“Hopenaghen”
“Nei prossimi giorni Copenaghen sarà Hopenaghen”, così ha detto il premier danese Rasmussen parlando della Conferenza sul Clima apertasi oggi.
Le aspettative per questo vertice paiono molte, così come le buone intenzioni. Saranno poi le solite chiacchere oppure si giungerà a risultarti apprezzabili?
Stasera al telegiornale, durante un servizio su questo Incontro, ho sentito commentare la presenza del rappresentante dell’ Arabia Saudita con un’affermazione che mi ha dato da pensare. Il giornalista ha infatti detto che ovviamente tale rappresentane non è in prima linea per la riduzione dell’utitlizzo del petrolio. Sul momento ho annuito, poi però mi sono resa conto che con queste premesse si potrebbero fare vertici e incontri quotidianamente che tanto non se ne ricaverebbe nulla.
Il problema, a mio avviso, è proprio che il giornalista ha perfettamente ragione, il rappresentante del’Arabia Saudita non trascurerà mai gli interessi del suo Paese, così come non lo faranno gli altri.
Quindi l’incontro a Copenaghen potrebbe ridursi nel solito interessato scambio di opinioni, a meno che tra i convenuti non ci siano davvero buone intenzioni e l’idea di lasciare un po’ indietro il loro personale tornaconto.
Le note stonate in questo contesto sono a mio parere due.
Primo: il Vertice è composto di rappresentanti, non di individui provenienti dai vari Paesi e che partecipano alla riunione a titolo individuale, ma portatori degli interessi e delle linee politiche degli stati.
Si chiede dunque o ai Paesi convenuti di prendere decisioni consapevoli e responsabili o ai rappresentanti di non rappresentare lo stato da cui provengono, qualora decida di adottare politiche sconsiderate. Tutto è possibile e la fiducia non va mai persa, ma in un momento come questo, con queste condizioni socio-economiche, bisognerebbe essere lungimiranti e lasciarsi alle spalle le vecchie strategie politiche ed economiche e iniziare a considerare i problemi del mondo in modo diverso.
Vedremo le conclusioni del summit, nel frattempo cerchiamo di tapparci orecchie e occhi per non vedere la politica interna dei Paesi convenuti.
Secondo: serve che le decisioni prese siano cogenti. Gordon Brown lo ha detto, molti lo hanno ribadito, sembra una buona prospettiva. Il punto è: cosa si intende per “giuridicamente vincolante?” Non si penserà mica che basti inserire le condizioni in un trattato internazionale per farle rispettare? Perchè non è così. La giurisdizione della Corte Internazionale di Giustizia non è obbligatoria, neanche per i membri dell’ONU, biogna aderirvi espressamente. Per cui osserviamo bene il testo di un eventuale Trattato e vediamo se c’è una clausola sulla obbligatorietà di giurisdizione dela Corte Internazionale o qualche altra strategia per rendere le decisioni prese collettivamente, oltre che vincolanti anche passibili di un controllo giurisdizionale.
Queste sono le mie duo principali perplessità riguardo al Vertice di Copenaghen, attendo una smentita, spero in una smentita.

Ottime osservazioni.
Avrei voluto intervenire già prima ma il lungo ponte dell’Immacolata non ha permesso una mia riflessione scritta.
Oggi, alla luce del quasi sicuro fallimento del vertice (Barroso ha ufficialmente dichiarato che questo vertice non produrrà un documento comune in quanto molti Stati non sono ancora pronti)rifletto proprio su questa ennesima mancanza di intelligenza e di buona occasione.
Molti Stati non sono ancora pronti?
Nessuno Stato è pronto, a mio avviso.
Ma sarebbe preferibile adottare solo alcune delle possibilità, per fare in modo che ci sia una forte accelerazione:
Cina e India non sono pronte?
L’Europa potrebbe esserlo e adottare tutte le possibilità previste o suggerite per la riduzione dei gas serra fin da subito.
Gli Stati Uniti potrebbero fare altrettanto e già questo sarebbe un inizio, desiderato e voluto da molti popoli inascoltati.
