Biodiversità e decrescita

Il 2010 è stato proclamato dall’ONU “Anno Internazionale della Biodiversità”, per evidenziare
all’attenzione del mondo intero la questione dell’impoverimento ambientale del pianeta a seguito della distruzione di habitat ed ecosistemi e le inevitabili conseguenze sul benessere umano. Alla fine di maggio si tengono in Italia i principali eventi relativi.

Ma cos’è la biodiversità e perché è così importante?
Secondo la definizione della Conferenza internazionale delle Nazioni Unite sull’ambiente tenutasi a Rio de Janeiro nel 1992: «La biodiversità è rappresentata dalla variabilità fra gli organismi viventi d’ogni tipo, inclusi, fra gli altri, i terrestri, i marini e quelli d’altri ecosistemi acquatici, nonché i complessi ecologici di cui fanno parte. Ciò include la diversità entro le specie, fra le specie e la diversità degli ecosistemi».
Alcuni numeri: le specie conosciute al mondo sono circa 1 milione e 250 mila, di cui 1 milione animali e 250.000 vegetali. In Italia si parla di circa 58.000 specie animali (per lo più insetti, i mammiferi sono solo 100) e 18.000 vegetali.

In senso generale possiamo dire che la vita per continuare ha bisogno di difendersi, riprodursi, diversificarsi. La biodiversità è quindi una fondamentale condizione di continuità della vita. Se ci fosse una sola specie sarebbe più indifesa alle intemperie e alle azioni della terra. La vita si è quindi differenziata e ha messo in atto strategie, generando diverse specie che si sono adattate ai diversi ambienti: dai mari alla terra ai fiumi all’aria, ai ghiacci. Piccole e grandi.
Trasmutando il concetto in campo economico tutti siamo consapevoli della importanza della differenziazione dell’approvvigionamento energetico, così come della differenziazione degli investimenti, che mettono al riparo da crisi puntuali o settoriali.

Oggi nel mondo la biodiversità è in pericolo: la stima è che venga perso il 25% delle specie mondiali per il solo cambiamento climatico.
Lo stato della biodiversità è stato fotografato dal Millennium Ecosystem assessment (MA) voluto dalle Nazioni Unite che ha messo in evidenza tra l’altro come a livello europeo il 50% delle specie animali autoctone sia minacciato di estinzione così come 800 specie vegetali europee. I risultati effettivamente conseguiti in relazione all’obiettivo europeo di fermare la perdita di biodiversità entro il 2010, (Countdown 2010) mostrano come molto rimanga ancora da fare nonostante gli sforzi messi in campo
E a causa dell’accelerazione della perdita della biodiversità, sono a rischio di “collasso” i sistemi naturali che sostengono l’economia globale. Lo dice il Global Biodiversity Outlook del Programma ambientale Onu, che si basa su una serie di recenti studi scientifici e di contributi nazionali, e avverte che il ritmo con il quale si sta disperdendo il patrimonio biologico delle specie animali e vegetali potrebbe cominciare ad avere un impatto economico di rilievo. “L’umanità si è fabbricata infatti l’illusione che in qualche modo ce la possiamo fare senza biodiversità o che questa sia in qualche modo periferica al nostro mondo: la verità è che ne abbiamo bisogno più che mai.”

La perdita è quindi particolarmente preoccupante non solo in sé, perché la natura ha un valore intrinseco, ma per la perdita di quei servizi ecosistemici che la natura offre attraverso la varietà come
• la produzione di cibo
• l’effetto regolatore su acque, aria e clima, la fotosintesi
• il mantenimento della fertilità dei suoli e i cicli dei nutrienti.
• garantire i servizi ecosistemici dai quali dipendiamo
• effetto resilienza, dare cioè una maggiore difesa e resistenza ai mutamenti negativi
Come hanno riconosciuto i 21 ministri partecipanti al G8 Ambiente di Siracusa del 2009, la perdita della biodiversità e la conseguente riduzione e danno dei servizi ecosistemici mette a rischio l’approvvigionamento alimentare e la disponibilità di risorse idriche, cosi come mette a repentaglio i processi economici globali, per cui si rendono necessari appropriati programmi ed azioni tempestive, volti a rafforzare la resilienza degli ecosistemi.

Le principali minacce alla biodiversità in Italia, dove per fortuna non abbiamo la riduzione delle foreste, sono essenzialmente
• il cambio dell’uso del suolo, specie se associato a modificazioni e frammentazione degli habitat;
• i cambiamenti nella concentrazione di anidride carbonica, ossido di carbonio , metano, ozono e altri inquinanti nell’atmosfera;
• i conseguenti cambiamenti climatici (negazionisti, basta !);
• l’ inquinamento delle matrici ambientali (acqua, aria, suolo, ambiente sonoro e luminoso);
• l’ eccessivo sfruttamento delle risorse naturali.
Ovviamente tutti effetti dell’attività umana diretta verso il glorioso obiettivo dello sviluppo. La causa di tutto ciò è quindi in una sola parola: crescita.

E’ indubbio pertanto che solo una diversa direzione dell’economia in senso opposto alla crescita può veramente salvare la biodiversità. L’alternativa è la sua ghettizzazione nei parchi e nelle altre aree protette, con all’esterno un mondo deserto, cementificato e privo di vita.
Cosa fare ?
Rete Natura 2000 è la risposta principale che la Comunità Europea ha dato e che costituisce una serie di siti ad alto valore di naturalità. In Italia sono presenti 2255 SIC e 559 ZPS. Le Aree protette (parchi e riserve naturali) sono parimenti importanti, ma certo non si può correre il rischio di vedere la vita in una sorta di museo.
Occorre quindi soprattutto prevedere una pianificazione delle attività economiche compatibile con la conservazione e il ripristino delle specie, degli habitat e del Paesaggio, della biodiversità e degli ecosistemi. E strategica è la attività di divulgazione e di educazione ambientale, visto che è dal basso che potrà nascere una nuova economia.
Come ha affermato il segretario generale dell’Onu Ban Ki-moon: “Per affrontare le cause profonde della perdita di biodiversità, dobbiamo darle una priorità più alta in tutte le nostre scelte e in tutti i settori economici”

di Enzo Parisi

ASPO Italia – nota informativa

Alla Cortese Attenzione

PRESIDENTI DELLE REGIONI E DELLE PROVINCE AUTONOME
PRESIDENTI DELLE PROVINCE
RAPPRESENTANTI DI REGIONI, PROVINCE ED ENTI LOCALI
PRESSO LA CONFERENZA STATO – REGIONI – ENTI LOCALI

8 Maggio 2010

Oggetto: Nota informativa – Petrolio, economia e società

Egregio Sig. Presidente,

Ci permettiamo di sottoporre alla Sua considerazione la presente comunicazione, con l’obiettivo di contribuire al quadro conoscitivo nel settore energetico, che costituisce materia concorrente tra Stato, Regioni ed Enti Locali.

