Per il bene della città??

Pare ormai quasi certo: Genova avrà due stadi per poter ospitare le partite degli Europei di calcio. La sindaco è decisamente favorevole a questa “grande opera”, per la quale è già prevista una forma di project financing.

Quello che mi sono chiesta e che vorrei chiedere anche a voi è , ma ci serve davvero?

Il progetto prevede una spesa di 190 mln di euro, comprese le infrastrutture necessarie al collegamento del nuovo stadio con la città e l’autostrada, un budget che, se anche rimanesse invariato (qualcuno ci crede?) è decisamente alto se si peansa allo scopo dell’opera.

Recentemente è stata avanzata l’idea di costruire un “carcere galleggiante” nel porto, si è levato un indignato coro di no, l’opera può di per sè non essere realizzabile, ma perchè non prendere in considerazione il fatto che ci sono progetti che hanno un’utilità sicuramente molto maggiore per la città e soprattutto per i cittadini?

Perchè buttare un sacco di soldi così?

Quanti progetti si potrebbero realizzare con quei fondi, che consentirebbero un effettivo miglioramento della qualità della vita della popolazione genovese?

Questa non vuole essere una polemica politica, solamente uno spunto di riflessione sul fatto che, nonostante tutto, il sistema gira sempre allo stesso modo.

Io credo sinceramente che dovremmo prendere posizione in modo netto nei confronti di certe politiche sconsiderate, di qualsiasi colore esse siano, soprattutto quando toccano settori che ci riguardano. Specialmente poi quando provengono da persone che dimostrano ampiamente di non tenere minimamente in considerazione il nostro impegno a fronte di dichiarazioni e prese di posizione pubbliche che vanno esattamente nella direzione opposta.

Questa è la mia personale opinione, mi piacerebbe condividere con voi le vostre riflessioni.

PROVA DI NEWSLE5TTER

INVIO A TITOLO SPERIMENTALE IL NUMERO ZERO DI UNA NEWSLETTER DI INFORMAZIONE. Il numero viaggia su MDF googlegroup e viene pubblicato si Retiglocali, ed ha quindi valenza interna ed esterna.

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Enzo

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Newsletter di ottobre 2009 degli amici dell’Orto botanico di Genova
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Perche`ci serve una transizione?

Prima parte dell’intervento di Cristiano Bottone di Transition Italia

27 settembre 2009, Fa’ La Cosa Giusta! Liguria

Se cerchiamo il termine transizione sul dizionario troviamo una definizione di questo tipo

“transizione: passaggio da uno stato ad un altro, da una condizione ad un altra, da una situazione ad un’altra.”

In effetti questo è l’obiettivo del “Movimento di Transizione”, quello di riorganizzare le nostre comunità passando dalla situazione attuale a un modello completamente nuovo. La domanda che ne segue subito è: dove siamo? E poi: Perché dovremmo voler cambiare qualcosa e creare un modello nuovo? Chi ce lo fa fare?

Cominciamo quindi a cercare di capire dove siamo ora, qual è la situazione attuale. Qualcuno probabilmente ricorda questa scena del film Matrix: Al protagonista viene offerta una scelta tra conoscere “la verità” oppure dimenticare tutto e tornare a casa, con una pillola si dimentica con l’altra si prosegue. Ecco, questo è il momento della vostra scelta. Se non avete voglia di “sapere”, chiudete questo documento, se resterete a leggere le pagine che seguono probabilmente comincerete a vedere il mondo con occhi diversi, siete stati avvertiti… C’è una piccola differenza: in Matrix le cose da scoprire erano totalmente segrete, io invece non farò altro che esporvi dati ufficiali e pubblici: siete pronti? Allora andiamo avanti!

