Forse non stanno parlando sul serio..

Si avvicina la fine dell’anno, è tempo di bilanci..ed è anche il tempo della Legge Finanziaria, che infatti entra nei discorsi all’ordine del giorno su quotidiani e telegiornali.

Questo articolo è più che altro finalizzato ad avere una risposta a una domanda che mi sono posta leggendo il giornale e alla quale proprio non so dare risposta.

Queste le parole del Ministro dell’ Economia : “Può essere che chiudiamo il 2010 con un segno positivo del Pil, particolarmente positivo: 1% oppure di più di 1%”. Poi però ha avvertito che se anche la situazione economica è migliore di quella degli anni precedenti l’economia del Paese resterà debole.

Poi ha detto, riguardo al debito pubblico : “La politica a volte va fatta anche dal lato della matematica. In passato è stato l’opposto. C’era un sistema per cui più spendevi e più voti prendevi”.

Ecco, io trovo queste due affermazioni illuminanti.

Primo, perchè è evidente che ancora si ragiona in un sistema di riferimento sbagliato, o quantomeno non idoneo all’attuale situazione e che si continua a remare a gran forza verso la cascata, come se la corrente non fosse già abbastanza forte.

Secondo, perchè almeno si è ammesso che in passato ci sono state politiche sconsiderate che giocavano sul debito pubblico come arma per vincere le elezioni secondo il meccanismo: più spendo, più sembra che io faccia qualcosa, più voti ho, poi chissenefrega se il Paese annega nei debiti. Politica che devo dire è piaciuta molto un po’ a tutti, anche portandola sul piano dei privati, come tecnica di gestione delle risorse familiari, a giudicare dalla selva di finanziamenti per i più vari acquisti che fino a poco fa ci venivano proposti di continuo.

C’è però un problema di fondo, il passo successivo a un’amara confessione, generalmente, è quello di cambiare rotta e invece questo non accade. Si continua a dire che la crisi è passata ( a sentire certe voci, si potrebbe dire che ci ha appena sfiorati ), che l’ Italia ce la farà egregiamente e che l’economia mondiale si riprenderà. Eppure ci sono fior di economisti che iniziano a pensarla diversamente, alcuni governi hanno anche compiuto studi specifici, la gente in certe cose ormai non ci crede più.

O forse si? Forse ancora si pensa che “tutto possa tornare come prima”?

Io ritengo che il messaggio sia chiaro, il sistema così come era stato messo in piedi non può sopravvivere e di questo ha dato prova, una prova che tocca direttamente tutti i cittadini, una prova di cui tutti ci siamo accorti sulla nostra pelle.

Per cui io sono un po’ incredula quando sento certe affermazioni, mi sento presa in giro, sento che tutti noi siamo presi  in giro.

Secondo voi, questa è la domanda che mi pongo, è un sentimento diffuso o ci sono molte probabilità che il messaggio “va tutto bene, ci pensiamo noi” sia preso per buono?

A me sembra impossibile e mi sembra assurdo giocare ancora con questa foga una battaglia persa in partenza. Questa però è la mia opinione, ne parliamo?

A quando la privatizzazione dell’aria??

La Camera ha votato la fiducia riguardo la riforma sull’acqua.

(per il testo vedi: http://www.cittadinolex.kataweb.it/article_view.jsp?idArt=88969&idCat=81 )

Siamo davvero così stupiti e furiosi? Io personalmente sono furiosa, ma non stupita.

Però se guardo proprio in fondo alla mia coscienza mi sorge un pensiero un po’ scomodo, ossia “però Elisa, in fondo è anche un po’ colpa tua”. E’ un pensiero che ho solo io? Perchè a ben guardare, le proteste sono state più simboliche che altro. Tante parole, una proposta di mail-booming, qualche voce più forte..e basta direi.

Anche noi, MDF e altre associazioni che a vario titolo si occupano di queste tematiche e che hanno la possibilità di dialogare su RG, non ci siamo attivati più di tanto, o si e io non ne ho avuto notizia? (in tal caso dal pensiero scomodo passo diretamente al ciliccio..)

Perchè io ho sempre pensato che per influenzare scelte già prese ci fosse bisogno di una reazione forte. D’altra parte avendo praticamente un unico partito in Parlamento, non si può contare sull’ ambiente politico per quanto riguarda un’opposizione seria, allora si fa opposizione da fuori.

