UNA CRISI TUTT’ALTRO CHE PASSEGGERA

(Francesco Gesualdi 2009)

Si è parlato di questa crisi come di una crisi finanziaria. In realtà si è trattato di una classica crisi da ingiusta distribuzione della ricchezza come tutte le altre vissute dal capitalismo. Anche questa volta la questione finanziaria è stata la complicazione che ha messo la crisi allo scoperto, ma se vogliamo capire cosa è successo dobbiamo ripartire dalla globalizzazione.

Siamo a fine anni ottanta, le multinazionali scalpitano per uscire dai confini nazionali, rivendicano la possibilità di poter collocare i loro prodotti da un capo all’altro del mondo senza vincoli di sorta. Tramano, brigano, sbraitano, e ce la fanno a raggiungere il loro obiettivo, ma poi scoprono che il grande mercato mondiale non esiste: solo il 30-35% della popolazione ha i soldi in tasca per assorbire i loro prodotti, tutti gli altri sono inutile zavorra. Finisce che tante imprese cercano di contendersi pochi clienti, si lanciano in una concorrenza feroce basata anche sulla riduzione dei prezzi. Alle imprese interessa il profitto, se sono costrette a ridurre i prezzi si ingegnano per ridurre anche i costi, così il lavoro finisce sotto attacco. Nei settori ad alta tecnologia la strategia prescelta è l’automazione, negli altri settori si opta per il trasferimento della produzione nei paesi a bassi salari. Emerge un nuovo mondo contrassegnato da un Sud affollato da lavoratori in semischiavitù e un Nord con un crescendo di disoccupati e lavoratori precari malpagati. Il risultato è una classe lavoratrice mondiale più povera, ma i padroni si fregano le mani: dal 2001 al 2005 la quota di ricchezza mondiale finita ai profitti è cresciuta dell’8%. Il che ha due conseguenze. Prima di tutto l’esplosione della finanza, un effetto dovuto alla sfiducia dei capitalisti nella capacità di vendita del sistema. Il loro ragionamento è semplice: quando la massa salariale scende, le prospettive di vendita si riducono; è inutile investire in nuove attività produttive. Meglio buttarsi nella speculazione, l’arricchimento tramite l’azzardo, la compravendita di immobili e titoli, non importa se veri o fasulli. L’importante è stare al tavolo del gioco, portare a casa soldi ad ogni puntata. Poi si vedrà.

La seconda conseguenza è l’esplosione del debito: quando le buste paga si fanno leggere, il rischio è che non si chiuda più il cerchio fra ciò che si produce e ciò che si vende. Per ritrovare stabilità servirebbe una più equa distribuzione della ricchezza, ma al sistema questa prospettiva non piace, finchè può, rinvia la decisione con rimedi tampone, cerca la quadratura del cerchio nell’indebitamento. Ad ogni angolo di strada banche, istituti finanziari, concessionarie, supermercati, pronti a offrire a poveri e meno poveri, mutui, acquisti a rate, prestiti al consumo: il sogno di una vita al di sopra delle proprie possibilità a portata di mano. Ovunque le famiglie hanno abboccato, in Italia, ad esempio, nel 2008 il debito totale delle famiglie corrispondeva al 70% delle loro entrate annuali, qualcosa come 16.000 euro a nucleo. Tuttavia il paese dove le famiglie si sono inguaiate di più è gli Stati Uniti, l’attrattiva è stata l’acquisto della casa. Nell’euforia degli affari sono stati offerti mutui anche a famiglie economicamente deboli, mutui inaffidabili presi a base di complesse attività speculative che hanno coinvolto banche, assicurazioni, fondi d’investimento, fondi pensione. Tutto è filato liscio finchè i tassi di interesse sono rimasti bassi, le case hanno continuato a rivalutarsi, ma quando c’è stata l’inversione di tendenza, molte famiglie non ce l’hanno più fatta a restituire le rate e l’intero castello è crollato. Sono cominciati i primi fallimenti bancari, più nessuno si è fidato dell’altro, l’intera attività creditizia si è paralizzata per mancanza di fiducia reciproca, banche ed imprese hanno cominciato ad annaspare per mancanza di fondi. In fondo la finanza è più psicologia che scienza.