Dobbiamo renderci conto che stiamo affrontando due enormi problemi, due problemi di dimensioni epocali: Il primo cominciamo a conoscerlo abbastanza bene: si chiama “Riscaldamento Globale” o Cambiamento Climatico. Dopo averlo negato per lungo tempo, ora praticamente tutti ammettono il problema e l’urgenza di risolverlo, lo trovate sui giornali quasi tutti i giorni, in televisione ecc… Quello che non tutti abbiamo ben presente è il livello di gravità reale del fenomeno. Recentemente gli esperti del settore hanno aggiornato i loro calcoli e ci dicono che è già chiaro che non riusciremo assolutamente a limitare l’aumento della temperatura media entro i +2°C, l’obiettivo su cui i governi stavano lavorando, da Kyoto in poi, per altro con scarsissimi risultati. Gli scienziati, i climatoligi ci stanno già dicendo che arriveremo quasi sicuramente a +4°C e che nessuno è in grado di capire esattamente cosa succederà: certo non molto di buono. Fenomeni atmosferici sempre più violenti, enormi alluvioni, centinaia di milioni di persone dovranno spostarsi da dove abitano ora. Le conseguenze peggiori le subiranno come sempre i paesi più deboli, ma anche nel mondo sviluppato i danni saranno probabilmente molto gravi. Oggi (26/08/2009) perfino il climatologo Rajendra Pachauri che presiede l’IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change, ovvero il cane da guardia che le Nazioni Unite hanno messo a controllare la situazione climatica), concorda che dovremmo cercare di non superare le 350ppm di CO2 in atmosfera perché passando questa soglia non sappiamo quali potrebbero essere le conseguenze. Considerate però che fino ad ora l’IPCC indicava entro i 450ppm il valore “tollerabile”. Considerate poi che la soglia di 350ppm è già stata ampiamente superata ed oggi ci aggiriamo gia` sui 385/390ppm, e continuiamo a crescere. Non voglio approfondire oltre, il senso di tutto questo è che sul fronte climatico, stiamo peggio di quanto siete legittimati a pensare dalle informazioni che circolano su stampa e televisioni.

Ma la questione e` che questo problema non ci arriva addosso “da solo”. Arriva accompagnato ad un altro problema che si chiama “Picco del Petrolio”: questo lo conosciamo un po’ meno. Allora facciamo un passo indietro… Parliamo dell barile di petrolio, croce e delizia dell’età industriale. Ricorderete che prima dell’estate del 2008 il barile costava attorno ai 90$. Non era un prezzo basso? Assolutamente no! Preoccupava già parecchi settori dell’economia. Fino al 2004 eravamo abituati a pagarlo meno di 30$. Tutto quello che avevamo fatto fino ad allora lo avevamo fatto con un petrolio che costava meno dell’acqua minerale! Alla fine di luglio 2008, dopo una salita spaventosamente rapida, il petrolio arrivo` a toccare i 147$ al barile. Una cifra pazzesca, quasi fantascientifica. Negli ambienti petroliferi ci si aspettava che salisse ancora, si attendevano i 200$ entro la fine del 2008. Poi pero` e` successo qualcosa…

E` scoppiata la più grande crisi finanziaria a memoria d’uomo.

Il barile e` sceso ad un prezzo più basso di quello che aveva prima dell’impennata del luglio 2008. Qualcuno scrive che era solo speculazione e la “bolla” è passata… Negli ambienti petroliferi “eversivi” gira invece una battuta: “il petrolio non è sceso, sta solo prendendo la rincorsa”. Ebbene oggi, nel profondo di una crisi mai vista prima, il petrolio continua a scalpitare: nonostante tutto non riusciamo a tenerlo sotto i 70$ al barile.

