COSTRUIRE PARTECIPAZIONE (20 GENNAIO 2011)

Il Circolo di Genova del Movimento per la Decrescita Felice e il Meetup Amici di Beppe Grillo di Genova – Gruppo Storico – organizzano il seminario dal titolo:

COSTRUIRE PARTECIPAZIONE
favorire il coinvolgimento dei cittadini nelle scelte delle amministrazioni locali in Liguria, a partire dai “beni comuni” (ambiente, territorio, servizi, utilities)

Interviene:

Salvatore Amura
“Rete del Nuovo Municipio”

QUANDO: giovedì 20 gennaio · 17.00 – 20.00
DOVE: Auditorium del Convitto Colombo Via Dino Bellucci 4 – 16124 Genova

Introduce: Marcello Moresco – MDF Genova
Partecipano:
- Manuela Cappello – consigliera comunale Ge
- Danilo Castagnetti – agente di sviluppo locale
- Deborah Lucchetti – presidente Fair

Contiamo sul contributo di cittadini, movimenti e associazioni interessati a questi argomenti!

QUI DI SEGUITO: I percorsi di costruzione di processi istituzionali per la promozione della partecipazione (di Salvatore Amura – vicepresidente Rete Nuovo Municipio)

In un’epoca di estrema globalizzazione, in cui si assiste allo sviluppo parallelo di un mondo globalizzato e al tempo stesso di realtà fortemente radicate nelle loro configurazioni locali, il Municipio riveste un ruolo centrale perché è e rimane l’unica vera espressione di una concreta comunità territoriale. Le dinamiche sociali, economiche, politiche e culturali, hanno oltrepassato ogni confine geografico. Gli Stati e le Regioni hanno perso la loro originaria funzione aggregativa e sono sempre più distanti dal Paese e dai bisogni reali. I governi sembrano rappresentare soltanto se stessi e i cittadini rischiano di diventare i destinatari incolpevoli di politiche imposte dall’alto, spesso indesiderate.
La legittimazione dei primi si regge unicamente sul sempre più debole filo elettorale che li lega ai secondi, ma nulla di più. Il mondo è in rete: ciò significa che ogni produzione materiale o culturale è decentralizzata ed è in grado di diffondersi e attuarsi liberamente, anche oltre i vincoli e la supposta necessità di strutture di regolazione e di controllo “verticali”, pubbliche e private. Il futuro dell’energia può passare non più dalle grandi centrali nucleari ma anche da molteplici centri di produzione locali interconnessi.
La diversificazione della produzione agricola e manifatturiera e una più stretta relazione – umana – tra produttore e consumatore possono plasmare una nuova forma di economia locale di qualità, al riparo dalle pressioni e dalle crisi internazionali e in grado di produrre nuovi posti di lavoro. L’economia può tornare a essere al servizio della comunità e dell’ambiente e dei loro bisogni. E non viceversa.
Rete vuol dire essere autonomi, ma in relazione. Vuol dire libertà, resa possibile soltanto dallo scambio e dalla condivisione del sapere. Rete vuol dire mettere il locale in relazione con il mondo; e locale significa inevitabilmente processi democratici dal basso. Cambia il concetto di governo del territorio, che non è più l’intervento dall’alto da parte di una classe politica illuminata, ma un processo orizzontale di partecipazione, fondato sulla consapevolezza che il sapere proviene dalla cittadinanza, la quale, molto spesso, oltre a conoscere i problemi è capace di intravederne le soluzioni. Il sapere è diffuso ed il progresso non è più la previsione di una grande narrazione, ma il lento risultato di una continua riflessione collettiva. Per questo motivo la circolazione delle idee -che, all’origine, sono giocoforza locali e decentrate- vale più di qualsiasi centro studi, di elite o autorità. Sono la linfa della democrazia reale.
Di fronte a questo scenario contemporaneo, il Municipio rimane l’unico spazio entro cui i cittadini possono partecipare alla costruzione del proprio futuro. I municipi sono il livello istituzionale più appropriato per affrontare in modo vigoroso questi cambiamenti e i problemi che essi generano: crisi economiche e dell’occupazione, crisi di rappresentanza, crisi di governabilità e perdita di benessere quotidiano. Per questo motivo il tema del federalismo municipale e solidale è sempre più attuale e il coinvolgimento della società civile, organizzata nelle politiche pubbliche, sempre più importante. All’interno di questa configurazione globale, assimilabile a un grande network, i municipi sono piccoli punti di snodo in cui convergere e da cui partire per promuovere idee e pratiche.
Nodi “democratici”, ma niente affatto artificiali, perché reale espressione delle necessità e della volontà dei cittadini. Tuttavia anche il Municipio rischia di essere un nuovo “centro di potere” se, nel suo piccolo, ancora si pone come autorità tradizionale. Quali sono allora i punti di riferimento per una buona politica, i pilastri di una democrazia rinnovata?

1. la partecipazione diretta dei cittadini
2. la tutela dei beni comuni: acqua, territorio…
3. lo sviluppo sostenibile, la gestione di energia, rifiuti…
4. la tutela dei diritti e la solidarietà sociale
5. le nuove prassi dell’economia solidale

Sono questi i fondamenti del Manuale del Buon Amministratore Locale.

Cittadinanza attiva è …

Cittadinanza attiva è conflitto e lotte sociali, difesa ed espansione dei diritti, disobbedienza alle leggi ingiuste, mutuo sostegno nelle lotte e nelle azioni di contrasto, rifiuto dei rifiuti, opposizione alla devastazione ambientale e sociale.
Cittadinanza attiva è cooperazione sociale, solidarietà e aiuto reciproco, creazione di legami sociali e di nuove relazioni collettive, costruzione di comunità e di nuova fratellanza.
Cittadinanza attiva è occupazione trasformativa dei luoghi della città, delle case sfitte, degli immobili dismessi, delle aree abbandonate, occupazione e reinvenzione dello spazio pubblico.
Cittadinanza attiva è creatività di strada e di città (writing, colorazione degli spazi urbani, risignificazione e riappropriazione creativa dei luoghi, mediactivism, televisioni di strada, comunicazione alternativa).
Cittadinanza attiva è riprogettazione del luogo di residenza e di vita a partire dalla propria casa, dalle relazioni di prossimità, dalla nuova intensità di relazioni delle microcomunità in formazione.
Cittadinanza attiva è un pezzo di città che “funziona”, un quartiere accogliente e ricco di attività e di relazioni, una piccola città che non ti distrugge.
Cittadinanza attiva è un municipio fondato sulla partecipazione sociale, sulla mobilitazione degli abitanti, sulla creatività delle vecchie e nuove popolazioni.
Cittadinanza attiva è un territorio ambientalmente sano e produttivo, un’economia non distruttiva, un’agricoltura in pace con la vita delle piante, degli animali e degli uomini, una gestione prudente delle risorse e delle ricchezze naturali.
Cittadinanza attiva è costruzione di reti di città amiche, di federalismo solidale dal basso degli insediamenti e dei municipi, di territori liberati dai vincoli della globalizzazione e dai processi di omologazione economica e culturale.
Cittadinanza attiva è una nuova forma di cooperazione internazionale, di relazione diretta di territori con territori, di città del mondo ricco con città del mondo povero, politica estera gestita in prima persona dalle comunità locali e dalle amministrazioni decentrate.
(tratto da G. Paba, C. Perrone, a cura di, Cittadinanza attiva. Il coinvolgimento degli abitanti nella costruzione delle città, Alinea, Firenze, 2004, pp. 25-28)

ASPO Italia – nota informativa

Alla Cortese Attenzione

PRESIDENTI DELLE REGIONI E DELLE PROVINCE AUTONOME
PRESIDENTI DELLE PROVINCE
RAPPRESENTANTI DI REGIONI, PROVINCE ED ENTI LOCALI
PRESSO LA CONFERENZA STATO – REGIONI – ENTI LOCALI

8 Maggio 2010

Oggetto: Nota informativa – Petrolio, economia e società

Egregio Sig. Presidente,

Ci permettiamo di sottoporre alla Sua considerazione la presente comunicazione, con l’obiettivo di contribuire al quadro conoscitivo nel settore energetico, che costituisce materia concorrente tra Stato, Regioni ed Enti Locali.

LA DISPONIBILITA’ DI PETROLIO A BASSO COSTO E’ IN DECLINO

Sussistono ragioni molto fondate per ritenere che la crisi finanziaria, partita nel 2007 in modo graduale ed evoluta nel 2008 in un vero e proprio ridimensionamento dell’economia globale, tragga in gran parte la propria origine nell’incapacità di estrarre petrolio greggio in quantità sufficienti, e a costi sufficientemente bassi, tali da sostenere la crescita imposta dall’economia aperta di mercato ormai affermata in tutto il mondo.

La medesima crisi e la conseguente diminuzione dei consumi ha senza dubbio avuto l’effetto, molto temporaneo, di rallentare l’incipiente deficit di petrolio, ovviamente al costo di un relativo impoverimento di molti Paesi e degli strati più svantaggiati delle relative (e sempre crescenti) popolazioni; l’attuale stabilizzazione dei prezzi del barile di petrolio oltre gli 80 dollari testimonia tuttavia che i fondamentali scatenanti non si sono modificati.