LA DISPONIBILITA’ DI PETROLIO A BASSO COSTO E’ IN DECLINO

Sussistono ragioni molto fondate per ritenere che la crisi finanziaria, partita nel 2007 in modo graduale ed evoluta nel 2008 in un vero e proprio ridimensionamento dell’economia globale, tragga in gran parte la propria origine nell’incapacità di estrarre petrolio greggio in quantità sufficienti, e a costi sufficientemente bassi, tali da sostenere la crescita imposta dall’economia aperta di mercato ormai affermata in tutto il mondo.

La medesima crisi e la conseguente diminuzione dei consumi ha senza dubbio avuto l’effetto, molto temporaneo, di rallentare l’incipiente deficit di petrolio, ovviamente al costo di un relativo impoverimento di molti Paesi e degli strati più svantaggiati delle relative (e sempre crescenti) popolazioni; l’attuale stabilizzazione dei prezzi del barile di petrolio oltre gli 80 dollari testimonia tuttavia che i fondamentali scatenanti non si sono modificati.

La relativa e modesta ripresa in corso non potrà che accentuare e avvicinare il momento in cui l’offerta di petrolio non potrà più fare fronte alla domanda minima sufficiente a sostenere la crescita necessaria a uno sviluppo armonico e al benessere diffuso.

La stessa Agenzia Internazionale per l’Energia e il Governo USA (cfr. Approfondimenti in fondo al testo) hanno diffuso per la prima volta un avvertimento che, se ben interpretato e seguito da azioni adeguate, potrà aiutare almeno ad attenuare gli effetti del prossimo “crash” petrolifero.

La nostra Associazione si permette di suggerire una particolare attenzione non soltanto al suddetto previsto evento, ma anche alla sua collocazione nel tempo, che è estremamente ravvicinata (entro 2-3 anni) e che di fatto rende difficilmente proponibili e praticabili programmi di riconversione a breve termine del sistema energetico e tecnologico.

Emerge qualche positivo elemento di speranza, almeno per il nostro Paese, rappresentato, a titolo d’esempio, dal vero e proprio “boom” del fotovoltaico, passato in pochi anni da una nicchia trascurabile a oltre 1.200 MW di potenza installata, e dell’eolico, la cui potenza installata presto raggiungerà i 5.000 MW, complessivamente contribuendo per quasi il 5% al fabbisogno nazionale di energia elettrica.

La via d’uscita è tuttavia stretta e lunga, e deve essere percorsa in fretta!

Essa necessita un forte sostegno da parte di tutti i livelli di governo e amministrativi riguardo alla produzione di energia da fonti rinnovabili, al risparmio e all’efficienza energetica e al trasporto sostenibile.

QUALCHE DATO SUL PICCO DEL PETROLIO

Il grafico sottostante è stato prodotto dal Dipartimento dell’Energia (DOE) del Governo degli Stati Uniti d’America a partire dai dati dell’Agenzia Internazionale per l’Energia (AIE), agenzia intergovernativa dei Paesi OCSE, dedicata allo studio e alle previsioni sul futuro energetico mondiale.

La stessa figura prospetta un futuro energetico molto preoccupante, caratterizzato a breve dal picco della produzione di combustibili liquidi.

Si tratta di un evento storico già in corso, il cui momento critico è collocabile, secondo i dati AIE, tra circa 18 mesi, intorno al valore di 87 milioni di barili al giorno.

La produzione di petrolio convenzionale, che è in pratica tutto il petrolio con cui è stato alimentato il metabolismo sociale ed economico mondiale almeno negli ultimi 50 anni, ha superato un picco di capacità nel 2008, ed è prevista declinare con un tasso annuo del 4%.

L’apporto di petrolio non convenzionale, essenzialmente sabbie bituminose e altri progetti simili, non coprirà che in minima parte il deficit che si sta aprendo tra domanda e offerta.

Tale deficit è rappresentato, nella figura, dall’area bianca classificata come l’insieme dei progetti produttivi ancora da identificare, che si trova tra la porzione colorata della figura data dalla somma della produzione delle varie categorie di liquidi combustibili e la curva in colore blu scuro, che rappresenta le previsioni dell’AIE sulla domanda da oggi al 2030.

In altre parole, la parte colorata della figura rappresenta la realtà, la parte bianca l’immaginazione. Questa quantità di petrolio “immaginario” ammonterebbe, nel 2030, alla cifra stratosferica di 60 milioni di barili al giorno, pari alla produzione attuale di sei produttori come l’Arabia Saudita.

I problemi, tuttavia, inizieranno molto prima, allorché la domanda inizierà a superare definitivamente l’offerta.

Purtroppo le scoperte di nuovi giacimenti, lungi dal ripetere i fasti dei tempi in cui furono individuati i grandi campi petroliferi che ci hanno generosamente servito per diversi decenni, dopo un picco a metà degli anni sessanta del secolo scorso, sono andate irregolarmente ma inesorabilmente calando e si attestano oggi intorno ad 1/5 dei consumi.

Tali scoperte sono inoltre principalmente costituite da progetti petroliferi estremamente complessi dal punto di vista geologico e ingegneristico (per esempio in alto mare, in zone perennemente coperte da ghiacci, a profondità chilometriche, greggio di qualità scadente, contenente sostanze pericolose o da eliminare, complicate lavorazioni di enormi quantità di sabbie o di rocce).