Da quanto ho appreso è subito nata la proposta di un referendum abrogativo, soluzione apprezzabile e che a mio avviso va sostenuta, ma perchè fare le cose sempre dopo? E’ successa la stessa cosa con la legge elettorale, poi peraltro il referendum è fallito miseramente dopo un discreto esodo.

Non sarebbe meglio pensarci prima? Io credo che la protesta, quella vera, costruttiva non contrasti con mezzi anche duri e forti per farsi sentire, ma bisogna essere convinti di quello che si fa. Credo poi che una delle cose che di cui questa nuova “società civile attiva” senta veramente la mancamza sia un po’ la convinzione di fondo cdi quello che fa. Si ha sempre paura di passare per idealisti, per gente che rincorre i sogni, dire “piazza”  è quasi come bestemmiare, si grida subito al Comunismo e al baccano inutile, al voler toccare “la pancia” del popolo senza avere solide basi propositive. Si possono citare altre perle di saggezza simili, ma quello che si può soprattutto vedere è che il risultato ottenuto da tutti questi messaggi è che ci hanno addormentati.  Anche le poche grandi manifestazioni si riducaono poi a un nulla di fatto, proprio perchè in fondo non ci si crede.

A me sembra che questo non vada bene, ci vogliono carattere, forza d’animo, sacrificio per ottenere risultati in un clima di assopimento come quello attuale. Un po’ come quando una gamba si addormenta, bisogna muoverla, bisogna scalciare anche se fa male e si sente un fastidioso formicolio, solo così passa il torpore.

Ebbene, questa è una soluzione analoga, nonostate io ritenga ad esempio che il proliferare di gruppi attivi su vari fronti di interesse publico sia molto positivo, direi un’ottimo punto di partenza

Solo che dobbiamo un po’ scalciare, smuoverci per recuperare in pieno la forza e si tratta di un torpore che dura da un bel po’.

Report WWF su cambiamenti climatici, ambiente ed energia

La United Nations Framework Convention on Climate Change (Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sul Cambiamento Climatico, UNFCCC), entrata in vigore il 21 marzo del 1994, ha come obiettivo “la stabilizzazione delle concentrazioni atmosferiche dei gas serra ad un livello tale da prevenire pericolose interferenze delle attività umane con il sistema climatico” e questo livello di stabilizzazione deve essere raggiunto “in un periodo di tempo da permettere agli ecosistemi di adattarsi in modo naturale ai cambiamenti del clima, tale da assicurare che la produzione alimentare per la popolazione mondiale non venga minacciata e tale, infine, da consentire che lo sviluppo socioeconomico mondiale possa procedere in modo sostenibile.” I rischi derivanti dal mutamento climatico in atto devono quindi essere affrontati su due piani fondamentali:

-          azioni che affrontano la questione attraverso una strategia di mitigazione con l’obiettivo globale di un’eliminazione o riduzione progressiva delle emissioni dei gas climalteranti mediante la predisposizione e l’attuazione di piani, azioni e misure nazionali;

-         azioni che affrontano la questione attraverso una strategia di adattamento al cambiamento climatico con l’obiettivo di predisporre piani, programmi, azioni e misure che minimizzino le conseguenze negative e i danni causati dal possibile cambiamento climatico sia agli ecosistemi sia ai sistemi sociali.