La relativa e modesta ripresa in corso non potrà che accentuare e avvicinare il momento in cui l’offerta di petrolio non potrà più fare fronte alla domanda minima sufficiente a sostenere la crescita necessaria a uno sviluppo armonico e al benessere diffuso.

La stessa Agenzia Internazionale per l’Energia e il Governo USA (cfr. Approfondimenti in fondo al testo) hanno diffuso per la prima volta un avvertimento che, se ben interpretato e seguito da azioni adeguate, potrà aiutare almeno ad attenuare gli effetti del prossimo “crash” petrolifero.

La nostra Associazione si permette di suggerire una particolare attenzione non soltanto al suddetto previsto evento, ma anche alla sua collocazione nel tempo, che è estremamente ravvicinata (entro 2-3 anni) e che di fatto rende difficilmente proponibili e praticabili programmi di riconversione a breve termine del sistema energetico e tecnologico.

Emerge qualche positivo elemento di speranza, almeno per il nostro Paese, rappresentato, a titolo d’esempio, dal vero e proprio “boom” del fotovoltaico, passato in pochi anni da una nicchia trascurabile a oltre 1.200 MW di potenza installata, e dell’eolico, la cui potenza installata presto raggiungerà i 5.000 MW, complessivamente contribuendo per quasi il 5% al fabbisogno nazionale di energia elettrica.

La via d’uscita è tuttavia stretta e lunga, e deve essere percorsa in fretta!

Essa necessita un forte sostegno da parte di tutti i livelli di governo e amministrativi riguardo alla produzione di energia da fonti rinnovabili, al risparmio e all’efficienza energetica e al trasporto sostenibile.

QUALCHE DATO SUL PICCO DEL PETROLIO

Il grafico sottostante è stato prodotto dal Dipartimento dell’Energia (DOE) del Governo degli Stati Uniti d’America a partire dai dati dell’Agenzia Internazionale per l’Energia (AIE), agenzia intergovernativa dei Paesi OCSE, dedicata allo studio e alle previsioni sul futuro energetico mondiale.

La stessa figura prospetta un futuro energetico molto preoccupante, caratterizzato a breve dal picco della produzione di combustibili liquidi.

Si tratta di un evento storico già in corso, il cui momento critico è collocabile, secondo i dati AIE, tra circa 18 mesi, intorno al valore di 87 milioni di barili al giorno.

La produzione di petrolio convenzionale, che è in pratica tutto il petrolio con cui è stato alimentato il metabolismo sociale ed economico mondiale almeno negli ultimi 50 anni, ha superato un picco di capacità nel 2008, ed è prevista declinare con un tasso annuo del 4%.

L’apporto di petrolio non convenzionale, essenzialmente sabbie bituminose e altri progetti simili, non coprirà che in minima parte il deficit che si sta aprendo tra domanda e offerta.

Tale deficit è rappresentato, nella figura, dall’area bianca classificata come l’insieme dei progetti produttivi ancora da identificare, che si trova tra la porzione colorata della figura data dalla somma della produzione delle varie categorie di liquidi combustibili e la curva in colore blu scuro, che rappresenta le previsioni dell’AIE sulla domanda da oggi al 2030.

In altre parole, la parte colorata della figura rappresenta la realtà, la parte bianca l’immaginazione. Questa quantità di petrolio “immaginario” ammonterebbe, nel 2030, alla cifra stratosferica di 60 milioni di barili al giorno, pari alla produzione attuale di sei produttori come l’Arabia Saudita.

I problemi, tuttavia, inizieranno molto prima, allorché la domanda inizierà a superare definitivamente l’offerta.

Purtroppo le scoperte di nuovi giacimenti, lungi dal ripetere i fasti dei tempi in cui furono individuati i grandi campi petroliferi che ci hanno generosamente servito per diversi decenni, dopo un picco a metà degli anni sessanta del secolo scorso, sono andate irregolarmente ma inesorabilmente calando e si attestano oggi intorno ad 1/5 dei consumi.

Tali scoperte sono inoltre principalmente costituite da progetti petroliferi estremamente complessi dal punto di vista geologico e ingegneristico (per esempio in alto mare, in zone perennemente coperte da ghiacci, a profondità chilometriche, greggio di qualità scadente, contenente sostanze pericolose o da eliminare, complicate lavorazioni di enormi quantità di sabbie o di rocce).

Tale complessità si riflette, ovviamente e prima di tutto, in costi economici più alti e ritorni energetici minori (minore estrazione di petrolio per unità di energia spesa per estrarlo), aspetto, quest’ultimo, che, indipendentemente dalle quantità di petrolio ancora esistenti, definisce il “vantaggio” tramite il quale la struttura socio-economico-produttiva può continuare a svilupparsi.

Negli Anni Trenta del secolo scorso si utilizzava l’energia corrispondente a un barile di petrolio per estrarne cento, oggi con un barile se ne estraggono da dieci a quindici, e ciò pur tenendo conto degli enormi progressi tecnologici intervenuti nel frattempo!

La stessa crescente complessità della ricerca ed estrazione di petrolio si riflette anche, come purtroppo testimoniano le recenti cronache dal Golfo del Messico, in un aumentato rischio di incidenti dalle conseguenze particolarmente gravi e durature.

Da tempo la nostra Associazione ha divulgato ad ogni livello della società, dalle scuole elementari fino agli organi di governo dello Stato, delle Regioni e degli Enti Locali, l’entità, la tempistica e le possibili conseguenze del picco petrolifero, così come ora trovano conferma nel documento del Dipartimento dell’Energia del Governo degli Stati Uniti.

Il metabolismo sociale ed economico del nostro Paese, delle sue Regioni e città è ancora totalmente dipendente dalla fruibilità di combustibili liquidi a buon mercato.

Il panorama prevedibile nella fase di declino di disponibilità di tali combustibili è caratterizzato da costi crescenti degli stessi che si trascineranno dietro costi crescenti dell’energia in generale e delle materie prime (come si è visto nel periodo 2004-2008).

Tutti i settori produttivi, dai trasporti all’agricoltura, così come l’intero assetto economico e sociale soffriranno – in modo al momento imprevedibile – generando una riduzione delle disponibilità di beni, servizi e lavoro così come oggi li concepiamo.

Si rileva che l’attuale fase di sostituzione dei combustibili liquidi di origine petrolifera con il gas naturale può alleviare solo in minima parte i problemi per il settore dei trasporti

La scrivente Associazione evidenzia quindi la necessità che l’azione politica e amministrativa si occupi nel più breve tempo possibile di garantire alla società il mantenimento dei servizi essenziali scoraggiando la deriva verso il superfluo e focalizzandosi verso la preparazione, sia materiale, sia culturale, di una comunità informata e resiliente, chiamata ad affrontare un periodo di diminuzione del flusso di beni e servizi senza per questo collassare o trasformarsi in qualcosa di diverso e sicuramente meno gradevole.

In questo quadro si evidenzia inoltre il carattere controproducente dei progetti di rilancio del paradigma vigente, rappresentati dall’ipotesi di incrementare l’uso del carbone e dal ritorno al nucleare, che sottendono l’idea non sostenibile della crescita materiale infinita.

Grati per la Sua considerazione, rimaniamo a disposizione per qualsiasi approfondimento.

Con Ossequio.
ASPO ITALIA
ASSOCIAZIONE PER LO STUDIO DEL PICCO DEL PETROLIO

Sede legale: via Buffalmacco 8, Fiesole (FI)
www.aspoitalia.it

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Approfondimenti:
International Energy Agency. Global Energy Outlook
Energy Information Agency, Dept. Of Energy USA
The Oil Drum – Discussions about Energy and Our Future
Stockholm Resilience Centre
ICLEI – Local Governments for Sustainability
Petrolio – uno sguardo dal picco

TRANSITION IN ACTION

 PRIMA PARTE

Raccontare una storia nuova per il nostro futuro

Questo piano di sviluppo della comunità e della contea è diverso da molti piani di sviluppo ai quali siamo stati abituati nella nostra vita. Esso si basa su un insieme diverso, e crediamo più realistico, di ipotesi. Si presuppone che siamo giunti a un momento cruciale e storico nella nostra storia, un momento in cui ci possiamo permettere di pensare in grande e pensare al di là di quello che potremmo definire il ‘business as usual’. L’economia del distretto di Totnes sta cominciando a sentire l’impatto della recessione mondiale, e il record del prezzo del petrolio della scorsa estate ha colpito duramente la nostra economia. E se queste due tendenze si riveleranno essere una caratteristica permanente e crescente della nostra vita quotidiana? Cosa succederà se la nostra zona adotterà misure proattive per rientrare entro i limiti delle emissioni di carbonio, facendo la sua parte per evitare il cambiamento climatico galoppante? Questa prima sezione esamina i principi alla base di questo piano.

INTRODUZIONE 

Ecco un litro di petrolio. E ‘una cosa straordinaria. Il petrolio di questa bottiglia contiene più energia di quanto si creerebbe facendo un duro lavoro fisico per cinque settimane. Proprio in questa piccola bottiglia. Essa ci ha reso potenti al di là delle fantasie delle generazioni precedenti, in grado di modificare paesaggi, mangiare cibi provenienti dall’altra parte del mondo a dispetto delle stagioni, viaggiare per il mondo come se avessimo gli stivali delle sette leghe, e rompere per la prima volta il legame con la terra che sta sotto i nostri piedi.