Tale complessità si riflette, ovviamente e prima di tutto, in costi economici più alti e ritorni energetici minori (minore estrazione di petrolio per unità di energia spesa per estrarlo), aspetto, quest’ultimo, che, indipendentemente dalle quantità di petrolio ancora esistenti, definisce il “vantaggio” tramite il quale la struttura socio-economico-produttiva può continuare a svilupparsi.

Negli Anni Trenta del secolo scorso si utilizzava l’energia corrispondente a un barile di petrolio per estrarne cento, oggi con un barile se ne estraggono da dieci a quindici, e ciò pur tenendo conto degli enormi progressi tecnologici intervenuti nel frattempo!

La stessa crescente complessità della ricerca ed estrazione di petrolio si riflette anche, come purtroppo testimoniano le recenti cronache dal Golfo del Messico, in un aumentato rischio di incidenti dalle conseguenze particolarmente gravi e durature.

Da tempo la nostra Associazione ha divulgato ad ogni livello della società, dalle scuole elementari fino agli organi di governo dello Stato, delle Regioni e degli Enti Locali, l’entità, la tempistica e le possibili conseguenze del picco petrolifero, così come ora trovano conferma nel documento del Dipartimento dell’Energia del Governo degli Stati Uniti.

Il metabolismo sociale ed economico del nostro Paese, delle sue Regioni e città è ancora totalmente dipendente dalla fruibilità di combustibili liquidi a buon mercato.

Il panorama prevedibile nella fase di declino di disponibilità di tali combustibili è caratterizzato da costi crescenti degli stessi che si trascineranno dietro costi crescenti dell’energia in generale e delle materie prime (come si è visto nel periodo 2004-2008).

Tutti i settori produttivi, dai trasporti all’agricoltura, così come l’intero assetto economico e sociale soffriranno – in modo al momento imprevedibile – generando una riduzione delle disponibilità di beni, servizi e lavoro così come oggi li concepiamo.

Si rileva che l’attuale fase di sostituzione dei combustibili liquidi di origine petrolifera con il gas naturale può alleviare solo in minima parte i problemi per il settore dei trasporti

La scrivente Associazione evidenzia quindi la necessità che l’azione politica e amministrativa si occupi nel più breve tempo possibile di garantire alla società il mantenimento dei servizi essenziali scoraggiando la deriva verso il superfluo e focalizzandosi verso la preparazione, sia materiale, sia culturale, di una comunità informata e resiliente, chiamata ad affrontare un periodo di diminuzione del flusso di beni e servizi senza per questo collassare o trasformarsi in qualcosa di diverso e sicuramente meno gradevole.

In questo quadro si evidenzia inoltre il carattere controproducente dei progetti di rilancio del paradigma vigente, rappresentati dall’ipotesi di incrementare l’uso del carbone e dal ritorno al nucleare, che sottendono l’idea non sostenibile della crescita materiale infinita.

Grati per la Sua considerazione, rimaniamo a disposizione per qualsiasi approfondimento.

Con Ossequio.
ASPO ITALIA
ASSOCIAZIONE PER LO STUDIO DEL PICCO DEL PETROLIO

Sede legale: via Buffalmacco 8, Fiesole (FI)
www.aspoitalia.it

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Approfondimenti:
International Energy Agency. Global Energy Outlook
Energy Information Agency, Dept. Of Energy USA
The Oil Drum – Discussions about Energy and Our Future
Stockholm Resilience Centre
ICLEI – Local Governments for Sustainability
Petrolio – uno sguardo dal picco

TRANSITION IN ACTION

 PRIMA PARTE

Raccontare una storia nuova per il nostro futuro

Questo piano di sviluppo della comunità e della contea è diverso da molti piani di sviluppo ai quali siamo stati abituati nella nostra vita. Esso si basa su un insieme diverso, e crediamo più realistico, di ipotesi. Si presuppone che siamo giunti a un momento cruciale e storico nella nostra storia, un momento in cui ci possiamo permettere di pensare in grande e pensare al di là di quello che potremmo definire il ‘business as usual’. L’economia del distretto di Totnes sta cominciando a sentire l’impatto della recessione mondiale, e il record del prezzo del petrolio della scorsa estate ha colpito duramente la nostra economia. E se queste due tendenze si riveleranno essere una caratteristica permanente e crescente della nostra vita quotidiana? Cosa succederà se la nostra zona adotterà misure proattive per rientrare entro i limiti delle emissioni di carbonio, facendo la sua parte per evitare il cambiamento climatico galoppante? Questa prima sezione esamina i principi alla base di questo piano.

INTRODUZIONE 

Ecco un litro di petrolio. E ‘una cosa straordinaria. Il petrolio di questa bottiglia contiene più energia di quanto si creerebbe facendo un duro lavoro fisico per cinque settimane. Proprio in questa piccola bottiglia. Essa ci ha reso potenti al di là delle fantasie delle generazioni precedenti, in grado di modificare paesaggi, mangiare cibi provenienti dall’altra parte del mondo a dispetto delle stagioni, viaggiare per il mondo come se avessimo gli stivali delle sette leghe, e rompere per la prima volta il legame con la terra che sta sotto i nostri piedi.

Il petrolio può anche essere trasformato in un incredibile assortimento di materie plastiche, colle, materiali e prodotti che riempiono le nostre case, i luoghi di lavoro e i negozi. Con esso facciamo i nostri farmaci, e il nostro sistema alimentare è diventato un sistema per trasformare il petrolio in cibo. Se potessimo prendere la nostra vita e strizzarla uscirebbero gocce di petrolio. Tuttavia, questo livello di dipendenza dal petrolio, che una volta ha determinato il nostro grado di prosperità e di successo, determina ora la nostra vulnerabilita’. Se per molte cose il petrolio in questa bottiglia ci ha portato cose meravigliose e opportunità straordinarie, abbiamo bisogno, come Fatih Birol, capo dell’Agenzia internazionale dell’energia ha raccontato ai governi del mondo, di “lasciare il petrolio prima che il petrolio lasci noi”.