Ma cosa sta succedendo esattamente? Quello che sta succedendo lo aveva effettivamente previsto il Dott. King Hubbert già alla fine degli anni ’50, quando ha elaborato la sua teoria del “Picco del Petrolio” (Peak Oil). In pratica Hubbert partì dal presupposto che il petrolio è una risorsa finita, non rinnovabile. Quindi, in base alla stima delle risorse disponibili, si poteva elaborare un grafico della crescita progressiva del suo utilizzo fino al momento in cui saremmo arrivati a consumare circa la metà del petrolio a nostra disposizione. Da quel momento il petrolio sarebbe stato sempre più scarsamente disponibile e sempre più costoso. Questo avrebbe prodotto un decremento della produzione e dell’uso fino all’abbandono di questa risorsa. Il momento cruciale è quindi quello in cui si raggiunge il Picco. È lì che le cose si complicano. È lì che siamo ora. In prossimità del picco, anzi probabilmente lo abbiamo già passato. E questo cambia profondamente lo scenario del mondo che conosciamo. Stiamo per passare da un’era caratterizzata da grande disponibilità di petrolio, quindi di energia, a basso costo ad una che vedrà scarsità di energia, soprattutto di carburanti liquidi, e di tutto ciò che ad essi è collegato. Siamo sicuri? Ma chi lo dice? Se la situazione è così difficile, qualcuno dovrebbe cominciare a informarci in modo ufficiale? Vi racconto il mio percorso alla scoperta di questa tematica, quello di una persona che partiva da una sostanziale ignoranza del problema:

“…dopo il 2015 le forniture di petrolio e gas facilmente estraibili non saranno più sufficienti a soddisfare la domanda del mercato…” (Jeroen van der Veer – Direttore Esecutivo Royal Dutch Shell).

La prima volta che ho cominciato a preoccuparmi seriamente è stata leggendo la dichiarazione di un petroliere. Non si trattava di un ecologista estremista, ma del Sig. Shell. Fino a ieri le compagnie petrolifere mettevano in discussione anche la sola esistenza di una possibilità di Picco. L’ho trovata sul Times, era il 25 gennaio del 2008. Poi ho scoperto che l’argomento era sempre più presente sulla stampa internazionale. Poi la IEA, l’agenzia intergovernativa nata dopo la “scottatura” della crisi petrolifera degli anni 70 per sorvegliare le riserve di petrolio del pianeta e per dare l’allarme quando si avvicinano crisi energetiche, conia questo motto:

“lasciamo il petrolio prima che sia lui a lasciare noi”

È difficile pensare a qualcosa di più UFFICIALE delle IEA, non credete? L’intervista a Fatih Birol che dice questo è stata pubblicata in Germania nell’aprile 2008: nessun giornale italiano l’ha tradotta, lo abbiamo fatto noi di “Transition Italia”, anzi colgo l’occasione per ringraziare i tanti traduttori volontari che ci stanno aiutando a fare un grande lavoro di infromazione in questo nostro paese un po’ troppo addormentato. Il 9 luglio 2008 si tiene il G8 in Giappone, il prezzo del petrolio è alle stelle. Nobuo Tanaka, il direttore della IEA (il capo di Birol tanto per capirci), fa un intervento di apertura tanto breve quanto incisivo, parla politichese, ma dice tutto quello che c’è da dire:

“Il petrolio non basta più, servono investimenti enormi e non abbiamo nulla con cui sostituirlo, svegliatevi!”

In novembre 2008 (il 12 novembre 2008), nel suo ultimo rapporto annuale, la IEA sembra ufficializzare il giro di boa, la capacità produttiva sta calando a un ritmo tra il 6 e 9 % all’anno.  Luglio 2008: questo è probabilmente il momento della storia dell’uomo in cui abbiamo raggiunto la nostra massima capacità di estrarre e consumare questa risorsa, da qui in avanti cambiera` tutto. Se tutto questo sta succedendo davvero, quali saranno le conseguenze? Per capire le conseguenza può esserci utile il lavoro svolto nel 2005 dal Dott. Robert Hirsch su commissione del Dipartimento per l’Energia degli Stati Uniti d’America. Questa ricerca è ora comunemente nota come “Rapporto Hirsch” ed era mirata a capire quali rischi si correvano con l’approssimarsi del picco di produzione del petrolio e quali contromisure sarebbe stato utile mettere in atto. Quando Hirsch comincia la sua attività è un uomo normale, quando finisce è “praticamente uno psicopatico”. Nella sua sintesi introduttiva scrive:

“…il problema del picco della produzione petrolifera mondiale è diverso da qualsiasi cosa la moderna società industriale abbia mai dovuto affrontare”

“… se non si intraprendono per tempo appropriate politiche di mitigazione i costi economici, sociali e politici saranno senza precedenti.”