Il petrolio può anche essere trasformato in un incredibile assortimento di materie plastiche, colle, materiali e prodotti che riempiono le nostre case, i luoghi di lavoro e i negozi. Con esso facciamo i nostri farmaci, e il nostro sistema alimentare è diventato un sistema per trasformare il petrolio in cibo. Se potessimo prendere la nostra vita e strizzarla uscirebbero gocce di petrolio. Tuttavia, questo livello di dipendenza dal petrolio, che una volta ha determinato il nostro grado di prosperità e di successo, determina ora la nostra vulnerabilita’. Se per molte cose il petrolio in questa bottiglia ci ha portato cose meravigliose e opportunità straordinarie, abbiamo bisogno, come Fatih Birol, capo dell’Agenzia internazionale dell’energia ha raccontato ai governi del mondo, di “lasciare il petrolio prima che il petrolio lasci noi”.

Come citato nelle interviste che si aprono nella seconda parte del documento, abbiamo chiesto alla fine dei suoi anni a Douglas Matthews di Staverton, poco prima del suo 100° compleanno, se egli considerava l’età del petrolio da lui vissuta una benedizione o una maledizione:

“Una benedizione per me. Ma anche una benedizione per il tipo di guerre che siamo stati in grado di combattere. E’ una benedizione se si mettono insieme le due cose? Non lo so. Ciononstante sono molto contento per avere vissuto il periodo che ho vissuto”.

 

LE IPOTESI SU CUI SI FONDA QUESTO PIANO

Quando la maggior parte delle amministrazioni, delle aziende o dei governi si siedono a pianificare i prossimi 20 anni, partono ancora dal presupposto che nei prossimi 20 anni si avrà più occupazione, più energia, più automobili, più case, più imprese, più crescita economica e così via. Negli ultimi mesi è diventato chiaro a molti che ciascuna di queste ipotesi è sempre più discutibile.

Stiamo passando da un epoca in cui il nostro livello di successo economico e di benessere personale era direttamente proporzionale al nostro livello di consumo di petrolio, a un tempo in cui il nostro grado di dipendenza dal petrolio sarà indice del nostro grado di vulnerabilità. Per molte persone, è sempre più chiaro che non possiamo continuare a vivere come abbiamo vissuto fino ad oggi, e che tre tendenze principali ci stanno forzando la mano, introducendo grandi cambiamenti inevitabili nel lungo periodo. Questi includono:

L’inizio della fine dei combustibili fossili a buon mercato

Nessuno sa ancora con certezza quando il mondo passerà il picco della produzione petrolifera, anche se questo momento storico può essere già stato superato nel mese di luglio 2008, quando il prezzo ha raggiunto 147 dollari al barile, la qual cosa ha frenato la domanda talmente tanto che ancora oggi deve ancora riprendersi, e realisticamente non potrà farlo mai. Infatti alcuni sostengono che l’attuale situazione economica è stata, in larga parte, causata dal picco del prezzo del petrolio. Il nostro stile di vita dipende dal petrolio a buon mercato per praticamente tutto ciò che sta nelle nostre case, dal nostro cibo ai nostri spazzolini da denti, dai nostri tappeti alle nostre scarpe. Lo stile di vita del 21° secolo è letteralmente costruito sul petrolio. La teoria del picco del petrolio non dice che un giorno non lontano ci sarà ‘esaurimento’ del petrolio, potremmo anche non vedere mai quel giorno, ciò che dice è che presto potremo vedere la fine dell’era del petrolio a buon mercato, e di tutto ciò che questo ha reso possibile. Questa fase si rivelerà un passaggio storico. Durante l’età del petrolio, abbiamo estratto e bruciato 1.200 miliardi di barili di petrolio greggio, quasi la metà di tutta la luce del sole arrivata nella preistoria. Si tratta di una quantità impressionante di materia, e nessuno sa quale impatto a lungo termine avrà sul clima, l’ambiente e l’umanità. Come il capo della International Energy Agency dice ora ai leader di governo del mondo “dobbiamo lasciare il petrolio prima che sia lui a lasciare noi”

L’impatto che sta avendo sul clima

Ogni giorno porta notizie sempre più cupe sulla velocità e sulla portata del cambiamento climatico. Molti di noi hanno notato le variazioni dei modelli meterologici durante la nostra vita, la neve e il freddo d’inverno sono diventati una rarità nel Devon mentre un tempo, come la sezione delle storie orali di questo rapporto mostra, erano eventi banali. La temperatura media è aumentata nel Devon di 1.5° C rispetto al 1960, e si prevede che aumenterà circa altrettanto da qui al 2030. A livello globale, la fonte di maggiore preoccupazione è il livello di scioglimento dei ghiacci dell’Artico, a lungo considerato dagli scienziati del clima come uno degli indicatori fondamentali dei cambiamenti climatici. Il ritmo di fusione è di gran lunga più veloce di quanto chiunque si aspettasse. L’ultimo rapporto del Panel intergovernativo sui cambiamenti climatici, mostrando un consenso scientifico senza precedenti sul fatto che il cambiamento climatico è in corso, ha ipotizzato che, nel peggiore dei casi, il ghiaccio artico potrebbe iniziare a rompersi entro il 2010. Se le tendenze attuali si confermassero potrebbe essere tutto sciolto entro il 2014. I governi ora stanno rispondendo, ma oggi stanno lavorando per raggiungere l’obiettivo di 450 parti per milione. Ultimamente la scienza ci dice che dobbiamo arrivare a 350 parti per millione. Abbiamo già superato i 387ppm. Il nostro tempo per rinviare e per procrastinare gli interventi è da tempo passato. Il livello dei tagli che dobbiamo fare alle nostre emissioni di carbonio è molto profondo, ma realizzabile, e potrebbe essere il catalizzatore di una straordinaria rivoluzione per l’industria e per il commercio.

La fine della bolla della crescita economica

Il denaro è messo in circolo per essere prestato alla gente, così i soldi (davvero) equivalgono al debito. Il Regno Unito è diventato il secondo paese più indebitato del mondo (secondo solo all’Irlanda), con livelli sorprendenti di debito personale e un debito nazionale totale pari al 336% del PIL. Il governo ha anche preso soldi in prestito pesantemente, al fine di perseguire i suoi obiettivi e, più recentemente, per salvare il settore bancario del Regno Unito, debito per il quale sarà responsabile per molti anni a venire. Il guaio con la generazione del debito è che essa si fonda sul presupposto che in futuro saremo più ricchi di quello che siamo attualmente, per poter ripagare il debito. Alla base di questo ragionamento c’è il presupposto che ci sarà sempre energia a buon mercato per garantire la crescita economica necessaria. Il disfacimento attuale della finanza internazionale, e la consapevolezza che gran parte del debito è ‘tossico’, vale a dire non ripagabile, risulterá avere implicazioni molto più profonde di quanto abbiamo fin qui sperimentato.

E’ anche importante il fatto che il Regno Unito, situato alla fine di lunghe condutture energetiche, ha venduto gran parte della sua energia in un momento in cui i prezzi erano molto bassi, ed è diventato un importatore netto in un momento di grande volatilità dei prezzi dell’energia. Inoltre, il livello del debito nazionale sostenuto per il salvataggio delle banche di recente ha richiesto profondi tagli in tutta l’economia, la qual cosa metterà in difficoltà la nostra capacità di fare affidamento sulle pensioni e sullo stato sociale nel modo in cui abbiamo sempre fatto.

Per gli ultimi tre anni, Totnes Transition Town ha coordinato un programma di sensibilizzazione nella città su questi tre temi chiave, portando qui molti esperti mondiali sul tema: esperti del picco del petrolio come Richard Heinberg, Jeremy Leggett e David Strahan, esperti dei cambiamenti climatici come Aubrey Meyer, Mayer Hillman e Tony Juniper, esperti di economia come Andrew Simms, Colin Hines, David Fleming, Molly Scot Catone, Bernard Lietaer, Richard Douthwaite, David Boyle e altri. E’ stato un viaggio illuminante, e gran parte della saggezza che hanno portato a questa comunità viene raccolta in questo documento.

IL CONTESTO DI QUESTO PIANO

Totnes non è la prima città o paese che inizia ad esplorare gli aspetti pratici legati alla sfida di abbandonare la dipendenza dal petrolio e gli alti livelli di emissioni di carbonio. Uno dei primi piani è stato il Kinsale Energy Descent Action Plan, sviluppato nel 2005 dagli studenti di una scuola nel sud dell’Irlanda, che è stato in parte responsabile della creazione del concetto di Transizione. Fu allora che si esplorò per la prima volta come la città avrebbe potuto fare per abbandonare la sua dipendenza dal petrolio, vedendo in questi cambiamenti inevitabili una potenziale grandissima opportunità. La relazione di Kinsale è diventata un fenomeno virale, e da allora ad oggi è stata scaricata migliaia di volte.