Come citato nelle interviste che si aprono nella seconda parte del documento, abbiamo chiesto alla fine dei suoi anni a Douglas Matthews di Staverton, poco prima del suo 100° compleanno, se egli considerava l’età del petrolio da lui vissuta una benedizione o una maledizione:

“Una benedizione per me. Ma anche una benedizione per il tipo di guerre che siamo stati in grado di combattere. E’ una benedizione se si mettono insieme le due cose? Non lo so. Ciononstante sono molto contento per avere vissuto il periodo che ho vissuto”.

 

LE IPOTESI SU CUI SI FONDA QUESTO PIANO

Quando la maggior parte delle amministrazioni, delle aziende o dei governi si siedono a pianificare i prossimi 20 anni, partono ancora dal presupposto che nei prossimi 20 anni si avrà più occupazione, più energia, più automobili, più case, più imprese, più crescita economica e così via. Negli ultimi mesi è diventato chiaro a molti che ciascuna di queste ipotesi è sempre più discutibile.

Stiamo passando da un epoca in cui il nostro livello di successo economico e di benessere personale era direttamente proporzionale al nostro livello di consumo di petrolio, a un tempo in cui il nostro grado di dipendenza dal petrolio sarà indice del nostro grado di vulnerabilità. Per molte persone, è sempre più chiaro che non possiamo continuare a vivere come abbiamo vissuto fino ad oggi, e che tre tendenze principali ci stanno forzando la mano, introducendo grandi cambiamenti inevitabili nel lungo periodo. Questi includono:

L’inizio della fine dei combustibili fossili a buon mercato

Nessuno sa ancora con certezza quando il mondo passerà il picco della produzione petrolifera, anche se questo momento storico può essere già stato superato nel mese di luglio 2008, quando il prezzo ha raggiunto 147 dollari al barile, la qual cosa ha frenato la domanda talmente tanto che ancora oggi deve ancora riprendersi, e realisticamente non potrà farlo mai. Infatti alcuni sostengono che l’attuale situazione economica è stata, in larga parte, causata dal picco del prezzo del petrolio. Il nostro stile di vita dipende dal petrolio a buon mercato per praticamente tutto ciò che sta nelle nostre case, dal nostro cibo ai nostri spazzolini da denti, dai nostri tappeti alle nostre scarpe. Lo stile di vita del 21° secolo è letteralmente costruito sul petrolio. La teoria del picco del petrolio non dice che un giorno non lontano ci sarà ‘esaurimento’ del petrolio, potremmo anche non vedere mai quel giorno, ciò che dice è che presto potremo vedere la fine dell’era del petrolio a buon mercato, e di tutto ciò che questo ha reso possibile. Questa fase si rivelerà un passaggio storico. Durante l’età del petrolio, abbiamo estratto e bruciato 1.200 miliardi di barili di petrolio greggio, quasi la metà di tutta la luce del sole arrivata nella preistoria. Si tratta di una quantità impressionante di materia, e nessuno sa quale impatto a lungo termine avrà sul clima, l’ambiente e l’umanità. Come il capo della International Energy Agency dice ora ai leader di governo del mondo “dobbiamo lasciare il petrolio prima che sia lui a lasciare noi”

L’impatto che sta avendo sul clima

Ogni giorno porta notizie sempre più cupe sulla velocità e sulla portata del cambiamento climatico. Molti di noi hanno notato le variazioni dei modelli meterologici durante la nostra vita, la neve e il freddo d’inverno sono diventati una rarità nel Devon mentre un tempo, come la sezione delle storie orali di questo rapporto mostra, erano eventi banali. La temperatura media è aumentata nel Devon di 1.5° C rispetto al 1960, e si prevede che aumenterà circa altrettanto da qui al 2030. A livello globale, la fonte di maggiore preoccupazione è il livello di scioglimento dei ghiacci dell’Artico, a lungo considerato dagli scienziati del clima come uno degli indicatori fondamentali dei cambiamenti climatici. Il ritmo di fusione è di gran lunga più veloce di quanto chiunque si aspettasse. L’ultimo rapporto del Panel intergovernativo sui cambiamenti climatici, mostrando un consenso scientifico senza precedenti sul fatto che il cambiamento climatico è in corso, ha ipotizzato che, nel peggiore dei casi, il ghiaccio artico potrebbe iniziare a rompersi entro il 2010. Se le tendenze attuali si confermassero potrebbe essere tutto sciolto entro il 2014. I governi ora stanno rispondendo, ma oggi stanno lavorando per raggiungere l’obiettivo di 450 parti per milione. Ultimamente la scienza ci dice che dobbiamo arrivare a 350 parti per millione. Abbiamo già superato i 387ppm. Il nostro tempo per rinviare e per procrastinare gli interventi è da tempo passato. Il livello dei tagli che dobbiamo fare alle nostre emissioni di carbonio è molto profondo, ma realizzabile, e potrebbe essere il catalizzatore di una straordinaria rivoluzione per l’industria e per il commercio.

La fine della bolla della crescita economica

Il denaro è messo in circolo per essere prestato alla gente, così i soldi (davvero) equivalgono al debito. Il Regno Unito è diventato il secondo paese più indebitato del mondo (secondo solo all’Irlanda), con livelli sorprendenti di debito personale e un debito nazionale totale pari al 336% del PIL. Il governo ha anche preso soldi in prestito pesantemente, al fine di perseguire i suoi obiettivi e, più recentemente, per salvare il settore bancario del Regno Unito, debito per il quale sarà responsabile per molti anni a venire. Il guaio con la generazione del debito è che essa si fonda sul presupposto che in futuro saremo più ricchi di quello che siamo attualmente, per poter ripagare il debito. Alla base di questo ragionamento c’è il presupposto che ci sarà sempre energia a buon mercato per garantire la crescita economica necessaria. Il disfacimento attuale della finanza internazionale, e la consapevolezza che gran parte del debito è ‘tossico’, vale a dire non ripagabile, risulterá avere implicazioni molto più profonde di quanto abbiamo fin qui sperimentato.

E’ anche importante il fatto che il Regno Unito, situato alla fine di lunghe condutture energetiche, ha venduto gran parte della sua energia in un momento in cui i prezzi erano molto bassi, ed è diventato un importatore netto in un momento di grande volatilità dei prezzi dell’energia. Inoltre, il livello del debito nazionale sostenuto per il salvataggio delle banche di recente ha richiesto profondi tagli in tutta l’economia, la qual cosa metterà in difficoltà la nostra capacità di fare affidamento sulle pensioni e sullo stato sociale nel modo in cui abbiamo sempre fatto.

