smaltimento rifiuti per ogni bambino

Pannelli solari autoprodotti
La Rete per l’aucostruzione solare (www.autocostruzionesolare.it) organizza corsi, laboratori, assistenza, gruppi d’acquisto per ridurre anche a un terzo il costo dell’impianto, facendo in buona parte da sé (come in Austria)

Piante alimurgiche

Sono piante molto comuni, raccoglibili in passeggiate campestri. Sono un ottima e succulenta alternativa agli acquisti nei negozi per la preparazione di frittate, insalate, ripiei, marmellate, sciroppi etc.

Piaceri e divertimenti
«La maggior parte dei piaceri non richiede il consumo di energia da macchinari» (dal saggio-manuale utopico Bolo’Bolo). Consumi zero di materia e di euri. Vedasi una camminata sotto un viale di tigli fiorito esercitando i cinque sensi (anche il palato, quando si berrà la tisana fatta con i fiori di tiglio raccolti, messi a essiccare all’ombra e conservati in vasetti al buio).

Piatti da campeggio
Con coperchio e stoviglie, ci permettono di consumare nella pausa pranzo il cibo preparato la sera prima; risparmio di almeno 5 euro al giorno, cibi più sani, meno stoviglie usa e getta. Costo di acquisto ammortizzato in tre-quattro giorni di servizio attivo.

Pubblicità
Si ripercuote sul costo del bene/male. Ignorarla (clic mentale), e rifiutarla se cartacea nella cassetta postale o brevi manu.

Regali saggi
Buste e cartoncini da lettera autorealizzati con collage di fiori secchi, foglie, cordicelle, stoffe sono un vero regalo; poi borracce, piatti da campeggio, lenzuoli sacco, borse di tela da noi decorate, brocche artigianali, semi antichi da orto o frutteto.

Ridurre i consumi e gli sprechi

Ridurre i consumi di beni materiali non essenziali e soprattutto gli sprechi e i troppi bisogni inutili, indotti da una pubblicità ingannevole. Dare valore a chi ritiene importante la moderazione e la frugalità vs chi ama gli eccessi, ai tempi lenti vs la velocità, la performance, lo stress. Minore consumo e migliore consumo. Eliminare gli sprechi e il superfluo.

Rifiuti zero
Minimizzarli, compostarli in condominio (chiedendo lo sconto sulla tariffa). Ecoeducatori: chiedere la raccolta porta a porta, per non doversi caricare del costo ecologico ed economico degli inceneritori….

Riparare
Se una riparazione costa tanto quanto un nuovo oggetto, scegliamo quella: si sosterrà il lavoro di qualcuno ma senza sprecare materia.

Ristoranti d’amici
Invitarsi a turno la sera è un buon modo per risparmiare convivialmente decine di euro.

Scambio di ospitalità per viaggi e vacanze
Macché seconde case cemento-vacanza, o costosi alberghi. Io presto la mia a te, lei presta la sua a me e via triangolando a seconda dei bisogni (www.scambiocasa.com). Ancor meglio l’ospitalità solidale Servas (www.servas.it).

Sigarette
Anche 150 euro al mese (1.750 all’anno) se ne vanno in fumo per un male che mina la salute, arricchisce multinazionali anglosassoni, è coltivato con pesticidi, tanta acqua e danni ai lavoratori…Lettura: E’ facile smettere di fumare se lo sai fare (Allen Carr). Costo 10 euro che si ammortizza in pochi giorni smoke-free.

Telefono fisso
La cooperativa Livecom (www.livecom.coop) è un operatore telefonico non profit. Tariffe speciali senza profitti multinazionali.

Vestiti usati
Il valore di usare abiti più volte in più persone è anche economico. Altro che comprare straccetti cinesi da quattro soldi subito da rottamare.

Viaggi vicini
Gli aerei low cost costano poco ma sono micidiali per il clima. Scoprire le meraviglie che abbiamo intorno, o almeno a portata di treno, pulman, traghetto. E su meno di 700 km l’aereo alla fin fine non è più veloce (se mettiamo nel conto anche i cambi e le attese).