I piani che si riferiscono alle risposte al picco del petrolio sono suddivisi in quattro categorie. Ci sono quelli delle amministrazioni locali, quelli che analizzano in modo più ampio l’impatto del picco del petrolio sulla società, quelli che guardano alle soluzioni in un contesto più ampio, ed ci sono infine quelli che, come questo, sono piani di ri-localizzazione guidati dalla comunità, conosciuti come ‘Energy Descent Action Plan’ (uno sguardo più dettagliato su altre comunità che hanno prodotto tali piani si può trovare sul sito web). Alcune autorità locali hanno superato le risoluzioni sul ‘Peak Oil’ (es. Consiglio Comunale di Nottingham), e in alcune realtà locali, in particolare Somerset Leicestershire, sono state approvate risoluzioni a sostegno delle iniziative locali di Transizione.

Le recenti politiche del governo del Regno Unito

Mentre il governo britannico continua ad affermare che il picco del petrolio non è un problema e che deve essere atteso non prima del 2030, esso sta prendendo in considerazione sempre più seriamente la questione del cambiamento climatico. Il suo ‘Low Carbon Transition Plan’ (il suo nome è stato ispirato dalla visita di Ed Miliband al Transition Network Conference 2009, dove è stato invitato come ‘ascoltatore’) stabilisce un piano audace e visionario per il Regno Unito. Esso include qualcosa di simile a quanto viene proposto qui: micro-generazione, efficienza e risparmio energetico, impulso concertato e intersettoriale per ridurre le emissioni del 80% entro il 2050. Esso contiene molti punti discutibili, ed è anche non specifico in modo frustrante sulle misure reali da adottare, specialmente in relazione al cibo e all’agricoltura.

Un paio di mesi dopo, il Cabinet Office ha pubblicato il suo ultimo documento sulle politiche del Regno Unito sul cibo, e, per la prima volta, ha inserito al centro dell’attenzione la questione della sicurezza alimentare. Anche se non promuove l’idea di aumentare l’autosufficienza alimentare regionale, è stato un significativo passo in avanti dalla dichiarazione DEFRA nel 2003 che diceva che ‘la sicurezza alimentare non è né necessaria, né auspicabile’. Riteniamo che ciò che è riportato nel presente piano è più avanti del pensiero del governo e dei politici, e contribuirà notevolmente ad elevare il dibattito nazionale, dato che si tratta di un processo guidato dalla comunità, ponendo quelle domande che oggi il governo si trova ancora a disagio a porre.

Risoluzione ‘Peak Oil’ del Consiglio Comunale di Nottingham (approvata in data 8 dicembre 2008)

Questo Consiglio riconosce l’impatto imminente del picco del petrolio. Il Consiglio ha quindi bisogno di rispondere al rischio di contrazione dell’offerta petrolifera, e aiuterà i cittadini a comprendere che a questo occorre rispondere, ma in un modo che mantenga comunque la prosperità della Città. Il consiglio riconosce che le azioni intraprese per la lotta contro i cambiamenti climatici può anche aiutarci a gestire i problemi relativi al picco del petrolio.

A tal fine, dispone di:

■ Sviluppare una comprensione degli effetti del picco del petrolio sull’economia locale e sulla comunità locale

■ Incoraggiare un cambiamento in tutta la città verso il trasporto sostenibile (in bicicletta e a piedi)

■ Perseguire un uso efficiente dell’energia e un rigoroso programma di risparmio energetico attraverso il piano di gestione delle emissioni di carbonio, le attività per l’accreditamento EMAS e la sensibilizzazione in tutti i settori per ridurre la dipendenza dal petrolio nella città

■ Sostenere la ricerca e la produzione all’interno della città, per contribuire allo sviluppo locale di efficaci strumenti per la produzione di energie alternative e per il risparmio energetico, al fine di favorire un allontanamento da combustibili a base di petrolio e anche al fine di creare posti di lavoro verdi

■ Coordinare le politiche e le azioni finalizzate a ridurre la dipendenza del carbonio della nostra città, in risposta alla necessità di mitigazione/adattamento ai cambiamenti climatici e al picco del petrolio.

In questo modo, il Consiglio Comunale di Nottingham non solo aiuta la città a raccogliere la sfida del picco del petrolio, ma incoraggia anche la città a cogliere le opportunità che il picco del petrolio ci offre.

RESILIENZA 

Il concetto di resilienza è centrale in questo piano. Uno dei modi migliori per spiegare che cosa significa questa parola è di guardare indietro al 2000 e alla vertenza dei camionisti nello stesso anno. Adirati per l’aumento proposto nella tassazione dei carburanti, i camionisti di tutto il Regno Unito hanno picchettato i depositi di carburante e, entro un breve periodo di tempo, la flotta di camion di consegna e la totalità del sistema di distribuzione ‘just-in-time’ ha cominciato a sperimenare una battuta d’arresto. Gli scaffali dei supermercati hanno iniziato a rimanere vuoti entro pochi giorni ed il Regno Unito è passato da essere una nazione con scorte di cibo abbondante e con una illusione di abbondanza, a quello che è stata la sperimentazione di una grave crisi alimentare nell’arco di due giorni e che, proprio in conseguenza di questo breve lasso di tempo, ha messo in evidenza che la produzione locale, che in passato aveva sostenuto il sistema alimentare, era stata in gran parte smantellata.

Nel 2008 il personale presso la raffineria di petrolio Grangemouth arrivò vicino ad uno sciopero che avrebbe portato ad una situazione molto simile a quella del 2000. I mezzi di comunicazione vennero inondati di editoriali del tipo “Come osano queste persone tenere in ostaggio il paese con le loro richieste?” La domanda che nessuno però poneva era come avessimo potuto non imparare la spettacolare lezione di 8 anni prima, e come fosse  possibile essere ancora nella posizione in cui un’interruzione al nostro approvvigionamento di combustibili liquidi avrebbe potuto mettere la nostra economia in ginocchio.

Il punto della questione è la resilienza. La resilienza è, in poche parole, la capacità di un sistema, una persona, un’economia, un paese o una città, di resistere a shock indotti dall’esterno. Come la crisi del credito ha messo in luce, l’economia globale è ormai così fortemente in rete, che uno shock o una crisi in una parte può determinare una ricaduta molto rapida sul resto del sistema. Resilienza è costruire la capacità di adattarsi agli urti, alla flessione, e adattarsi invece di crollare. Si può pensare ad esso come come la costruzione di un sistema di protezione contro le sovratensioni in un impianto elettrico.

Totnes resiliente significherebbe un’economia dove i soldi circolano di più a livello locale, che crea più posti di lavoro locali, meno in balia di aziende che decidono di trasferirsi altrove. Sarebbe diversa, in termini di competenze, mezzi di sostentamento, utilizzo del territorio, imprese, fornitura di alloggi e così via. Potrebbe anche portare i suoi consumi più vicino a casa e assumersi più responsabilità sul loro impatto. Sarebbe una Totnes che ha imparato a vivere meglio, e ad apprezzare le vulnerabilità alle quali gli approcci attuali ci espongono. Se è meraviglioso, e storicamente senza precedenti, essere in grado di mangiare fragole a marzo, bisogna però considerare che il sistema che rende tutto questo possibile ha allo stesso tempo sradicato i nostri sistemi locali, dequalificato i nostri agricoltori e coltivatori e ci ha reso tutti più vulnerabili. Il pensiero resiliente offre una intuizione fondamentale per coloro che progettano il futuro. Il punto di partenza di questo piano non è un elenco di giudizi sulle cose che sono ‘giuste’ e ’sbagliate’ nel mondo. Piuttosto, è un riconoscimento che il cambiamento è inevitabile, e che abbiamo bisogno di lavorare tutti insieme al fine di rendere Totnes e il Distretto il più resilienti possibile, in modo tale da ispirare il resto del paese a fare lo stesso.

LOCALIZZAZIONE

Questo piano esplora i dadi e bulloni delle pratiche di rilocalizzazione dell’economia della zona. Esso sostiene che in un mondo di prezzi del petrolio altamente volatili, di necessità di tagli rigorosi alle emissioni di carbonio e di incertezza economica, l’economia globalizzata da cui siamo così dipendenti non può più essere ritenuta valida, anzi questa stessa economia ci rende altamente vulnerabili. Al momento, Totnes e le sue zone circostanti agiscono come un grande secchio bucato. Il denaro si riversa nella zona attraverso i salari, le sovvenzioni, le pensioni, il finanziamento, le entrate turistiche e così via. Nel nostro modello economico attuale, la maggior parte del denaro raccolto si riversa di nuovo altrove, e la possibilità di sviluppare l’economia a livello locale si perde completamente. Ogni volta che paghiamo la nostra bolletta energetica, il denaro lascia la zona. Ogni volta che facciamo la spesa in un supermercato, l’80% dei soldi lascia la zona. Ogni volta che acquisti online, il denaro che avrebbero rafforzato la nostra economia lascia la zona. Nel frattempo, cresce la pressione sui nostri negozi locali e sulle imprese.