Riteniamo sia molto urgente intervenire. Pensiamo che non sia più ammissibile attendere ancora. Il costo dell’inazione dal punto di vista ambientale, sociale ed economico potrebbe essere veramente ingente e difficilmente riparabile. Inoltre, riteniamo pericolosa per il Paese la mancanza di un approccio strategico che consenta di trasformare i rischi in opportunità e doti il Paese della capacità di prevedere e anticipare il cambiamento cogliendone anche l’aspetto positivo. Anche il IV e ultimo Rapporto dell’Intergovernamental Panel on Climate Change (IPCC), con analisi sistematica dei dati sino ad oggi disponibili, documenta chiaramente l’importanza di un’azione urgente e immediata. È perciò fondamentale avviare tutte le azioni necessarie per una seria politica di mitigazione. Più si ritarda la stabilizzazione delle concentrazioni atmosferiche di gas che incrementano l’effetto serra naturale, maggiori sono i rischi del cambiamento climatico e dei conseguenti possibili danni. In questo contesto, il 2009 si presenta come un anno cruciale. Un vero e proprio “Anno del clima”. La 15° Conferenza delle Parti della Convenzione Quadro sui cambiamenti climatici, che avrà luogo a Copenaghen il prossimo dicembre, deve approvare il Climate Deal, il nuovo Protocollo che implementa in maniera consistente e significativa la riduzione delle emissioni di gas climalteranti, rispetto agli obiettivi fissati dal Protocollo di Kyoto, individuando target di riduzione dell’ordine del 30-40% al 2020 e dell’80% al 2050. Contestualmente è fondamentale impostare, da subito, una strategia di adattamento al cambiamento climatico che prenda le mosse dalle analisi degli impatti e dei futuri scenari degli impatti stessi. Crediamo sia giunto il momento per l’Italia di dotarsi di una strategia complessiva nei confronti del cambiamento climatico, un vero e proprio piano climatico energetico che affronti, in una dimensione integrata e sistemica, i complessi aspetti della mitigazione e dell’adattamento al cambiamento climatico. A questo scopo, il Comitato Scientifico del WWF si è già fatto promotore, nel 2007, di un percorso che potesse condurre all’elaborazione di Linee Guida per una Strategia nazionale di adattamento al cambiamento climatico coinvolgendo le migliori competenze esistenti nel nostro Paese. Nello stesso anno, ha quindi presentato un primo documento intitolato “Per un piano di adattamento al cambiamento climatico in Italia. Prime indicazioni” particolarmente importante per caratterizzare, sul versante delle problematiche dell’adattamento, la Conferenza Nazionale sui cambiamenti climatici che l’allora Agenzia per la Protezione dell’Ambiente e per i servizi tecnici (APAT, oggi Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale, ISPRA) ha organizzato per conto del Ministero dell’Ambiente, della Tutela del Territorio e del Mare, nel settembre del 2007. Questo nuovo documento vuole costituire un’introduzione alle Linee Strategiche per un piano energetico e alle Linee Guida per una strategia dell’adattamento agli impatti del cambiamento climatico sugli ecosistemi in Italia. Mira, quindi, a porsi come una prima indicazione, di taglio molto generale, degli argomenti e dei temi che un Piano nazionale e una Strategia di questo tipo dovrebbero trattare e cerca di fornire un contributo e uno stimolo affinché tali strumenti vengano presto realizzati.

Per scaricare il documento completo:

http://www.wwf.it/client/ricerca.aspx?root=19417&content=1

Analisi

- Negli ultimi 150 anni, la rivoluzione industriale ha trasformato completamente il modo di utilizzare l’energia da parte dell’uomo; infatti, l’estrazione su vasta scala di combustibili ad alta densità di energia e a basso costo, come il petrolio e solo successivamente il gas, facili entrambi da essere veicolati, ha permesso l’accesso a un enorme quantità di energia potenziale ad appannaggio però di minoranza della popolazione mondiale. La trasformazione di queste fonti in elettricità ha prodotto lo schema energetico dominante, rappresentato da poli di potenza che alimentano una rete capillare di distribuzione di elettricità e combustibili. La domanda energetica mondiale si presenta, tuttavia, molto difforme per area geografica, rispetto al peso demografico di ciascuna area stessa; gli abitanti dei Paesi OCSE, che costituiscono il 18% della popolazione mondiale, nel 2006 hanno avuto un consumo medio pro capite di 4,7 tep, a fronte di circa 1 tep consumato da ciascun individuo del restante 82% della popolazione mondiale. Questo costituisce un primo elemento di criticità per il futuro.

-          L’economia mondiale è oggi alimentata fondamentalmente da combustibili fossili che, nel 2006, coprivano l’80,9% dell’energia primaria utilizzata. Piuttosto modesto risulta il contributo del nucleare (pari al 6,2% espresso in calore di cui, però, i 2/3 vengono dispersi, ne consegue che il contributo effettivo al soddisfacimento dei consumi energetici mondiali sia, in realtà, pari ad appena il 2%). L’andamento storico dei consumi mostra una crescita media annua, negli ultimi 30 anni, di circa il 2%, coperta prevalentemente con il ricorso a carbone, petrolio e gas naturale. Continuando con lo scenario di crescita dei consumi degli ultimi 30 anni, prima del 2050 tutte le risorse energetiche non rinnovabili attualmente accertate, uranio compreso, saranno esaurite. Questo è il secondo elemento di criticità.

