Seminario Genova città in decrescita

Il Circolo Genovese del Movimento della Decrescita Felice e la Fondazione Labò propongono alla “cittadinanza attiva” la discussione sul tema:

Genova città in decrescita:
una realtà con cui confrontarsi
Come molte città occidentali (europee e nordamericane) Genova è in fase di decrescita economica, demografica ed urbanistica. Un segnale che molti interpretano negativamente, che noi giudichiamo una opportunità.

Avvieranno la discussione;
L’arch. Alberto Ariccio: “Genova PUC 2010 – verso una città a crescita zero?
L’arch. Rinaldo Luccardini: “Decrescita urbana: il caso Detroit”

Brevi interventi:
Il prof. arch. Luigi Lagomarsino
Il biologo Enzo Parisi

Mercoledì 29 settembre ore 17
Fondazione Labò
Vico San Luca 2/1

Con i presenti ci confronteremo su:
La decrescita è già una realtà per Genova. Come gestirla?
Quali condizioni porre per il nuovo PUC ?
Come vorremmo la futura città ?

Confidiamo sul contributo attivo da parte di cittadini, movimenti, associazioni interessati a questi argomenti

Lettera aperta al Presidente Napolitano

LETTERA APERTA AL PRESIDENTE NAPOLITANO DI MAURIZIO PALLANTE (MDF) E FABIO SALVIATO (BANCA ETICA) SULLA VICENDA FIAT-MELFI PER UNA NUOVA POLITICA ECONOMICA-INDUSTRIALE ITALIANA:

Ill.mo Sig. Presidente della Repubblica,

Il protrarsi della grave crisi finanziaria, economica, sociale e ambientale che ha colpito il mondo intero ha innescato da tempo una profonda riflessione sulla sostenibilità dell’attuale modello di sviluppo. Dopo anni di mobilitazione, impegno e campagne della società civile, che noi ci onoriamo di rappresentare, temi come la finanza etica e lo sviluppo sostenibile sono finalmente entrati nell’agenda dei potenti, anche se siamo ancora ben lungi da un cambio di paradigma che oggi appare essenziale.
Abbiamo molto apprezzato il suo recente intervento nella vicenda del licenziamento dei tre operai di Melfi. In questi mesi la FIAT, la principale azienda italiana, ha spesso occupato le prime pagine dei giornali, dalle vicende di Termini Imerese, passando per Pomigliano d’Arco, all’ipotesi di delocalizzazione in Serbia per arrivare oggi a Melfi. Nel suo illuminato e distensivo intervento lei auspica ” un passo avanti e un confronto pacato sul futuro dell’azienda “.
Noi sottoscritti, come rappresentanti della società civile ma anche forti della nostra esperienza rispettivamente come fondatore e presidente del Movimento della Decrescita Felice e come fondatore e già presidente della Banca Etica, Le offriamo la nostra disponibilità a tale confronto, certi di poter fornire un contributo sostanziale, avvalendoci anche della collaborazione e consulenza tecnica dell’Ing. Mario Palazzetti, già responsabile del Centro Ricerche FIAT, e di numerosi altri esponenti sia del mondo dell’Università che del mondo economico e industriale.
Le soluzioni per disinnescare le tensioni sindacali, per creare nuovi posti di lavoro di qualità, per rilanciare la FIAT e, ancor più, per uscire dalla crisi economica esistono già e sono a portata di mano, è solo un problema di volontà politica. Il mercato dell’auto è ormai saturo: in Italia circolano oltre 35 milioni di vetture, è chiaro che il futuro della FIAT non può essere solo nell’auto, che, oltretutto, ha un elevato impatto ambientale e sociale (basti pensare agli incidenti stradali). Occorrono nuove idee, occorre diversificare e percorrere nuove strade.
Quando si parla di innovazione e nuove idee, in genere si guarda al futuro. Noi sosteniamo invece che le idee e le soluzioni esistono già e appartengono al passato, un passato che però nessuno ha mai voluto realizzare. Nel 1972 l’Ing. Mario Palazzetti, dirigente del Centro Ricerche Fiat, brevettò il micro-cogeneratore: si trattava di un semplice motore d’auto, che può essere installato in qualsiasi casa, alimentato a metano, collegato ad un alternatore e capace di generare in forma combinata energia termica ed elettrica (da cui il nome di co-generatore). Tale macchina ha un rendimento energetico almeno doppio rispetto alle tradizionali caldaie, il che significa anche dimezzare il consumo di energia da fonti fossili e quindi la CO2 prodotta.
Purtroppo, chissà perché, nessuno in Italia ha sviluppato su ampia scala tale idea, su cui ora sta investendo la Germania: la Volkswagen, con il sostegno del governo tedesco, da qui al 2015, utilizzando come base il motore della Golf, produrrà ben 100.000 cogeneratori che, mentre riscalderanno le case, forniranno anche l’energia elettrica equivalente a ben due centrali nucleari! Perché non può farlo anche la FIAT, che è stata la prima azienda a produrli? Ci sarebbe nuovo lavoro per migliaia e migliaia di operai, un lavoro utile alla società e all’ambiente e in Italia non ci sarebbe più il bisogno di riaprire lo spinoso e controverso capitolo del nucleare.