Per gli ultimi tre anni, Totnes Transition Town ha coordinato un programma di sensibilizzazione nella città su questi tre temi chiave, portando qui molti esperti mondiali sul tema: esperti del picco del petrolio come Richard Heinberg, Jeremy Leggett e David Strahan, esperti dei cambiamenti climatici come Aubrey Meyer, Mayer Hillman e Tony Juniper, esperti di economia come Andrew Simms, Colin Hines, David Fleming, Molly Scot Catone, Bernard Lietaer, Richard Douthwaite, David Boyle e altri. E’ stato un viaggio illuminante, e gran parte della saggezza che hanno portato a questa comunità viene raccolta in questo documento.

IL CONTESTO DI QUESTO PIANO

Totnes non è la prima città o paese che inizia ad esplorare gli aspetti pratici legati alla sfida di abbandonare la dipendenza dal petrolio e gli alti livelli di emissioni di carbonio. Uno dei primi piani è stato il Kinsale Energy Descent Action Plan, sviluppato nel 2005 dagli studenti di una scuola nel sud dell’Irlanda, che è stato in parte responsabile della creazione del concetto di Transizione. Fu allora che si esplorò per la prima volta come la città avrebbe potuto fare per abbandonare la sua dipendenza dal petrolio, vedendo in questi cambiamenti inevitabili una potenziale grandissima opportunità. La relazione di Kinsale è diventata un fenomeno virale, e da allora ad oggi è stata scaricata migliaia di volte.

I piani che si riferiscono alle risposte al picco del petrolio sono suddivisi in quattro categorie. Ci sono quelli delle amministrazioni locali, quelli che analizzano in modo più ampio l’impatto del picco del petrolio sulla società, quelli che guardano alle soluzioni in un contesto più ampio, ed ci sono infine quelli che, come questo, sono piani di ri-localizzazione guidati dalla comunità, conosciuti come ‘Energy Descent Action Plan’ (uno sguardo più dettagliato su altre comunità che hanno prodotto tali piani si può trovare sul sito web). Alcune autorità locali hanno superato le risoluzioni sul ‘Peak Oil’ (es. Consiglio Comunale di Nottingham), e in alcune realtà locali, in particolare Somerset Leicestershire, sono state approvate risoluzioni a sostegno delle iniziative locali di Transizione.

Le recenti politiche del governo del Regno Unito

Mentre il governo britannico continua ad affermare che il picco del petrolio non è un problema e che deve essere atteso non prima del 2030, esso sta prendendo in considerazione sempre più seriamente la questione del cambiamento climatico. Il suo ‘Low Carbon Transition Plan’ (il suo nome è stato ispirato dalla visita di Ed Miliband al Transition Network Conference 2009, dove è stato invitato come ‘ascoltatore’) stabilisce un piano audace e visionario per il Regno Unito. Esso include qualcosa di simile a quanto viene proposto qui: micro-generazione, efficienza e risparmio energetico, impulso concertato e intersettoriale per ridurre le emissioni del 80% entro il 2050. Esso contiene molti punti discutibili, ed è anche non specifico in modo frustrante sulle misure reali da adottare, specialmente in relazione al cibo e all’agricoltura.

Un paio di mesi dopo, il Cabinet Office ha pubblicato il suo ultimo documento sulle politiche del Regno Unito sul cibo, e, per la prima volta, ha inserito al centro dell’attenzione la questione della sicurezza alimentare. Anche se non promuove l’idea di aumentare l’autosufficienza alimentare regionale, è stato un significativo passo in avanti dalla dichiarazione DEFRA nel 2003 che diceva che ‘la sicurezza alimentare non è né necessaria, né auspicabile’. Riteniamo che ciò che è riportato nel presente piano è più avanti del pensiero del governo e dei politici, e contribuirà notevolmente ad elevare il dibattito nazionale, dato che si tratta di un processo guidato dalla comunità, ponendo quelle domande che oggi il governo si trova ancora a disagio a porre.

Risoluzione ‘Peak Oil’ del Consiglio Comunale di Nottingham (approvata in data 8 dicembre 2008)

Questo Consiglio riconosce l’impatto imminente del picco del petrolio. Il Consiglio ha quindi bisogno di rispondere al rischio di contrazione dell’offerta petrolifera, e aiuterà i cittadini a comprendere che a questo occorre rispondere, ma in un modo che mantenga comunque la prosperità della Città. Il consiglio riconosce che le azioni intraprese per la lotta contro i cambiamenti climatici può anche aiutarci a gestire i problemi relativi al picco del petrolio.

A tal fine, dispone di:

■ Sviluppare una comprensione degli effetti del picco del petrolio sull’economia locale e sulla comunità locale

■ Incoraggiare un cambiamento in tutta la città verso il trasporto sostenibile (in bicicletta e a piedi)

■ Perseguire un uso efficiente dell’energia e un rigoroso programma di risparmio energetico attraverso il piano di gestione delle emissioni di carbonio, le attività per l’accreditamento EMAS e la sensibilizzazione in tutti i settori per ridurre la dipendenza dal petrolio nella città

■ Sostenere la ricerca e la produzione all’interno della città, per contribuire allo sviluppo locale di efficaci strumenti per la produzione di energie alternative e per il risparmio energetico, al fine di favorire un allontanamento da combustibili a base di petrolio e anche al fine di creare posti di lavoro verdi

■ Coordinare le politiche e le azioni finalizzate a ridurre la dipendenza del carbonio della nostra città, in risposta alla necessità di mitigazione/adattamento ai cambiamenti climatici e al picco del petrolio.

In questo modo, il Consiglio Comunale di Nottingham non solo aiuta la città a raccogliere la sfida del picco del petrolio, ma incoraggia anche la città a cogliere le opportunità che il picco del petrolio ci offre.