-          Si ritiene sia estremamente imprudente affidare la vita dei 9 miliardi di esseri umani, che probabilmente abiteranno il pianeta nel 2050, alla sola capacita della tecnologia di risolvere problemi e moltiplicare risorse. L’esperienza del passato ha dimostrato come la tecnologia abbia risolto molti problemi ma molti altri ne abbia creati; tra questi, il più grave è sicuramente rappresentato dalla minaccia del cambiamento climatico in atto che costituisce uno dei tanti problemi scaturiti dall’imponente cambiamento ambientale globale, indotto dall’intervento umano sui sistemi naturali.

-          Per il contenimento entro livelli gestibili, con apposite misure di adattamento dei danni peggiori derivanti dal cambiamento climatico, secondo il IV Rapporto dell’IPCC, sarebbe necessario che le emissioni di gas serra, prodotte dalle attività umane, venissero ridotte di almeno l’80% entro il 2050. L’Unione Europea si è data come tappa intermedia, il raggiungimento entro il 2020 di una riduzione delle emissioni di gas serra del 20%, portato al 30% in caso di accordo internazionale. Si è prefissata, al contempo, come obiettivi strategici di accompagnamento, la riduzione dei consumi energetici del 20% (rispetto al 2005), attraverso il miglioramento dell’efficienza e una quota di produzione da fonti rinnovabili del 20%. Si ritiene che, per raggiungere l’obiettivo del 2050, si debba decisamente puntare ad una riduzione delle emissioni di gas-serra almeno del 30% entro il 2020.

-          Per uscire dal percorso energetico attuale, ormai privo di prospettive, è necessario percorrere strade alternative rispetto a quella sin qui seguita basata sulla crescita illimitata dei consumi in un pianeta con evidenti limiti biofisici, ben chiari a tutta la comunità scientifica. È necessario, invece, riorientare il sistema produttivo e gli stili di vita delle società umane al fine di ottenere il massimo benessere possibile con le risorse a disposizione, operando quindi con concrete azioni basate sull’efficienza, la sufficienza e l’efficacia dei modelli di produzione e consumo.

-          Le forniture di energia in Italia si basano quasi esclusivamente su fonti fossili e non mostrano uno scenario in grande evoluzione. Proseguendo su questa strada, i consumi energetici cresceranno e continueranno a basarsi, eccetto che per una modesta quota di rinnovabili, su fonti importate, soggette quindi alle turbolenze nei prezzi che, un quadro internazionale critico, rende sempre più probabili e difficilmente controllabili. Mancando di significative risorse energetiche non rinnovabili interne, il nostro è il Paese maggiormente esposto ai rischi insiti nel proseguire sulla strada delle fonti non rinnovabili. È chiaro come le poche grandi imprese, che controllano il mercato delle risorse fossili e nucleari, e i paesi che ne detengono le riserve, pur consapevoli dei limiti fisici inequivocabili delle loro strategie, intendono tuttavia trarre tutti i vantaggi economici ancora possibili.

-          Al contrario, il nostro Paese è particolarmente avvantaggiato quanto a disponibilità di fonti rinnovabili. È sorprendente il fatto che l’Italia, nell’utilizzo delle fonti rinnovabili, sia preceduta da paesi sicuramente meno avvantaggiati per quanto riguarda la loro disponibilità. Ciò è vero per quanto riguarda gli usi sia elettrici sia termici. La geomorfologia del nostro territorio consente un’invidiabile disponibilità di potenziale idroelettrico, già ampiamente sfruttato ma ancora in grado di fornire ulteriori contributi. La cospicua copertura forestale e la buona produttività agricola garantiscono, inoltre, un’mportante disponibilità potenziale di biomasse di scarto e sottoprodotti delle attività primarie.