Allo stesso tempo, l’agricoltura locale impiega sempre meno persone ogni anno, sempre più cibo è importato, i nuovi edifici sono creati a partire da materiali provenienti da tutto il mondo, e la maggior parte dei prodotti venduti nei negozi di Totnes hanno viaggiato per lunghe distanze per giungere lì. Il concetto di localizzazione è di spostare il centro di produzione più vicino a casa. Non è qualcosa che può essere fatto in una notte, è un processo a lungo termine che richiede pianificazione, progettazione e innovazione. In molti modi, l’area è pronta ad assumere un ruolo guida nazionale in questa materia, essendo sede di una forte cultura alimentare locale, e di molte imprese innovative. La localizzazione è un concetto potente. Chiaramente Totnes non può diventare autosufficiente, né lo vuole essere. Non sarà mai in grado di produrre computer o padelle. Tuttavia, come citato nella sezione di storia orale, in passato era di gran lunga più autosufficiente rispetto ad oggi, con un funzionamento molto più simile a quello di un secchio che al suo attuale setaccio. Vi è un potenziale significativo per Totnes, per esempio:

■ produrre la maggior parte del cibo a livello locale e creare localmente una gamma di modalità di conservazione e di trasformazione degli alimenti

■ acquistare una percentuale significativa dei suoi materiali da costruzione, sia per costruire nuovi edifici che per le riparazione, sia dalla produzione locale che dal riciclaggio del flusso di rifiuti.

■ Acquistare la sua energia da imprese del settore energetico di proprietà e gestione a livello locale, piuttosto che da quelle distanti

■ Mantenere e valorizzare i negozi della città che sono di proprietà locale, e evitare il fenomeno di ‘Ghost Town’ visto in tante High Street di tutto il paese

■ Trasformare in proprietà della comunità i terreni per lo sviluppo territoriale, in modo che i proventi finanziari derivanti da tale sviluppo appartengono alla comunità, piuttosto che agli speculatori

■ Produrre i farmaci per il trattamento di disturbi comuni utilizzando piante locali

■ Utilizzare i rifiuti del suo cibo per creare bio-metano per veicoli

■ Usare valute locali e meccanismi d’investimento locali per garantire più soldi nelle immediate vicinanze.

Niente di tutto questo accadrà per caso, ha bisogno di un’attenta pianificazione e progettazione. Questo piano è un primo tentativo di cercare di delineare ciò che il processo di ri-localizzazione potrebbe essere.

Tratto (e tradotto) da

http://totnesedap.org.uk/

Il pentagono: crisi energetica inevitabile

Il documento del pentagono dal titolo “Joint Operating Environment 2010” è finalizzato alla diffusione delle informazioni per lo sviluppo e la sperimentazione del “joint concept” all’interno del Dipartimento della Difesa USA. Esso fornisce un quadro completo delle prospettive sulle tendenze future, i contesti e le possibili implicazioni per i futuri comandanti della forza congiunta, gli altri dirigenti ed i professionisti nel campo della sicurezza nazionale. Questo documento è di natura speculativa e non pretende di prevedere che cosa accadrà nei prossimi venticinque anni. Piuttosto, è destinato a servire come punto di partenza per le discussioni a livello operativo sul futuro contesto di difesa e di sicurezza.

www.jfcom.mil/newslink/storyarchive/2010/JOE_2010_o.pdf

 

A pagina 26 si legge:

Picco del Petrolio

Il petrolio deve continuare a soddisfare la maggior parte della domanda di energia da qui al 2030. Anche ipotizzando lo scenario più ottimistico per la produzione di petrolio, con miglioramento dell’estrazione, sviluppo di oli non convenzionali (come gli scisti bituminosi e sabbie bituminose) e scoperta di nuovi pozzi, la produzione di petrolio avrà comunque difficoltà a soddisfare la domanda futura prevista pari a 118 milioni di barili al giorno.

Riporto di seguito la traduzione completa del capitolo relativo all’energia

JOE 2010 – pagina 26 e seguenti

ENERGIA

Per soddisfare anche i tassi di crescita più conservativi, la produzione globale di energia dovrebbe aumentare del 1,3% all’anno. Si stima che negli anni 2030 la domanda sarà circa il 50% superiore rispetto a oggi. Per rispondere a tale domanda, anche nell’ipotesi di più efficaci misure di risparmio energetico, ci sarebbe bisogno di aggiungere l’equivalente della produzione energetica attuale dell’Arabia Saudita ogni sette anni.

In assenza di un forte aumento del ricorso alle fonti energetiche alternative (che richiederebbe forti investimenti di capitali, drammatici cambiamenti nella tecnologia e un diverso atteggiamento politico verso l’energia nucleare), il petrolio ed il carbone continueranno a trainare il treno di energia. Negli anni 2030 il fabbisogno di petrolio potrebbe arrivare a 86-118 milioni di barili al giorno (MBD). Anche se può declinare nei paesi dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE), l’uso del carbone sarà più che raddoppiato nei paesi in via di sviluppo. I combustibili fossili costituiranno ancora l’80% del mix energetico nei 2030, con petrolio e gas complessivamente al 60%. Il problema centrale per il prossimo decennio non sarà una mancanza di riserve di petrolio, ma piuttosto una carenza di piattaforme di trivellazione, ingegneri e capacità di raffinazione. Quand’anche si iniziasse oggi uno sforzo concertato per rimediare a tale carenza, occorrerebbero dieci anni prima che la produzione potesse eguagliare la domanda prevista per i prossimi anni. Il fattore determinante sarà il grado di impegno che gli Stati Uniti e gli altri paesi esprimeranno per affrontare le pericolose vulnerabilità che la crisi energetica sempre più presentera’.

A parte questo collo di bottiglia della produzione, le potenziali fonti di approvvigionamento energetico del futuro quasi tutte i presentano le loro difficoltà e vulnerabilità. Nessuna di queste fornisce molti motivi di ottimismo.

Attualmente, gli Stati Uniti possiedono circa 250 milioni di auto, mentre la Cina con la sua popolazione immensamente più grande ne ha solo 40 milioni. I cinesi stanno stendendo circa 1.000 chilometri di autostrada a quattro corsie ogni anno: un dato indicativo di quanti più veicoli si aspettano di possedere, con il prevedibile aumento della loro richiesta di petrolio. La presenza di cinesi “civili” in Sudan per proteggere oleodotti sottolinea la preoccupazione che la Cina rivolge a proteggere le sue forniture di petrolio e potrebbe far presagire un futuro in cui in Africa interverranno altri stati per proteggere le scarse risorse energetiche. Le implicazioni per un futuro conflitto sono inquietanti, se le forniture di energia non possono tenere il passo con la domanda e gli Stati dovreanno prevedere la necessità di proteggere militarmente le risorse energetiche in calo.

Un altro effetto potenziale di un crisi energetica può essere una prolungata recessione degli Stati Uniti, che potrebbe portare a tagli nelle spese della difesa (come accadde durante la Grande Depressione). I comandanti delle forze congiunte potrebbero trovarsi con le loro capacità diminuite proprio nel momento in cui potrebbe essere necessario intraprendere missioni sempre più pericolose. Se questo dovesse accadere, si richiederebbe loro una grande adattabilità per la lotta contro i nemici degli Stati Uniti, ma anche la volontà di riconoscere e ammettere i limiti delle forze militari americane. La condivisione delle risorse e delle capacità degli Stati Uniti con gli alleati potrebbe quindi diventare ancora più critica. Operazioni di coalizione potrebbero diventare essenziali per proteggere gli interessi nazionali.

Una grave crisi energetica è inevitabile, senza una massiccia espansione della produzione e della capacità di raffinazione. Sebbene sia difficile prevedere con precisione quali effetti economici, politici e strategici questo può produrre, una crisi energetica sicuramente ridurrebbe le prospettive di crescita sia nel mondo sviluppato che nelle aree in via di sviluppo. Tale rallentamento dell’economia potrebbe esacerbare le altre tensioni irrisolte, spingere le economie fragili e in dissoluzione ulteriormente lungo il sentiero verso il collasso, e forse avere gravi ripercussioni economiche sulla Cina e sull’India. Nella migliore delle ipotesi, potrebbe portare a periodi di dura crisi economica. Quanto le misure di risparmio energetico, gli investimenti nella produzione di energia alternativa e gli sforzi per espandere la produzione di petrolio da sabbie bituminose siano in grado di attenuare gli effetti durante tale periodo è difficile da prevedere.

JOE 2010 – pagina 31

ENERGY SUMMARY

Per generare l’energia richiesta in tutto il mondo fino al 2030, si richiede di trovare ogni anno nuovi pozzi per 1,4 milioni di barili al giorno (MBD).

Nel corso dei prossimi venticinque anni, carbone, petrolio e gas naturale rimarranno indispensabili per soddisfare il fabbisogno energetico.

Il tasso di scoperta di nuovo petrolio e gas negli ultimi due decenni (con la possibile eccezione del Brasile) lascia ben poco spazio all’ottimismo che gli sforzi futuri porteranno alla scoperta di nuovi importanti giacimenti.

Allo stato attuale si sta solo cominciando la raccolta degli investimenti per lo sviluppo di nuova produzione di petrolio, con la conseguenza che la produzione potrebbe rimanere costante per un periodo prolungato.

Nel 2030, il mondo richiederà la produzione di 118 MBD, ma può anche essere che i produttori di energia possano produrre solo 100 MBD, se non vi saranno modifiche importanti negli investimenti in corso e nella capacità di perforazione.

Entro il 2012, l’eccesso di capacità produttiva di petrolio potrebbero scomparire del tutto, e già nel 2015 il deficit della produzione potrebbe raggiungere quasi i 10 MBD.

La produzione di energia e le infrastrutture di distribuzione dovranno ricevere significativi nuovi investimenti affinchè la domanda energetica sia soddisfatta ad un costo compatibile con la crescita e la prosperità economica.