Gli altri Stati, a mano a mano, potrebbero cominciare ad adeguarsi.
E’ proprio così difficile?
Credo di si, Salvo, credo sia proprio difficile abbandonare il vecchio pensiero economico-sociale. In fondo il pericolo ambientale non è preso sul serio, lo si affronta solo con le chiacchere. Quello che mi chiedo è se i “vertici” credono davvero che la gente si accontenti di un po’ di aria calda proveniente dalle loro belle sale convegni. Io penso di no, anzi sono sicura di no e le prove sono sotto i nostri occhi, le prove siamo noi stessi che agiamo seguendo una certa rotta e con un’idea ben prescisa.
Hai ragione, a mio avviso, quando dici che nessuno stato è ancora pronto, ma non potranno a lungo ignorare quello che accade a livello di società civile, nè quello che accade a livello climatico, nè a livello economico.
Mi sento ottimista (forse troppo?),ma se è vero che il cambiamento parte dal basso, abbiamo già cominciato.
Si Elisa, questo è lo spirito giusto! Massima attenzione e rispetto per gli eventi, così come si presentano, con la consapevolezza che noi siamo un’altra cosa. E’ molto probabile che il convegno sul clima di Copenaghen non produrrà alcunchè di significativo, tutti ce lo aspettiamo. Ciò non dovrebbe, comunque, impedirci di cercare di comprendere quale sia lo stato delle cose nei delicati e mutevoli equilibri tra le nazioni. A nessuno sarà sfuggito che la presunta attenzione ai danni climatici provocati da un eccesso di emissioni di CO2 (anche queste presunte, ne ho diffusamente parlato fin da luglio nel post sul global warming) nasce dalla necessità delle grandi potenze di limitare l’uso delle risorse per i paesi emergenti(Cina,India, Brasile, e lasciamo per il momento in sospeso l’Africa, che, sebbene ricchissima di moltissime risorse, ne subisce pesantemente e violentemente la sottrazione da parte delle altre nazioni). Le Nazioni sviluppate infatti sono apparentemente unite nel contrastare l’accesso alle risorse dei paesi emergenti, ma decisamente arroccate su posizioni di aperta contrapposizione quando si tratta di autolimitazione programmata. Equilibrio decisamente fragile, perchè i ricatti, sia economici, sia militari, non sono, per sempre, strumenti adeguati al mantenimento dello status-quo. Ne consegue un sempre maggiore sviluppo dei conflitti che moltiplicano la complessità degli equilibri. Il mito delle risorse illimitate ha dimostrato la sua inconsistenza ed il deterioramento ambientale ha mostrato tutta la sua evidenza. Da qui la necessità di individuare forme e capacità organizzative, dal basso, che creino, in maniera indipendente, alternative alla apparente pervasività di un sistema che sta deflagrando, sta implodendo proprio perchè si fonda su un’originaria e strutturale insostenibilità. In questo senso è vero che noi abbiamo già cominciato. Lentamente ma con forza progressivamente crescente stiamo creando una rete di impegno solidale che si caratterizzi come alternativa al sistema esistente. La preliminare elaborazione critica deve riuscire a produrre pratiche di impegno concreto che incidano sull’organizzazione quotidiana realmente alternativa. L’impegno è a tutto tondo, perchè investe ogni aspetto della nostra esistenza. Da questi primi mesi di confronto, a volte anche aspro, sono emerse proposte e progetti che esprimono già una forma ben caratterizzata di alternativa in divenire. L’avventura è appena cominciata.
Sono assolutamente d’accordo, le decisioni devono essere cogenti. Altrimenti continueremo a scontrarci con mere dichiarazioni d’intenti e buoni propositi astratti e mai veramente calati nella realtà.
Sono perfettamente d’accordo anch’io. Certo che gli interessi dei paesi industrializzati, delle società, delle multinazionali, non coincidono con quelli delle persone, dei singoli individui, dell’ambiente, della salute e delle famiglie. Nessuno vuole rinunciare al benessere o alla ricchezza in questo mondo, e tutto questo, finché resterà tutto così, ci porterà all’auto distruzione.