-          L’Italia è, infine, fra i paesi europei più favoriti quanto a ore di soleggiamento e fra i paesi al mondo con la maggiore disponibilità di risorse geotermiche economicamente utilizzabili. Il nostro è, anche, fra i paesi industrializzati che hanno i più bassi consumi pro capite, 3,13 tep, al di sotto della media dei Paesi OCSE (4,7 tep/ pro capite anno), pur avendo un potenziale di miglioramento dell’efficienza molto elevato. Tutte queste opportunità che, fino ad oggi, sono state solo in minima parte sfruttate, costituiscono le basi certe, affidabili e durature sulle quali è indispensabile fondare una strategia energetica realistica e a basso rischio, che avvicini il nostro Paese all’autosufficienza energetica.

-          La strada fin qui seguita, essendo fondata su fonti non rinnovabili, non può che evolvere verso crescenti difficoltà economiche e ambientali; il costo delle fonti primarie utilizzate (petrolio, gas, carbone, uranio) non può che continuare ad aumentare a causa del persistente incremento della domanda e del progressivo esaurimento delle risorse più accessibili. I costi ambientali connessi all’utilizzo delle fonti energetiche non rinnovabili (a iniziare da quelli degli impatti del cambiamento climatico), se internalizzati, vedrebbero alcune di queste fonti già oggi fuori mercato.

-          Viceversa la strategia che si ritiene proponibile si basa sull’efficienza e sull’integrazione delle diverse fonti endogene e rinnovabili, non soggette a turbolenze di mercato e speculazioni, ma solo a fattori positivi dettati dall’innovazione tecnologica e delle reti di infrastrutture, aspetti con grandi margini di miglioramento connessi allo sviluppo su larga scala. Il costo attualmente superiore di alcune fonti rinnovabili (rispetto a quelle fossili) sta in realtà scendendo rapidamente e si prevede come tali riduzioni di prezzo proseguiranno in maniera significativa nel prossimo futuro.

 

Proposte

-          La strada della sostenibilità, proposta in questo documento, può certamente evolvere verso un continuo miglioramento sociale, economico e ambientale proprio grazie all’integrazione delle attività umane con le risorse disponibili, le caratteristiche ambientali e gli obiettivi sociali; si tratta in pratica di pianificare queste attività in funzione delle risorse rinnovabili utilizzabili localmente, scegliendo le tecnologie più appropriate in tal senso.

-          Il primo obiettivo è stabilizzare i consumi, operando sull’efficienza non solo degli usi finali, ma anche dell’intero tessuto economico e produttivo, ridefinendone coerentemente obiettivi, strategie e strumenti. Il secondo obiettivo è ridurre i consumi all’interno di uno schema energetico che deve essere dotato di elevata resilienza, ovvero capace di adattarsi in tempo reale alle variazioni del contesto economico e sociale nazionale e internazionale. Ciò porterebbe alla riduzione del 20% dei consumi al 2020, in linea con gli impegni europei, e del 50% al 2030.

-          Le fonti rinnovabili dovrebbero triplicare rispetto a oggi entro il 2020, coprendo circa il 30% dei consumi, e crescere di un altro 25% fino a soddisfare il 50% della domanda di energia nel 2030. Il ricorso alle fonti fossili, ridotto rispetto a oggi del 50%, andrebbe a coprire il restante 50% dei consumi del 2030.

-          Se, rispetto alla necessità e alla convenienza di questa trasformazione, è difficile nutrire dubbi, diversi e opinabili potrebbero essere i percorsi di transizione. L’utilizzo di fonti convenzionali, come il carbone o il nucleare, appare problematico sotto tutti gli aspetti, sia economici sia ambientali, e rischia di ingessare il sistema di produzione centralizzata, impedendone una sufficientemente rapida evoluzione verso uno schema di produzione distribuita dell’energia, come quella necessaria all’espansione delle fonti rinnovabili, spesso caratterizzate da bassa intensità e discontinuità.

-          Particolarmente rischiosa, anche sul piano economico, appare la scelta di un ritorno all’energia nucleare, fonte che, se correttamente si comprendessero anche i futuri costi di smantellamento delle centrali e di gestione finale delle scorie, nonché gli elevati investimenti pubblici già ricevuti (per la ricerca, la gestione della sicurezza esterna e lo sviluppo di infrastrutture) sarebbe già oggi non competitiva. Gli analisti internazionali (per es., Moody’s) prevedono inoltre come il costo del kWh prodotto sia destinato a raddoppiare entro il 2022, data in cui dovrebbero entrare in funzione le prime centrali italiane ipotizzate dal governo.