I veicoli ibridi, elettrici, e flex-fuel probabilmente domineranno le vendite di veicoli commerciali leggeri nel 2035 e gran parte della crescita della domanda di benzina potrà essere soddisfatta quasi esclusivamente attraverso aumenti di produzione di biocarburanti.

Il rinnovato interesse per l’energia nucleare e le fonti di energia pulita come l’energia solare, eolica o geotermica potrà attenuare l’aumento dei prezzi dei combustibili fossili.

Tuttavia, i costi degli investimenti nella generazione e nella distribuzione dell’energia elettrica da fonti energetiche alternative sono in aumento, riflettendo la domanda mondiale, e ostacolano la loro capacità di competere efficacemente con i combustibili fossili ancora relativamente economici.

I combustibili fossili molto probabilmente rimarranno la principale fonte di energia ancora a lungo.

Scientific American: percorso di sostenibilità? Pensiamo ai dettagli

Inviato da Gail the Actuary il 9 novembre 2009 – 10:10
http://www.theoildrum.com/node/5939

Scientific American presenta “Un percorso verso l’energia sostenibile entro il 2030″ nel suo numero di novembre 2008. In generale suona bene. Ma pensiamo ai dettagli: Quale sarebbe il risultato finale? Sarebbe davvero sostenibile? Quali sarebbero i costi realmente da sostenere? C’è realmente un modo in cui potremmo permetterci di fare tutto ciò che si propone?
Gli autori dell’articolo, Mark Jacobson e Mark Delucchi, propongono la sostituzione di tutte le altre forme di energia entro il 2030, con l’energia del vento, dell’acqua e del solare (wind, water and solar: WWS), non solo per gli Stati Uniti, ma per il mondo intero. I tipi di fonti di energia che sarebbero eliminati sono i seguenti:
• Petrolio (compresa la benzina, diesel, gas propano, gasolio per riscaldamento, ecc)
• Gas naturale
• Carbone
• I biocarburanti liquidi, come l’etanolo
• Industria del legno e altre biomasse
• Nucleare
Tutto ciò che rimarrebbe sarebbe energia eolica, energia dal moto ondoso, idraulica, geotermica e solare. Dati i tempi ambiziosi, le tecniche che possono essere utilizzati sono solo quelle che oggi funzionano su larga scala, o che sono molto vicine a questo traguardo.

Con che cosa dovremmo andare avanti?

In sostanza, entro il 2030, avremmo bisogno di cambiare tutte le infrastrutture del mondo, per poter utilizzare l’elettricità o l’energia solare o l’acqua direttamente. Che cosa vorrebbe dire?
• Aeroplani. Gli autori propongono che i velivoli siano alimentati da celle a combustibile alimentate a idrogeno (con l’idrogeno prodotto tramite idrolisi, utilizzando fonti di energia WWS). Per quello che capisco io l’idrogeno è tre volte più voluminoso, rispetto alla benzina, esplode facilmente, e sfugge abbastanza rapidamente dai serbatoi, rendendo difficile conservarlo per molto tempo. Mi sembra che gli aerei e gli elicotteri somiglierebbero a dei dirigibili, dovendo contenere il carburante necessario. A meno che questi problemi non vengano risolti, la popolarità delle celle a combustibile a idrogeno sara’ probabilmente piuttosto bassa.
• Navi. Gli autori non ci dicono come sarebbero alimentate le navi. Chiaramente i velieri potrebbero soddisfare questi criteri, ma sarebbero piuttosto lenti. A causa dei lunghi tempi di spostamento (e anche delle dimensioni piu’ ridotte n.d.t.) avremmo bisogno di molte piu’ navi rispetto a quelle che usiamo adesso, perché molte di piu’ sarebbero in transito in un determinato momento. Si potrebbero usare chiatte lungo i fiumi e, quando la corrente non è abbastanza forte, queste potrebbero essere trainate in qualche modo (tramite rimorchiatori con celle a combustibile?). Le navi alimentate da celle a combustibile a idrogeno potrebbero anche funzionare, ma avrebbero gli stessi problemi esposti per gli aerei. A causa della loro lunghi viaggi, le perdite di idrogeno sarebbero ancor più un problema.
• Automobili e camion. Secondo gli autori, questi potrebbero essere alimentati da batterie o celle a combustibile a idrogeno. Ci sono diversi problemi – la tecnologia è solo all’inizio, per automobili e camion – per esempio, non sono al corrente che qualcuno stia lavorando sulle tecnologia delle batterie e dei motori per autotrasporti di lunga distanza. Le pile a combustibile sono molto costose. David Strahan in “The Last Oil Shock” dice che il costo attuale è di circa 1 milione di dollari a vettura. Egli cita l’ingegnere capo della Honda che dice che ci vorranno ancora 10 anni per poter produrre un auto ad un costo inferiore ai 100.000 dollari.
Per quanto riguarda la riconversione delle automobili e dei camion alla tecnologia delle celle a combustibile a idrogeno o a batterie, e’ probabile che la carenza di minerali possa diventare un problema. L’articolo di Scientific American cita la scarsita’ dei seguenti materiali: terre rare per motori elettrici, ioni di litio per le batterie, ioni litio e platino per celle a combustibile. L’articolo cita il riciclaggio come una parziale soluzione. Analisi pubblicate su The Oil Drum ( come ad esempio: http://europe.theoildrum.com/node/5559 ) indicano che abbastanza presto avremmo scarsita’ di questi minerali, anche in uno scenario di ampia diffusione del riciclaggio.
• Macchine agricole, ruspe, betoniere ed altre attrezzature pesanti. Ci sarebbe la necessita’ di convertire tutti questi mezzi a trazione elettrica. Non è chiaro se esista la tecnologia (e i minerali rari necessari per la tecnologia) per farlo.
• Riscaldamento degli edifici, riscaldamento per la cottura e forno, riscaldamento ad acqua calda, riscaldamento commerciale. Ci sarebbe la necessita’ di convertire tutte queste forme di riscaldamento in elettrico, o in alcuni casi in solare. Questo si potrebbe fare, anche se il riscaldamento potrebbe essere fatto bruciando legna o carbone, come si fa ad esempio in Africa oppure in Cina.
• Attività estrattive e manifatturiere. Ci sarebbe bisogno di riconvertire tutti i processi in forma elettrica. Presumibilmente, il petrolio e di gas naturale continueranno ad essere utilizzati, ma a tassi più bassi forse, a causa del loro impiego per usi “non energetici”, come nelle produzioni di tessile, asfalto, plastica e lubrificazione. Le trivellazioni per il petrolio e per il gas potrebbero essere anch’esse convertite in elettrico.

Quali misure sarebbero necessarie per costruire tutte queste cose?

Avremmo bisogno di capire quale sara’ il punto di arrivo finale e poi procedere a ritroso.
Gli autori dell’articolo di Scientific American dicono che ci sarebbe bisogno di quanto segue:
• 3,8 milioni turbine eoliche di grandi dimensioni
• 90.000 grandi impianti di produzione di elettricità solare
• “numerosi impianti geotermici e fotovoltaici” di dimesioni medio-piccole

Oltre a questi, avremmo bisogno di costruire nuovi aerei, navi, auto, camion, attrezzature pesanti, e apparecchi di nuova generazione che sarebbero necessari, nel quadro del nuovo regime. I proprietari di case avrebbero bisogno per ricablare le loro case per la maggiore quantità di elettricità che userebbero, soprattutto per il riscaldamento domestico di tipo elettrico.

Una cosa di cui abbiamo bisogno e’ pianificare un notevole ampliamento e miglioramento della rete elettrica. L’articolo di Scientific American indica che le variabilità nella generazione sarebbero in gran parte appianate mediante la combinazione di produzione elettrica di diversi tipi – eolica, idroelettrica, solare, geotermica, e da moto ondoso – su vaste aree geografiche. Per fare questo sarebbe necessaria una notevole distanza di trasmissione, spesso tra paesi diversi – tra cui potrebbero anche non esserci rapporti amichevoli. La rete elettrica dovra’ essere aggiornata per essere “intelligente”, in modo che le automobili e gli altri mezzi elettrici possano attingere energia nei momenti della giornata in cui non è necessaria altrove.

Una volta che abbiamo capito come sarà il nuovo sistema, avremo bisogno di capire che tipo di fabbriche serviranno per costruire tutti i dispositivi per questo nuovo sistema, e quali materie saranno necessarie. Alcune delle materie prime potranno forse essere ottenute tramite il riciclaggio, inoltre alcune fabbriche forse potranno essere ottenute mediante la trasformazione di fabbriche di tipo precedente, ma non sarà sempre così. È probabile che dovranno essere costruite nuove fabbriche e dovranno essere aperte nuove miniere, soprattutto per i minerali rari.

Prima che inizieremo a vedere prodotti finiti in quantita’, è probabile che passeranno almeno 10 anni. In parte, questo accadra’ perché oggi stiamo ancora lavorando ai dettagli della tecnologia (per esempio, come costruire in modo efficiente un aeroplano alimentato con celle a combustibile a idrogeno). Inoltre, una volta che riusciamo a definire questi dettagli, abbiamo bisogno di costruire le miniere per estrarre le materie prime e di costruire le fabbriche per produrre i nuovi dispositivi. E ’solo quando abbiamo superato il primo step che possiamo pensare davvero di costruire ciò che vogliamo – gli aerei, le navi, le grandi turbine a vento e tutto il resto.