In estrema sintesi, il rapporto analizza due scenari: uno in cui si suppone di avere 10 anni di tempo per prepararsi al Picco, uno in cui gli anni sono 20. Per il primo scenario Hirsch indica la necessità di uno sforzo multinazionali di proporzioni paragonabili a quello messo in piedi in occasione della seconda guerra mondiale. Per il secondo un impegno molto intenso, ma con la possibilità di evitare conseguenze sociali ed economiche troppo pesanti. Quindi Hirsch sostiene che ci vogliono 20 anni per prepararsi ad un evento come il Picco del Petrolio “senza farsi troppo male”, mentre la IEA ci dice che il picco è già qui e noi non abbiamo ancora cominciato a preparaci… altro che 20 anni. Vedetela da questo punto di vista: Il 70% di tutto il petrolio estratto viene usato per i trasporti. Nella società globalizzata noi trasportiamo tutto, da una parte all’altra del mondo, abbiamo fatto della mobilità una bandiera e impostato su questa possibilità l’intero sistema. Un altro punto di vista ancora piu` chiaro: Il 98% dell’energia necessaria ai trasporti oggi proviene dal petrolio.  Come indica il rapporto Hirsch il primo comparto a soffrire per la mancanza di petrolio potrebbe essere quello dei trasporti: e noi trasportiamo tutto. Cibo, merci, acqua, energia, persone, materie prime… Quasi tutto ciò che produciamo, cibo, oggetti, farmaci, fertilizzanti, servizi è basato sul petrolio. Se volessimo togliere dalla nostra casa tutto ciò che deriva in modo diretto o indiretto dal petrolio rimarrebbe ben poco… Beh rimarremmo noi, nudi. Per sostenere il nostro “sistema” abbiamo bisogno, oggi, in piena crisi, di 85 milioni di barili di petrolio al giorno. Ogni barile di petrolio equivale a 25.000 ore di lavoro di un uomo. Capite di cosa stiamo parlando? Sono numeri spaventosi! È come se per noi lavorassero ogni giorno 22 miliardi di schiavi (Cit. Colin Campbel).

Quando ho scoperto tutto questo, la domanda che mi sono fatto è stata: ma visto che si sapeva dagli anni ’50, come mai non ci siamo preparati? In primo luogo non avevamo previsto con precisione quando Cina e India avrebbero iniziato a svilupparsi e con che ritmo lo avrebbero effettivamente fatto. Inoltre nel 1985 sono cambiate le regole per l’assegnazione delle quote di estrazione ai paesi produttori. Da quel giorno in avanti ciascun paese produttore ha diritto ad estrarre petrolio in proporzione alla grandezza delle proprie riserve. In un attimo le riserve dichiarate raddoppiano: quali sono quelle reali? Infine c’e` da tenere presente che il petrolio è una risorsa strategica: ogni nazione produttrice ha interesse a mantenere segrete le proprie risorse, le compagnie petrolifere hanno interesse a dichiarare ampie disponibilità per sostenere il prezzo delle azioni sul mercato. Non esiste una “calamita” più potente per la guerra come il petrolio, perché purtroppo è presente solo in certe aree del pianeta (e spesso non sono quelle in cui viene consumato). In ogni caso il “sistema di mercato” disincentiva la verità: se una corporation dichiara che i suoi giacimenti si stanno esaurendo le sue azioni crollano all’istante. Una soluzione l’avevamo bella e pronta: il carbone. Ce ne sono giacimenti enormi e anche ben distribuiti. Abbiamo pensato: “Quando il petrolio sarà troppo caro, tornerà conveniente usare il carbone, anche perché avremo sviluppato tecnologie molto sofisticate e questo ci garantirà un’ampia finestra di tempo per trovare altre soluzioni”. Anche il Rapporto Hirsh suggerisce un ampio ricorso alla liquefazione del carbone per sostituire i carburanti liquidi. È un processo molto sporco ed energeticamente svantaggioso, ma si può fare. Ma è qui che la combinazione tra il problema del Picco e quello del Riscaldamento Globale diventa micidiale. Il carbone produce ancora più gas serra e inquinanti del petrolio, quindi aumentare l’uso del carbone per sopperire alla scarsità del petrolio può portare a effetti sul clima assolutamente intollerabili. Quindi il carbone, non si può usare, sennò finiamo bolliti. Però ci sono altre fonti di energia, giusto? Ad esempio il nucleare: Può dare un piccolo contributo, ma è costosissimo, emette comunque tanto gas serra, i tempi di attuazione troppo lunghi, è pericoloso e anche di uranio facilmente sfruttabile non è che ce ne sia poi ancora tanto facilmente estraibile sulla superficie della terra… E l’idrogeno? Ce ne sono quantità enormi in tutto l’universo e anche sulla terra. Peccato che non stia mai da solo è sempre legato chimicamente a qualche altro elemento e per separarlo occorre energia. L’idrogeno non è quindi una fonte energetica, ma un vettore, qualcosa che può servire a immagazzinare e trasportare energia per poi restituirla al momento opportuno. Certo potrebbe aiutare, ma i più ottimisti calcolano tempi di sviluppo di 40 anni per una rete di produzione e distribuzione.