-         Sebbene lo stato attuale di estrema marginalità del contributo delle fonti rinnovabili (fatta eccezione per l’energia idroelettrica) possa rendere difficoltoso un cambiamento radicale del sistema nei tempi necessari per rispondere sia ai limiti fisici delle risorse non rinnovabili, sia all’esigenza di mitigazione del cambiamento climatico, l’impegno economico inizialmente richiesto dalla strategia proposta presenta tuttavia una convenienza di medio termine tale da motivarne l’attuazione anche e soprattutto nell’attuale situazione di crisi economica.

Francesco Gesualdi sulla Decrescita

Trovo che il movimento della decrescita non abbia le idee troppo chiare, ne` rispetto a che cosa deve decrescere ne` rispetto a dove andare. Mi riferisco in particolare alle cose che dice e scrive Maurizio Pallante, che ho avuto occasione di incontrare in diversi dibattiti pubblici. Pallante nei suoi interventi esordisce sempre con un grande poreambolo. Quando parliamo di crescita, dice, parliamo di crescita delle merci, quindi qualcosa che viene prodotto con l’intento di essere venduto, e siccome siamo in un sistema orientato verso l’aumento delle merci, se vogliamo ridurre il consumo di risorse e la produzione di rifiuti, dobbiamo orientarci sempre di piu` verso l’autoproduzione. Mi pare che sia questa la logica. Io la condivido, almeno in parte. Pero` mi pare che questo sia solo un pezzo del cammino. Se diciamo che questa e` la soluzione a mio avviso sbagliamo di grosso. Se questa e` l’analisi e se – come mi pare si stia facendo – il passo successivo e` il coinvolgimento di alcuni imprenditori, io sono disorientato. Capirei un’associazione o un movimento che dice: possiamo superare questa crisi di sistema solo favorendo al massimo l’autoproduzione, per cui in futuro gli imprenditori non avranno piu` ragione di esistere e non possono essere al centro della nostra attenzione. Se invece si dice che avremo bisogno degli imprenditori, non capisco perche` si spinga tanto sull’autoproduzione e sulla riduzione delle merci. Gli imprenditori che si avvicinano al movimento per la decrescita forse agiscono in una logica di basso consumo delle risorse naturali. Ma le imprese sono sempre tentate dalla crescita dimensionale. Io non ho mai trovato un imprenditore che dica: ho raggiunto un livello di vendite che mi soddisfa e ora mi fermo, non voglio assolutamente muovermi di qui. Tutti puntano ad allargare il mercato, a superare i livelli raggiunti. Mi pare che questa sia proprio la caratteristica del sistema economico. Credo che su questo punto ci vorrebbe piu` chiarezza. Se l’autoproduzione e` solo un aspetto della proposta, allora bisogna allargare la visuale. Il movimento per la decrescita ritiene che il mercato debba continuare ad esistere? D’accordo. Ma come dovra` essere questo mercato? Come andra` regolamentato? Se questo e` il piano dell’argomentazione, io introduco con forza un altro aspetto, che purtroppo non vedo per niente nell’analisi del movimento per la decrescita, ed e` l’azione del pubblico. Io dico che dimenticando il pubblico si dimentica anche il presente: il pubblico oggi e` responsabile del 50% del PIL, quindi una fetta notevole. Senza il pubblico nessuno di noi saprebbe pensare alla propria vita. Appena abbiamo male allo stomaco o a un piede, si prende e si va al pronto soccorso, in una struttura pubblica. E’ un suicidio ignorare questa dimensione, e parlare della decrescita come se fosse un fatto che coinvolge il singolo come autoproduttore e tutt’al piu` qualche imprenditore illuminato o un pochino di tecnologia. E` un suicidio specie quando ci si immerge nei problemi che la gente sente: occupazione, servizi e cosi` via. Io continuo a dire che da parte del nostro mondo manca una visione a 360 gradi. Non c’e` una visione politica forte e questo un po’ mi disarma. Eppure il movimento per la decrescita sembra suscitare un certo fascino proprio negli ambienti del movimento antiliberista. Sarebbe importante che la decrescita non entrasse nei nostri ambienti come una moda. Ce ne sono state tante in passato. Tutti noi soffriamo del fatto di non riuscire a vedere applicate le nostre idee. Questa e` una sofferenza latente: ci diamo un gran daffare, ma