Col manifestarsi della crisi finanziaria, anche il marcio di fondo è venuto a galla: intere economie si sono inceppate per l’incapacità dei consumi di assorbire la produzione. A fine 2008 il sistema ha dovuto ammettere lo stato di crisi ed ha chiesto ai governi, gli unici con carroattrezzi adeguati, di intervenire. Con un unico obiettivo: tirare l’auto fuori dalla scarpata e rimetterla in condizione di riprendere la sua corsa. Per risollevare banche ed imprese sono stati stanziati miliardi di euro, a forza di strattoni, probabilmente l’auto verrà tirata su e sarà rimessa in carreggiata. Ma ci sono forti dubbi che possa riprendere a correre perchè anche la strada risulta gravemente danneggiata: a forza di passarci si sono formate buche ovunque, in molti punti il ciglio è franato, se l’auto pretende di correre si fracasserà. L’unica possibilità è rallentare, dotare l’auto di ammortizzatori più solidi, mettere alla guida un autista più prudente. Fuor di metafora, le risorse si stanno esaurendo, il clima sta impazzendo, le tensioni sociali si stanno aggravando, per evitare il tracollo dovremo passare dall’economia della crescita, all’economia del limite, dall’economia del cowboy all’economia dell’austronauta, ma anche dall’economia della precarietà all’economia della sicurezza, dall’economia dell’avidità all’economia dei diritti. Potremmo chiamarla economia del benvivere o economia del rispetto, un’economia equa, sostenibile e solidale, capace di garantire a tutti un’esistenza dignitosa nel rispetto del pianeta. Una strada da imboccare al più presto perchè la doppia crisi, ambientale e sociale, non ci lascia più tempo. Ma sappiamo che il cambiamento non potrà essere che graduale, avverrà solo attraverso un cambio di mentalità e di comportamenti da parte di cittadini, istituzioni, imprese. Ed oggi che migliaia di persone rischiano il licenziamento, che le entrate di molte famiglie rischiano di non coprire neanche i bisogni fondamentali, bisogna agire contemporaneamente su due pani: quello dell’emergenza e quello del capovolgimento di sistema.

Sul fronte dell’emergenza tre potrebbero essere le linee guida. Primo: la crisi non deve essere pagata dalle fasce sociali più deboli, ma dalle categorie più forti attraverso un inasprimento fiscale dei redditi alti per ottenere risorse da destinare agli ammortizzatori sociali e al rafforzamento di servizi pubblici fondamentali da garantire gratuitamente. Secondo: nel medio periodo possiamo salvare posti di lavoro ristrutturando i settori inutili e potenziando quelli utili. Alcune idee potrebbero essere la riconversione dell’industria dell’automobile verso la produzione di autobus, treni, e altri mezzi pubblici, il passaggio dell’energia elettrica dai combustibili fossili a fonti rinnovabili, la riconversione dell’agricoltura dall’industriale al biologico. Rispetto alle produzioni utili da potenziare, ci sono non solo i servizi pubblici, la protezione civile e la difesa del territorio, ma anche il risanamento di molte infrastrutture collettive: la rete idrica che è un colabrodo, il patrimonio edilizio scolastico che cade a pezzi, la rete ferroviaria locale totalmente insufficiente. Da non dimenticare, poi, il nostro debito nei confronti del Sud del mondo ridotto allo stremo da cinque secoli di saccheggio. Il pensiero è soprattutto per i paesi più poveri che hanno bisogno di tutto: ospedali, scuole, trasporti, energia elettrica. Produrre per i loro bisogni è un modo intelligente per contribuire al loro sviluppo umano e sociale, sostenendo, nel contempo, la nostra produzione. Sullo sfondo di questa ristrutturazione la riduzione dell’orario di lavoro che rappresenta la terza linea guida. Idee semplici che potrebbero risultare vincenti.