RESILIENZA 

Il concetto di resilienza è centrale in questo piano. Uno dei modi migliori per spiegare che cosa significa questa parola è di guardare indietro al 2000 e alla vertenza dei camionisti nello stesso anno. Adirati per l’aumento proposto nella tassazione dei carburanti, i camionisti di tutto il Regno Unito hanno picchettato i depositi di carburante e, entro un breve periodo di tempo, la flotta di camion di consegna e la totalità del sistema di distribuzione ‘just-in-time’ ha cominciato a sperimenare una battuta d’arresto. Gli scaffali dei supermercati hanno iniziato a rimanere vuoti entro pochi giorni ed il Regno Unito è passato da essere una nazione con scorte di cibo abbondante e con una illusione di abbondanza, a quello che è stata la sperimentazione di una grave crisi alimentare nell’arco di due giorni e che, proprio in conseguenza di questo breve lasso di tempo, ha messo in evidenza che la produzione locale, che in passato aveva sostenuto il sistema alimentare, era stata in gran parte smantellata.

Nel 2008 il personale presso la raffineria di petrolio Grangemouth arrivò vicino ad uno sciopero che avrebbe portato ad una situazione molto simile a quella del 2000. I mezzi di comunicazione vennero inondati di editoriali del tipo “Come osano queste persone tenere in ostaggio il paese con le loro richieste?” La domanda che nessuno però poneva era come avessimo potuto non imparare la spettacolare lezione di 8 anni prima, e come fosse  possibile essere ancora nella posizione in cui un’interruzione al nostro approvvigionamento di combustibili liquidi avrebbe potuto mettere la nostra economia in ginocchio.

Il punto della questione è la resilienza. La resilienza è, in poche parole, la capacità di un sistema, una persona, un’economia, un paese o una città, di resistere a shock indotti dall’esterno. Come la crisi del credito ha messo in luce, l’economia globale è ormai così fortemente in rete, che uno shock o una crisi in una parte può determinare una ricaduta molto rapida sul resto del sistema. Resilienza è costruire la capacità di adattarsi agli urti, alla flessione, e adattarsi invece di crollare. Si può pensare ad esso come come la costruzione di un sistema di protezione contro le sovratensioni in un impianto elettrico.

Totnes resiliente significherebbe un’economia dove i soldi circolano di più a livello locale, che crea più posti di lavoro locali, meno in balia di aziende che decidono di trasferirsi altrove. Sarebbe diversa, in termini di competenze, mezzi di sostentamento, utilizzo del territorio, imprese, fornitura di alloggi e così via. Potrebbe anche portare i suoi consumi più vicino a casa e assumersi più responsabilità sul loro impatto. Sarebbe una Totnes che ha imparato a vivere meglio, e ad apprezzare le vulnerabilità alle quali gli approcci attuali ci espongono. Se è meraviglioso, e storicamente senza precedenti, essere in grado di mangiare fragole a marzo, bisogna però considerare che il sistema che rende tutto questo possibile ha allo stesso tempo sradicato i nostri sistemi locali, dequalificato i nostri agricoltori e coltivatori e ci ha reso tutti più vulnerabili. Il pensiero resiliente offre una intuizione fondamentale per coloro che progettano il futuro. Il punto di partenza di questo piano non è un elenco di giudizi sulle cose che sono ‘giuste’ e ’sbagliate’ nel mondo. Piuttosto, è un riconoscimento che il cambiamento è inevitabile, e che abbiamo bisogno di lavorare tutti insieme al fine di rendere Totnes e il Distretto il più resilienti possibile, in modo tale da ispirare il resto del paese a fare lo stesso.

LOCALIZZAZIONE

Questo piano esplora i dadi e bulloni delle pratiche di rilocalizzazione dell’economia della zona. Esso sostiene che in un mondo di prezzi del petrolio altamente volatili, di necessità di tagli rigorosi alle emissioni di carbonio e di incertezza economica, l’economia globalizzata da cui siamo così dipendenti non può più essere ritenuta valida, anzi questa stessa economia ci rende altamente vulnerabili. Al momento, Totnes e le sue zone circostanti agiscono come un grande secchio bucato. Il denaro si riversa nella zona attraverso i salari, le sovvenzioni, le pensioni, il finanziamento, le entrate turistiche e così via. Nel nostro modello economico attuale, la maggior parte del denaro raccolto si riversa di nuovo altrove, e la possibilità di sviluppare l’economia a livello locale si perde completamente. Ogni volta che paghiamo la nostra bolletta energetica, il denaro lascia la zona. Ogni volta che facciamo la spesa in un supermercato, l’80% dei soldi lascia la zona. Ogni volta che acquisti online, il denaro che avrebbero rafforzato la nostra economia lascia la zona. Nel frattempo, cresce la pressione sui nostri negozi locali e sulle imprese.

Allo stesso tempo, l’agricoltura locale impiega sempre meno persone ogni anno, sempre più cibo è importato, i nuovi edifici sono creati a partire da materiali provenienti da tutto il mondo, e la maggior parte dei prodotti venduti nei negozi di Totnes hanno viaggiato per lunghe distanze per giungere lì. Il concetto di localizzazione è di spostare il centro di produzione più vicino a casa. Non è qualcosa che può essere fatto in una notte, è un processo a lungo termine che richiede pianificazione, progettazione e innovazione. In molti modi, l’area è pronta ad assumere un ruolo guida nazionale in questa materia, essendo sede di una forte cultura alimentare locale, e di molte imprese innovative. La localizzazione è un concetto potente. Chiaramente Totnes non può diventare autosufficiente, né lo vuole essere. Non sarà mai in grado di produrre computer o padelle. Tuttavia, come citato nella sezione di storia orale, in passato era di gran lunga più autosufficiente rispetto ad oggi, con un funzionamento molto più simile a quello di un secchio che al suo attuale setaccio. Vi è un potenziale significativo per Totnes, per esempio:

■ produrre la maggior parte del cibo a livello locale e creare localmente una gamma di modalità di conservazione e di trasformazione degli alimenti

■ acquistare una percentuale significativa dei suoi materiali da costruzione, sia per costruire nuovi edifici che per le riparazione, sia dalla produzione locale che dal riciclaggio del flusso di rifiuti.