il mondo continua ad andare in un’altra direzione, per cui quando viene fuori un’idea nuova molti si aggrappano a questa, sperando che possa essere quella risolutiva, che consenta di vedere realizzati tutti i sogni. Ma queste sono illusioni. Nella rivoluzione culturale cinese, nel ’68 tanto per dire, c’erano elementi che a mio avviso continuano ad essere estremamente validi, ma sono come francobolli appiccicati, stanno su  per un certo periodo, poi arriva un po’ di vapore, il francobollo casca e non si trova piu`, benche sia un francobollo che non ha ricevuto il timbro e quindi e` ancora valido. Ho la sensazione che anche la decrescita potrebbe rivelarsi un altro messaggio alla moda del tutto effimero. Il rischio e` tanto piu` alto quanto meno sforzo richiede, sia da un punto di vista di elaborazione intellettuale sia come possibilita` di attuazione immediata. Per cui se si arriva a dire: ecco una soluzione, lautoproduzione, il rischio diventa altissimo. Tutti si mettono a fare lo yogurt in casa e scatta l’innamoramento, perche` si ha di fronte una prospettiva che non richiede grossi sforzi di cambiamento, che non comporta la radicale trasformazione di grandi strutture, rispetto alle quali ci si sente impotenti. Se vogliamo essere seri, dobbiamo affrontare tutti gli aspetti del problema, senza utilizzare la propria intuizione come se fosse una verita` e soprattutto una verita` omnicomprensiva. Quando si affronta un tema come la decrescita, si apre una voragine, tutte le molle del sistema ci schizzano in faccia e bisogna capire come si mettono al loro posto per costruire un congegno che magari utilizza le stesse molle ma magari funziona in modo diverso. Ad esempio: come regolamentiamo il mercato in una situazione in cui esiste un limite rigido all’uso delle risorse e occorre produrre la quantita` minima di rifiuti? Quindi ai promotori del movimento per la decrescita io dico: meno imprenditori illuminati e piu` regole, piu` regole per tutti. Non possiamo fare affidamento sulla comprensione di uno o piu` imprenditori, abbiamo bisogno di regole che costringano tutti a rispettare un certo tipo di comportamento. Sono due mondi diversi. In un caso si rinuncia a giocare un ruolo politico e si continua nella logica delle anime belle che fanno leva sul buon senso, sul buon cuore, sulla comprensione del singolo imprenditore. Alla fine si propone una specie di “capitalismo verde” speculare al “capitalismo compassionevole”  che gia` esiste all’interno del sistema. Questa non puo` essere la soluzione. Oltretutto si rischia di offrire una sponda a imprenditori che si autodefiniscono alternativi ma che piu` credibilmente sono in cerca di nuovi ambiti di mercato. I sostenitori della decrescita, quando citano esempi del modo di produzione che hanno in mente, indicano le stesse esperienze che siamo abituati a definire come economia alternativa: i gruppi di acquisto, le reti di economia solidale e cosi` via. Questo e` un altro vizio. Il pregiudizio verso la formula comunitaria e` cosi` radicato che alla fine gli spazi nuovi verso i quali si intende orientarci sono al massimo quelli di una riforma del mercato. Ne deriva che quando si pensa all’economia alternativa non si pensa a un sistema a tutto tondo, che inevitabilmente dovrebbe includere l’economia pubblica, dato che nella stessa economia capitalistica e` gia` presente. Si pensa soltanto a come umanizzare l’economia di mercato. Questo e` lo spazio di alternativa verso il quale realmente ci si orienta. La cosa in se` potrebbe anche andare bene, ma a patto di riconoscere che stiamo parlando solo di uno spicchio – quello riservato all’economia privata – del nuovo sistema che dovremo costruire. Allo stesso modo la soluzione non e` l’autoproduzione. Io stesso dico che l’economia alternativa deve avere piu` dimensioni: pubblica, del mercato, del fai da te. Sono tre grandi sfere a e ciascuna deve avere una funzione secondo una precisa gerarchia. Io dico che l’economia di mercato in questa gerarchia va messa all’ultimo posto. Su questo non ho dubbi. Sostengo questa tesi non perche` sia contro i padroni – sono anche contro i padroni – ma perche` l’economia privata, di mercato, si occupa dei desideri, non della dignita`.