Quindi non c’è un modo per fare come se niente fosse.

Non c’è!

Scenario 1: Techno- Fantasy

Uno scenario auspicato da molti è quello Techno Fantasy. Soluzioni tecnologiche che escono dai cassetti in cui sono state richiuse per anni e risolvono tutti i problemi in atto. Il problema è che nessuna delle tecnologie attualmente conosciute pare in grado di intervenire nelle nostre dinamiche con sufficiente velocità e incisività. È una impietosa questione di numeri. Si può sempre sperare in qualche scoperta incredibile e rivoluzionaria, ma quante sono le probabilità che accada? Possiamo pensare di avere contatti con civiltà aliene più avanzate della nostra che ci forniscano nuove tecnologie già pronte, ma anche questo non pare poi tanto probabile. Puntare su questo tipo di scenario sarebbe ragionevole? Noi tendiamo a dire che sarebbe meglio preparare anche un piano alternativo…

Scenario 2: Tecnologie verdi

Ci sono altri che stanno puntando tutto sulle tecnologie verdi esistenti. L’idea è quella di sostituire al petrolio le fonti rinnovabili, cercando di conservare più o meno immutato il quadro sociale ed economico. Anche in questo caso però, i dati non sembrano indicare che ciò sia possibile, non con la velocità che servirebbe. Inoltre, la crisi finanziaria attuale rischia di compromettere gravemente gli investimenti in questo campo, anche perché l’abbassarsi del prezzo del petrolio, in questa fase, rende meno convenienti le buone pratiche energetiche. Sicuramente quella delle tecnologie verdi è una strada da percorrere, ma da sola non basta a evitare un fortissimo shock del sistema globale. 

Scenario 3: Atlantide

Sono poi sempre di più quelli che sostengono che ormai, è semplicemente troppo tardi, il sistema economico e sociale imploderà entrando in una fase di caos totale: guerre per le risorse, fame e malnutrizione, epidemie, ecc. Io non credo e non voglio che questo accada, però mi rendo conto che i presupposti per questo scenario ci sono tutti, per quanto possa sembrare difficile e spaventoso, anche questo va messo in conto: in una situazione come quella attuale…

Una cosa è certa, mi sembra assolutamente impossibile pensare al “business as usual” che sembra essere la reazione più diffusa a tutti i livelli: ci serve un cambiamento profondo e radicale del sistema.  Ci serve, pensate un po’…

Una transizione.