Per dimensionare le fabbriche, dovremo ipotizzare livelli di produzioni eccezionali per convertire in fretta l’economia all’impiego delle nuovi fonti di energia. Ad esempio, in circostanze normali, se si ipotizza che le macchine per il movimento-terra durino per 40 anni, ci sarebbe bisogno che le fabbriche producessero 1/40 del numero totale delle macchine movimento–terra del mondo in un determinato anno. Ma se abbiamo bisogno di una rampa, per la sostituzione in 10 anni, avremo bisogno di 4 volte piu’ fabbriche. (Che cosa facciamo alla fine con le fabbriche in eccesso?)

A quanto ammonterebbero tutti questi i costi?

Gli autori ci dicono che i costi dei nuovi impianti di generazione di energia WWS ammonteranno a 100.000 miliardi dollari in 20 anni. Ma questo non include il costo di tutte le nuove infrastrutture necessarie – gli aerei, le navi, le auto, i camion e soprattutto le linee di trasmissione elettrica. In totale, il costo sarà di gran lunga superiore a 100.000 miliardi dollari. Possiamo azzardare una stima di 200.000 miliardi dollari, da pagare nei prossimi 20 anni.

L’articolo di Scientific American dà l’impressione che i costi saranno “bassi”, perché si basa solo sul costo della nuova produzione di elettricità, e si presuppone che i costi di generazione scenderanno con l’aumento dei volumi e grazie allo sviluppo della ricerca. Inoltre assume implicitamente che sara’ utilizzato il finanziamento del debito per lungo periodo (ad esempio 40 anni), in modo da non dover pagare il costo del nuovo sistema prima di iniziare ad usarlo. Ma quanto è  realistico tutto ciò?

Le vetture, camion, barche, aerei, centrali elettriche a carbone, ecc che stiamo attualmente utilizzando non avranno piu’ molto valore commerciale, una volta che l’energia sara’ generata dalla WWS; inoltre le nuove apparecchiature saranno probabilmente abbastanza costose. Quindi si dovranno affrontare le spese per l’acquisto di nuove attrezzature a prezzi elevati, e parallelamente si assisterà ad una rapida svalutazione del valore commerciale delle tecnologie usate in precedenza. In molti casi, le imprese non avrebbero normalmente sostituito le proprie attrezzature così presto. I debiti che erano tenute a pagare per tutte le  apparecchiature attualmente utilizzate non potranno magicamente sparire, ma dovranno essere pagati.

Così come si farà a pagare per costruire i nuovi impianti e per acquistare le nuove attrezzature?

I governi del mondo andranno presto in crisi per debiti eccessivi. Le aziende non saranno in grado di affrontare progetti di tale portata, in particolare perchè già oggi sono oppresse dei loro debiti. Mi sembra che un programma di sostituzione dei combustibili con sistemi WWS possa essere finanziato solo attraverso un aumento graduale delle tasse, in modo tale da coprire le spese ogni anno.

Quindi cerchiamo di pensare quanto questo varrebbe. 200.000 miliardi dollari in 20 anni vuol dire 10.000 miliardi dollari l’anno. La quota degli Stati Uniti sarebbe di circa il 21%, sulla base del rapporto tra il PIL degli Stati Uniti e il PIL mondiale. Quindi diciamo che gli Stati Uniti avrebbero bisogno di finanziare 2.100 miliardi dollari l’anno. Confrontiamo questo con le imposte correnti. Nel 2008, le tasse federali, statali e locali sono state pari a 4.100 miliardi dollari, secondo il US Bureau of Economic Analysis. Al fine di raccogliere 2.100 miliardi dollari in più, servirebbe un aumento pari a poco più del 50% di tutte le imposte attualmente corrisposte. Se le imposte addizionali fossero raccolte in percentuale al “reddito personale” (che comprende i salari, la previdenza sociale, gli affitti, ecc), sarebbero pari al 17% del reddito personale. Appare improbabile che una tassa di questa portata, o anche solo la metà di questa portata, potrebbe essere accettata dai contribuenti USA.

Se tale tassa fosse accettata, dopo pochi anni ci sarebbero benefici che potrebbero compensare il suo costo, e si potrebbe passare ad una imposta inferiore, e forse dopo il 2030 ridurre i costi complessivi perché non sarebbe più necessario acquistare combustibili fossili. I benefici derivanti dai minori costi si evidenzierebbero anche sulla vendita di elettricità e di energia, sulla vendita o sul leasing di veicoli e altri beni. Molti dei beni che sarebbero venduti andrebbero a sostituire macchine già ammortizzate, macchinari negli che hanno superato la loro vita utile, navi e aerei che non avevano più valore per i proprietari.

Ma c’è una questione ancora aperta. Ci sarebbero un sacco di attività “tradizionali” che avrebbero comunque ancora un notevole valore nel 2030, se non fosse per le nuove restrizioni. Ad esempio, una vettura nuova con un motore a combustione interna che è stata fabbricata nel 2028 avrà ancora notevole valore, una stufa a gas di una casa possiederà ancora un valore, ciononostante andrà sostituita con una elettrica. Una centrale elettrica a carbone costruita nel 1980 potrebbe avere ancora un valore, e così tutte le autocisterne utilizzate per il trasporto del petrolio, e tutte le condutture del gas naturale. Cosa succederebbe se i proprietari di queste attività volessero essere risarciti per il valore residuo dei loro beni? Nell’imposta calcolata sopra non abbiamo ipotizzato nulla per poter fare questo.

A me sembra che questi proprietari dovrebbe essere risarciti, anche se ci vorrebbe una tassa superiore per poterlo fare. In parte, tale compensazione può venire sottoforma forma di “incentivi”, quando una nuova automobile o una stufa elettrica o un altro oggetto viene acquistato. Ma supponiamo di dover gestire la  perdita di valore del patrimonio di un’impresa. Per questa non e’ cosi’ facile prevedere un rimborso a fronte dell’acquisto di un bene corrispondente – come ad es. per una centrale elettrica a carbone, o per un gasdotto di gas naturale. Direi che anche per questi sarebbe realmente necessaria la compensazione del valore residuo.

Le azioni e le obbligazioni di queste aziende avranno in genere una grande varietà di proprietari – molto spesso i fondi pensione, le compagnie di assicurazione, i fondi di investimento e i singoli investitori. Se in caso contrario il patrimonio di queste aziende fosse svalutato senza alcun indennizzo, le imprese rischierebbero essere di non riuscire a pagare i loro debiti e le azioni di queste imprese perderebbero valore. Ciò significa che alcuni fondi pensione non sarebbero in grado di pagare i loro possessori, e alcune polizze assicurative vita non pagherebbero tanto quanto promesso. Se non vi fosse alcuna compensazione a queste società, si potrebbe innescare una crisi finanziaria, e i pensionati verrebbero colpiti più duramente degli altri. Quindi, in un modo o nell’altro, ci sarebbe comunque una perdita per il sistema economico complessivo.

Come sarebbe sostenibile questo sistema?

Ci sono un certo numero di punti deboli in questo sistema:

• Non ci sono probabilmente abbastanza minerali rari (e anche minerali non rari), per fare tutti i prodotti high tech necessari. Il riciclaggio aiuterà, ma è probabile che il sistema incontrerà un collo di bottiglia entro pochi anni.

• Questo sistema necessita di un enorme numero di linee di trasmissione elettrica. Queste linee di trasmissione sono soggetti a tutti i tipi di disturbi – uragani o tempeste di vento, incendi boschivi, neve, distruzione da parte di chi non è felice per qualche motivo (forse quelli infelici per le disparità di ricchezza). La riparazione delle linee è di per se una sfida notevole. Al momento stiamo utilizzando elicotteri e attrezzature specializzate. Questi dovranno essere adeguatamente adattati ad un sistema che non fa uso di combustibili fossili.

• Quando in una zona l’energia elettrica mancherà, quasi tutte le attività in quel settore si fermeranno (tranne quelle alimentate da fotovoltaico locale), e non ci saranno generatori di back-up. I residenti non saranno in grado di ricaricare i veicoli, e questi diventeranno presto inutilizzabili. Anche i veicoli che entreranno in quella zona potranno rimanere bloccati per mancanza di capacità di ricarica. Le consegne di cibo e acqua potrebbero essere un problema. Il sistema attuale almeno ci offre alcune opzioni che ci possono togliere dai guai: generatori di back-up, auto e camion alimentati da petrolio.

• Il funzionamento del sistema richiederebbe una eccezionale cooperazione internazionale, perché le linee di trasmissione attraversano diversi paese. Se un paese non fosse più in grado di pagare la sua quota, o non riuscisse a fare le riparazioni, potrebbe essere un problema anche per gli altri.

• Tutte le produzioni di alta tecnologie richiederanno un livello considerevole di cooperazione nel commercio internazionale. Questo potrebbe essere interrotto da default sul debito di player importanti, o dall’accaparramento di materie prime da parte di alcuni paesi, o da difficoltà nella produzione di navi e aerei a sufficienza per gestire il commercio internazionale.