■ Acquistare la sua energia da imprese del settore energetico di proprietà e gestione a livello locale, piuttosto che da quelle distanti

■ Mantenere e valorizzare i negozi della città che sono di proprietà locale, e evitare il fenomeno di ‘Ghost Town’ visto in tante High Street di tutto il paese

■ Trasformare in proprietà della comunità i terreni per lo sviluppo territoriale, in modo che i proventi finanziari derivanti da tale sviluppo appartengono alla comunità, piuttosto che agli speculatori

■ Produrre i farmaci per il trattamento di disturbi comuni utilizzando piante locali

■ Utilizzare i rifiuti del suo cibo per creare bio-metano per veicoli

■ Usare valute locali e meccanismi d’investimento locali per garantire più soldi nelle immediate vicinanze.

Niente di tutto questo accadrà per caso, ha bisogno di un’attenta pianificazione e progettazione. Questo piano è un primo tentativo di cercare di delineare ciò che il processo di ri-localizzazione potrebbe essere.

Tratto (e tradotto) da

http://totnesedap.org.uk/

Varata la Giunta regionale Ligure, con il nuovo “Assessorato agli stili di vita consapevoli”

 

E’ stata presentata la nuova Giunta regionale ligure uscita dalle elezioni regionali di fine marzo.
Tra le deleghe assegnate una apparente ma piacevole sorpresa: quella agli stili di vita consapevoli.
Apparente sorpresa perché è il frutto di un paziente lavoro di MDF Genova e altri gruppi che hanno portato all’attenzione dei candidati alla Presidenza della Regione Liguria un corposo e puntuale documento politico, approvato da 31 associazioni, che conteneva tra l’altro la istituzione di tale delega. Nel nostro documento c’erano tante altre cose, ma per ora non si poteva ottenere di più.
Ciò che stupisce invece davvero è l’enfasi con cui la notizia è stata riportata dalla stampa locale.
Riporto stralci di notizie apparse sui quotidiani on line di oggi
Il secolo xix
“Liguria, nasce assessorato a Stili di vita consapevoli”
C’è anche una delega all’Altra economia e agli Stili di vita consapevoli, nella nuova giunta della Regione Liguria, varata oggi dal presidente, Claudio Burlando (Pd): «È una delega “strana” – ha ammesso il governatore quando l’ha annunciata – che ritengo necessaria perché la crisi sta provocando effetti che si spingono a modificare i modi di vivere e di produrre».
Sarà l’assessore Renata Briano a occuparsi di questi temi, «portati alla mia attenzione – ha spiegato Burlando – da 31 associazioni ambientaliste»…..
Nel suo intervento di presentazione della giunta, Burlando è partito dalla crisi, «che picchia duro, ma si può vincere guardandola in faccia», per illustrare il programma di governo, dove i nodi da affrontare sono il lavoro – «di cui in Italia si è parlato troppo poco» – e la green economy, «che nasce in quel Paese che si era sempre opposto alla firma sui Protocolli di Kyoto».
Il presidente ha annunciato di essersi convinto «che l’acqua non può essere un bene di mercato»

Repubblica
Varata giunta regionale. Una delega inedita: l’assessorato alle “Altre economie e stili di vita consapevoli”. E per le mense degli ospedali e delle scuole, la Regione pensa a cucine interne con prodotti del territorio…..
Tra le deleghe ne appare una inedita: la Liguria avrà un assessore alle “Altre economie e stili di vita consapevoli”. Se ne occuperà Renata Briano, a cui è stato demandato anche l’ambiente. <Questo assessorato _ ha detto Burlando _ risponde ad un impegno che ho assunto con 31 associazioni ambientaliste durante la campagna elettorale”.
Tra le novità destinate ad incidere direttamente sulla qualità della vita dei liguri, una riguarda le mense degli ospedali e delle scuole: la Regione vuole provare a tornare al cibo a “chilometri zero”, cucinato dove si consuma e con i prodotti del territorio. “Voglio verificare se è vero che costa davvero meno la scelta degli appalti esterni, con quelle piramidi di purè che arrivano negli ospedali e che, senza offendere nessuno, in molti non mangiano. A Masone il cibo lo confeziona una cooperativa con i prodotti del territorio”.

Un buon inizio, non c’è che dire.

Il pentagono: crisi energetica inevitabile

Il documento del pentagono dal titolo “Joint Operating Environment 2010” è finalizzato alla diffusione delle informazioni per lo sviluppo e la sperimentazione del “joint concept” all’interno del Dipartimento della Difesa USA. Esso fornisce un quadro completo delle prospettive sulle tendenze future, i contesti e le possibili implicazioni per i futuri comandanti della forza congiunta, gli altri dirigenti ed i professionisti nel campo della sicurezza nazionale. Questo documento è di natura speculativa e non pretende di prevedere che cosa accadrà nei prossimi venticinque anni. Piuttosto, è destinato a servire come punto di partenza per le discussioni a livello operativo sul futuro contesto di difesa e di sicurezza.

www.jfcom.mil/newslink/storyarchive/2010/JOE_2010_o.pdf

 

A pagina 26 si legge:

Picco del Petrolio

Il petrolio deve continuare a soddisfare la maggior parte della domanda di energia da qui al 2030. Anche ipotizzando lo scenario più ottimistico per la produzione di petrolio, con miglioramento dell’estrazione, sviluppo di oli non convenzionali (come gli scisti bituminosi e sabbie bituminose) e scoperta di nuovi pozzi, la produzione di petrolio avrà comunque difficoltà a soddisfare la domanda futura prevista pari a 118 milioni di barili al giorno.

Riporto di seguito la traduzione completa del capitolo relativo all’energia

JOE 2010 – pagina 26 e seguenti

ENERGIA

Per soddisfare anche i tassi di crescita più conservativi, la produzione globale di energia dovrebbe aumentare del 1,3% all’anno. Si stima che negli anni 2030 la domanda sarà circa il 50% superiore rispetto a oggi. Per rispondere a tale domanda, anche nell’ipotesi di più efficaci misure di risparmio energetico, ci sarebbe bisogno di aggiungere l’equivalente della produzione energetica attuale dell’Arabia Saudita ogni sette anni.