Questo è solo un primo esempio di quelle che noi amiamo chiamare le “tecnologie della decrescita”, ovvero quelle tecnologie che consentono di creare ricchezza e occupazione di qualità riducendo l’impatto sull’ambiente e il consumo di risorse. Tecnologie per riqualificare gli edifici e ridurre i consumi energetici, per ridurre la produzione di rifiuti, per riciclare le materie prime, per produrre energia da fonti rinnovabili. In questo campo potremmo essere all’avanguardia e non temere la concorrenza di nessuno, neanche della forte economia cinese o americana. Ma ci vuole una classe imprenditoriale sensibile e illuminata, e ci vuole il convinto sostegno di una rinnovata classe politica, che sia capace di una visione più alta e lungimirante rispetto al solito nucleare, grandi opere o inceneritori.
L’8 ottobre p.v., con il Patrocinio del Comune e della Provincia di Perugia e della Regione Umbria, si terrà a Perugia il primo convegno italiano sulle tecnologie della decrescita. Interverranno numerosi industriali che, nella loro attività economica, stanno già realizzando questa rivoluzione, questo salto culturale. Verrà proposto un patto per mettere in rete conoscenze e tecnologie, creare sinergie, rilanciare il comparto tecnologico e industriale italiano riducendo l’impatto ambientale e il consumo di risorse e creando nuovi posti di lavoro di qualità e ricchi di senso e di valore. Ci guadagneranno gli imprenditori, i lavoratori, i cittadini e anche le generazioni future, cui lasceremo in eredità un mondo migliore e più vivibile.
Cogliamo l’occasione per invitarLa a presenziare a questo importante appuntamento e Le chiediamo di concedere all’evento il Suo Alto Patrocinio. Saremmo molto onorati dalla Sua presenza o quantomeno, da un Suo messaggio di sostegno.

Restiamo a Sua completa disposizione per ulteriori chiarimenti e per un incontro.
Certi della Sua cortese risposta, Le porgiamo distinti saluti.

Sabato, 28 agosto 2010

Maurizio Pallante Fabio Salviato

Riflessioni di ferragosto

In questi giorni ferragostani in cui incendi apocalittici in Russia e bibliche alluvioni nell’Europa Centrale, in India, Pakistan e Cina, sembrano volerci scuotere dai nostri stanchi rituali vacanzieri per sbatterci in faccia l’evidenza dei cambiamenti climatici in atto, ho ritrovato e riletto “La fine del lavoro”, un libro del 1995 di Jeremy Rifkin.
Con lucida preveggenza Rifkin descriveva il progressivo aumento della disoccupazione, in seguito alla sistematica automazione dei processi produttivi. La sostituzione, in pratica, di tutti i lavoratori: operai, impiegati, ricercatori, progettisti, da parte di macchine sempre più sofisticate, definite addirittura “intelligenti”, più affidabili, precise, e soprattutto meno costose e più obbedienti.
E come la Conferenza di Rio del 1992, con la “Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici”, da cui scaturì il Protocollo di Kyoto, aveva anticipato il progressivo estremizzarsi dei fenomeni climatici di cui oggi cominciamo ad essere testimoni, così, negli stessi anni, un intellettuale, con largo anticipo, aveva descritto altri fatti di cui adesso leggiamo le notizie sui giornali.
In questi giorni, ad esempio, la Fiat, non solo delocalizza parte della produzione in Serbia, passando da salari di 1.200 a 300 €, ma approfitta del trasloco per attuare una ristrutturazione produttiva, che prevede di incrementare la già avanzata automazione delle suo catene di montaggio, con l’introduzione di ulteriori robot.
Quindi, non solo riuscirà a mantenere inalterata la propria potenzialità produttiva, riducendo ad un quarto il costo della manodopera, ma riuscirà, incrementando l’automazione, ad ottimizzazione ulteriormente il proprio ciclo produttivo, riducendo il numero complessivo dei lavoratori: un vero miracolo.
Le macchine, si sa, non mangiano, non dormono, non si stancano, non si ammalano, non si lamentano. Però non comprano, non pagano contributi e tanto meno le tasse.
Quindi, tenendo conto che il costo del lavoro incide il 7/8% del valore complessivo di un’auto e che quindi le mutate condizioni di produzione non incideranno significatamene sull’attuale prezzo di vendita delle auto, viene spontanea una domanda.
Chi comprerà le auto prodotte in Serbia?
Non certo i lavoratori serbi pagati 300€. Tanto meno i lavoratori italiani messi in mobilità. Quindi a comprare le nuove auto prodotte in Serbia non potranno essere i lavoratori che le producono.
Chi le comprerà allora?
I profeti del mercato ci spiegano che le macchina che sostituiscono gli uomini sono progettate e costruite da altri uomini, e che quindi quando si distruggono posti di lavoro in un settore se ne creano in altri settori. Peccato che il rapporto sia di uno a dieci. Per ogni posto creato nell’automazione se ne perdono dieci nei settori automatizzati. C’è chi urla la meraviglia di macchine in grado di progettare e costruire altre macchine!
Quindi, man mano che l’automazione viene estesa ad ogni settore produttivo, paradossalmente all’aumento delle unità di prodotto corrisponde una parallela diminuzione dei posti di lavoro: una spirale perversa.
Rifkin concludeva il suo saggio auspicando che l’incremento di produttività generato dall’automazione, venisse restituito ai lavoratori, almeno, sotto forma di riduzione dell’orario di lavoro e dell’età pensionabile.
Ma questa conclusione del libro sui giornali non la sto ancora leggendo. Anzi leggo di aumentare gli straordinari e spostare in avanti l’età pensionabile.
Sicuramente sono io che non capisco le meraviglie del mondo in cui vivo, ma continuo a chiedermi come possa continuare a funzionare un processo economico che continua a produrre più merci ed a ridurre il potere d’acquisto dei propri potenziali acquirenti, o, chi pagherà in futuro le pensioni degli anziani, se i giovani non sono in grado oggi di trovarsi un lavoro e garantirsi un reddito.
Qualcuno di voi conosce la risposta?

di Alberto Ariccio