• Il sistema chiaramente non può continuare per sempre. Questo sistema potrebbe entrare in crisi per una mancanza di minerali rari, o per controversie internazionali, o per la mancanza di adeguati flussi di commercio internazionale. Questo sistema non garantisce un passaggio naturale ad un futuro veramente sostenibile. Per esempio, la produzione di cibo potrebbe essere fatta ancora per un po’ usando l’agricoltura industriale, con il cibo che viene prodotto in un luogo e fornito ai consumatori in altri luoghi molto distanti dal luogo di produzione. Sarà difficile gestire la transizione verso un sistema che sia veramente sostenibile nel momento in cui il sistema smetterà di funzionare.

Quale sarebbe un termine temporale ragionevole per la transizione?

Mi sembra che un tempo ragionevole per una transizione come quella discussa su Scientific American sarebbe di 50 anni, piuttosto che di 20 come anni suggerito dall’articolo. Con un tale lasso di tempo, ci sarebbe un po’ più di tempo per affinare la tecnologia, in modo da trovare soluzioni economicamente efficienti su larga scala. Avremmo anche un po più di tempo per sfruttare le fabbriche che si costruiscono, in modo da non doverne costruire più del fabbisogno medio, solo per rispettare una determinata scadenza. I costi sarebbero probabilmente molto più facili da gestire, dal momento che non ci sarebbe più il problema di sovrapposizione tra vecchia e nuova tecnologia. Inoltre, ci sarebbero molto meno problemi per rimborsare il valore residuo dei beni di vecchia tecnologia da dismettere.

Il vero problema è che non abbiamo 50 anni per compiere la transizione. Siamo già oggi nella fase discendente della capacità di estrazione del petrolio. Avremmo dovuto cominciare con un progetto come questo già negli anni 1960/1970.

Penso che tutto quello che possiamo fare è una versione molto molto ridotta di un approccio come quello descritto nell’articolo. Tenuto conto del calendario, noi non pensiamo neanche sia opportuno seguire un approccio come quello descritto in questo articolo. L’approccio descritto presuppone un elevato livello di commercio internazionale nel lungo termine. Questa e’ un’ipotesi ottimistica, date le probabili difficoltà nei trasporti via mare e via aria, che si possono innescare in una situazione di carenza di combustibili fossili.

Invece dell’approccio di alta tecnologia auspicato da Scientific American, si potrebbero trovare soluzioni che possono essere fatte a livello locale, con materiali reperiti localmente. Per esempio, si potrebbe decidere di incentivare l’agricoltura locale. Per l’industria, si potrebbero esaminare soluzioni che hanno funzionato in passato, come l’alimentazione delle fabbriche con l’energia del vento (si veda in proposito http://www.theoildrum.com/node/5913 ). Queste soluzioni potrebbero essere costruite con materiali locali, e sarebbero utilizzate direttamente dalle fabbriche senza la conversione in energia elettrica. Con tali soluzioni, la transizione verso un futuro veramente sostenibile potrebbe avere molte più possibilità.

KOSTNIX – il Freeshop di Innsbruck

La domanda non è, quanto mi costa? bensì, mi è utile? Un Freeshop è un luogo, da cui ognuno può prendere ogni oggetto che gli/le è utile. Si può portare a casa un oggetto unicamente se poi se ne fa uso. Farne uso è inteso anche in senso estetico. In cambio non viene chiesto né un compenso in forma di denaro né in altra forma, non si tratta quindi di uno scambio.

E viceversa ognuno può portare qualcosa che non utilizza più che però può essere utile ad altri. Così gli oggetti perdono il loro valore economico e mantengono quello d’uso. Si cerca di sovvertire la logica di mercato e di entrare in contatto con questo ambiente ancora poco diffuso . Il KOSTNIX quindi non è un progetto sociale ma un progetto politico. L’obiettivo del Freeshop è quello di contrastare la società dei consumi e la società usa e getta e sostenere un approccio più cosciente con le risorse. Dovrebbero esserci meno produzione, meno rifiuti e anche meno lavoro. Chi prende oggetti da un Freeshop, risparmia i soldi che avrebbe dovuto spendere per comprarlo e così contribuisce anche ad abbattere il lavoro retribuito, simbolo del capitalismo. Un’obiettivo principale è anche quello di poter costruire un modo del stare insieme totalmente nuovo che si non si basa sul profitto ma sulla solidarietà. Un Freeshop può anche essere un luogo di incontro per discussioni, confronti, teatrino dei burattini, un aiuto nel riparare biciclette, raccontare storie, …

KOSTNIX è un Freeshop per tutte le età. Tutti possono prendere qualcosa senza aver portato nulla e viceversa. Si possono prendere tre oggetti al giorno. Gli oggetti presi dal Freeshop devono servire al proprio interesse e non devono essere venduti ad altri. *Chi vende oggetti presi al KOSTNIX, non può più ritornare al KOSTNIX.* Gli oggetti che vengono portati devono *funzionare ed essere puliti*. Non portate prodotti alimentari o cosmetici. Il barattolo per le offerte al KOSTNIX serve esclusivamente per il pagamento dei costi fissi. Nessuno si arricchisce, i volontari non ricevono nessuna retribuzione. Prendere qualcosa dal KOSTNIX *non* implica lasciare un’offerta.

http://www.umsonstladen.at/innsbruck/italiano/

IN VIAGGIO VERSO LA TRANSIZIONE

Corsi teorico – pratici per prepararsi al cambiamento.

L’Ecovillaggio Torri Superiore propone dal 4 marzo al 20 giugno un programma di corsi orientati alla creazione di un mondo con minor uso del petrolio e a minor impatto ambientale.

Vogliamo imparare a consumare meno, in modo responsabile, sviluppare le economie locali, impegnandoci ad aumentare il benessere e la gioia di vivere: insomma, fare dei passi concreti verso la Decrescita Felice, seguendo l’esempio positivo del movimento delle Transition Towns.

Per maggiori dettagli: www.torri-superiore.org.

Per informazioni e prenotazioni: info@torri-superiore.org
Tel.               0184 215504         0184 215504

4 / 7 MARZO
Trazione animale – Lavori agricoli con gli asini
Con Marco Spinello

20 / 21 MARZO
Introduzione pratica all’antica tecnica di lavorazione del feltro ad acqua e sapone
Con Gaia Di Stefano

17 / 18 APRILE
Fare la birra in casa – Corso base
Con Katja Mirri

8 / 9 MAGGIO
Produzione domestica di saponi e creme naturali
Con Lucilla Borio

22 /23 MAGGIO
Introduzione all’orto biodinamico
Con Stefano Cattapan

4 / 6 GIUGNO
Costruzione di un pavimento in terra cruda
Con Stefano Soldati

30 MAGGIO /  13 GIUGNO
Progettazione in Permacultura – Modulo certificato di 72 ore
Con Massimo Candela, Stefano Soldati, Fabio Pinzi

14 / 19 GIUGNO
Permacultura pratica
Con Massimo Candela, Daniel Von Düffel

19 /20 GIUGNO
Introduzione al Biochar
Con Nathaniel Mulcahy

GAS: passare alla fase successiva?

I GAS (Gruppi di Acquisto Solidale) nascono e si sviluppano come circuito di acquisto alternativo a un mercato principale. E se modificassimo la formula? Nel modello GAS si potrebbe fare una variazione passando da Gruppi di Acquisto Solidale a Gruppi di Acquisto Sostenibili di Transizione.

Leggete l’articolo di Cristiano Bottone

http://www.terranauta.it/a1030/citta_in_transizione/dai_gas_ai_gast.html

e postate qui il vostro commento.

:-)

Agricoltura biologica – via libera a distretti e comprensori

Punta sulla qualità e la valorizzazione del comparto la nuova Legge per lo sviluppo, la tutela, la qualificazione e la valorizzazione delle produzioni biologiche liguri approvata prima dal Consiglio Regionale con il pieno accordo delle organizzazioni professionali agricole Coldiretti-Confagricoltura-Cia e le associazioni di produttori del biologico.
Le produzioni bilogiche più affermate in Liguria sono quelle derivanti della zootecnia (latte, formaggi, carne, miele), dell’olivicoltura, dell’orticoltura e della produzione di piante aromatiche.
Con la nuova legge la Liguria recepisce quanto previsto dalla recente normativa europea, ampliando, per esempio, il campo di applicazione all’acquacoltura e prevedendo un’apposita sezione nell’ elenco regionale, Fra i punti salienti contenuti negli articoli della Legge il riconoscimento di forme associative di operatori biologici costituite in varie forme comprese le organizzazioni di produttori, l’individuazione dei mercati biologici a favore dei consumatori e la diffusione delle produzioni biologiche certificate.
Inoltre è stata introdotta la possibilità di costituire distretti o comprensori del biologico previsti in disegni di legge nazionali, ma mai attuati. Una novità, dunque, non solo per il biologico ligure. L’istituzione di distretti in particolari aree in cui le produzioni biologiche risultano consolidate ed incrementabili, rappresenta una opportunità di sviluppo e di traino per l’intera economia locale contribuendo alla salvaguardia ambientale, alla tutela della biodiversità e a prevenire la contaminazione accidentale da OGM. Infine la Regione dovrà promuovere iniziative per favorire l’impiego di prodotti biologici in mese scolastiche, enti pubblici e strutture sanitarie.
La nuova Legge prevede anche incentivi economici per la realizzazione di progetti per lo sviluppo, la tutela, la qualificazione e la valorizzazione delle produzioni biologiche liguri.