In assenza di un forte aumento del ricorso alle fonti energetiche alternative (che richiederebbe forti investimenti di capitali, drammatici cambiamenti nella tecnologia e un diverso atteggiamento politico verso l’energia nucleare), il petrolio ed il carbone continueranno a trainare il treno di energia. Negli anni 2030 il fabbisogno di petrolio potrebbe arrivare a 86-118 milioni di barili al giorno (MBD). Anche se può declinare nei paesi dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE), l’uso del carbone sarà più che raddoppiato nei paesi in via di sviluppo. I combustibili fossili costituiranno ancora l’80% del mix energetico nei 2030, con petrolio e gas complessivamente al 60%. Il problema centrale per il prossimo decennio non sarà una mancanza di riserve di petrolio, ma piuttosto una carenza di piattaforme di trivellazione, ingegneri e capacità di raffinazione. Quand’anche si iniziasse oggi uno sforzo concertato per rimediare a tale carenza, occorrerebbero dieci anni prima che la produzione potesse eguagliare la domanda prevista per i prossimi anni. Il fattore determinante sarà il grado di impegno che gli Stati Uniti e gli altri paesi esprimeranno per affrontare le pericolose vulnerabilità che la crisi energetica sempre più presentera’.

A parte questo collo di bottiglia della produzione, le potenziali fonti di approvvigionamento energetico del futuro quasi tutte i presentano le loro difficoltà e vulnerabilità. Nessuna di queste fornisce molti motivi di ottimismo.

Attualmente, gli Stati Uniti possiedono circa 250 milioni di auto, mentre la Cina con la sua popolazione immensamente più grande ne ha solo 40 milioni. I cinesi stanno stendendo circa 1.000 chilometri di autostrada a quattro corsie ogni anno: un dato indicativo di quanti più veicoli si aspettano di possedere, con il prevedibile aumento della loro richiesta di petrolio. La presenza di cinesi “civili” in Sudan per proteggere oleodotti sottolinea la preoccupazione che la Cina rivolge a proteggere le sue forniture di petrolio e potrebbe far presagire un futuro in cui in Africa interverranno altri stati per proteggere le scarse risorse energetiche. Le implicazioni per un futuro conflitto sono inquietanti, se le forniture di energia non possono tenere il passo con la domanda e gli Stati dovreanno prevedere la necessità di proteggere militarmente le risorse energetiche in calo.

Un altro effetto potenziale di un crisi energetica può essere una prolungata recessione degli Stati Uniti, che potrebbe portare a tagli nelle spese della difesa (come accadde durante la Grande Depressione). I comandanti delle forze congiunte potrebbero trovarsi con le loro capacità diminuite proprio nel momento in cui potrebbe essere necessario intraprendere missioni sempre più pericolose. Se questo dovesse accadere, si richiederebbe loro una grande adattabilità per la lotta contro i nemici degli Stati Uniti, ma anche la volontà di riconoscere e ammettere i limiti delle forze militari americane. La condivisione delle risorse e delle capacità degli Stati Uniti con gli alleati potrebbe quindi diventare ancora più critica. Operazioni di coalizione potrebbero diventare essenziali per proteggere gli interessi nazionali.

Una grave crisi energetica è inevitabile, senza una massiccia espansione della produzione e della capacità di raffinazione. Sebbene sia difficile prevedere con precisione quali effetti economici, politici e strategici questo può produrre, una crisi energetica sicuramente ridurrebbe le prospettive di crescita sia nel mondo sviluppato che nelle aree in via di sviluppo. Tale rallentamento dell’economia potrebbe esacerbare le altre tensioni irrisolte, spingere le economie fragili e in dissoluzione ulteriormente lungo il sentiero verso il collasso, e forse avere gravi ripercussioni economiche sulla Cina e sull’India. Nella migliore delle ipotesi, potrebbe portare a periodi di dura crisi economica. Quanto le misure di risparmio energetico, gli investimenti nella produzione di energia alternativa e gli sforzi per espandere la produzione di petrolio da sabbie bituminose siano in grado di attenuare gli effetti durante tale periodo è difficile da prevedere.

JOE 2010 – pagina 31

ENERGY SUMMARY

Per generare l’energia richiesta in tutto il mondo fino al 2030, si richiede di trovare ogni anno nuovi pozzi per 1,4 milioni di barili al giorno (MBD).

Nel corso dei prossimi venticinque anni, carbone, petrolio e gas naturale rimarranno indispensabili per soddisfare il fabbisogno energetico.

Il tasso di scoperta di nuovo petrolio e gas negli ultimi due decenni (con la possibile eccezione del Brasile) lascia ben poco spazio all’ottimismo che gli sforzi futuri porteranno alla scoperta di nuovi importanti giacimenti.

Allo stato attuale si sta solo cominciando la raccolta degli investimenti per lo sviluppo di nuova produzione di petrolio, con la conseguenza che la produzione potrebbe rimanere costante per un periodo prolungato.

Nel 2030, il mondo richiederà la produzione di 118 MBD, ma può anche essere che i produttori di energia possano produrre solo 100 MBD, se non vi saranno modifiche importanti negli investimenti in corso e nella capacità di perforazione.

Entro il 2012, l’eccesso di capacità produttiva di petrolio potrebbero scomparire del tutto, e già nel 2015 il deficit della produzione potrebbe raggiungere quasi i 10 MBD.

La produzione di energia e le infrastrutture di distribuzione dovranno ricevere significativi nuovi investimenti affinchè la domanda energetica sia soddisfatta ad un costo compatibile con la crescita e la prosperità economica.

I veicoli ibridi, elettrici, e flex-fuel probabilmente domineranno le vendite di veicoli commerciali leggeri nel 2035 e gran parte della crescita della domanda di benzina potrà essere soddisfatta quasi esclusivamente attraverso aumenti di produzione di biocarburanti.

Il rinnovato interesse per l’energia nucleare e le fonti di energia pulita come l’energia solare, eolica o geotermica potrà attenuare l’aumento dei prezzi dei combustibili fossili.

Tuttavia, i costi degli investimenti nella generazione e nella distribuzione dell’energia elettrica da fonti energetiche alternative sono in aumento, riflettendo la domanda mondiale, e ostacolano la loro capacità di competere efficacemente con i combustibili fossili ancora relativamente economici.

I combustibili fossili molto probabilmente rimarranno la principale fonte di energia ancora a lungo.