http://www.cnms.it/

Commenti
  • Augusto Anselmo scrive:

    Ciò che mi preoccupa sono i motivi per cui le persone comuni che sono le colonne portanti del sistema non reagiscono, non è questo il nostro caso ma la maggioranza non riesce a raccogliere ed elaborare questi dati
    Lo stesso vale per il problema ambientale, per questo ho aperto questa discussione:
    http://retiglocali.it/groups/attiviamoci-sul-reti-glocali/forum/topic/26

    Nel caso “crisi finanziaria” direi che è un problema meramente tecnico finanziario appunto. Le monete locali e complementari insegnano.
    Quello ambientale: desertificazione, inquinamento delle acque e agroalimentare è ben più grave dal mio punto di vista.
    E va affrontato in termini energetici, ricordiamoci che ogni azione la più piccola consuma energia, se riusciamo a monetizzare quanto lo spreco energetico incide sul nostro stile di vita in termine di costi, e dimostriamo che è oggi possibile ridurre questi costi riusciamo ad arrivare ai grandi numeri ed otteniamo di riflesso un miglioramento ambientale e una migliore qualità di vita.
    Potete aggiungere le vostre idee e consigli nel forum

  • Elisa Traverso scrive:

    Il fatto che la gente non riesca a reagire è dovuto, a mio parere, in gran parte alla mancanza di informazione. O meglio, abbiamo una serie di teorie che ci bombardano da mattina a sera e ben poche di queste vengono ormai prese sul serio, anche perchè l’informazione degna di questo nome è rara da trovare se non si sa come cercarla e sicuramente non si trova, se non in piccolissima parte in tv.
    C’è poi un fattore da non sottovalutare, ossia la spersonalizzazione del mondo dell’economia. Anche nell’articolo di cui sopra leggimo varie volte l’espressione “il sistema”, che in un momento come questo in cui la gente è sfiduciata, stanca, malinformata e in difficoltà provoca un distacco ancora maggiore da quello che è il cuore del problema.
    Se passasse invece il messaggio secondo cui “il sistma” non è un’entità astratta fatta dai pochi ricchi e potenti che ora davvero ci comandano come burattini, ma è una cosa concreta, siamo tutti noi che al mattino quando facciamo la spesa scegliamo cosa acquistare o scegliamo di autoprodurre, scegliamo di informarci in modo corretto e scegliamo di reagire agli “ordini” che ci vengono dati da una classe dirigente (economica e politica) dissennata ed egoista, allora forse ci sarebbe qualche speranza di cambiamento.
    Invece oggi se ci guardaimo intorno vediamo tanto egoismo e tanta sfiducia, poca voglia di reagire allo sfruttamento cui in vari modi siamo sottoposti, poca voglia di mettersi in gioco insomma.
    Questo va cambiato, con un po’ più di consapevolezza e forza “dal basso” molte delle teorie economiche, politiche e ambientali che ci vengono proposte non avrebbero alcuna speranza di trovare un seguito.

  • Segnalo un altro interessante articolo di
    Francesco Gesualdi, pubblicato su Carta del 9 luglio 2009
    http://www.cnms.it/node/59

    Segnalo altresì l’iniziativa di Carta che si terrà i giorni
    10 e 11 ottobre, presso la Comunità della Piagge, Firenze
    http://www.carta.org/campagne/partecipazione/18186

  • Augusto Anselmo scrive:

    L’ articolo è molto interessante e conferma una riflessione che abbiamo già fatto.
    Infatti la Mission e l’impostazione che con Enrico abbiamo voluto dare a retiglocali per raggiungere l’obiettivo, è propio quella contenuta nell’articolo:

    Sogno la nascita di cento, mille, un milione di piccoli, gruppi diffusi in ogni dove, che si confrontano su questi interrogativi e al tempo stesso prospettano degli scenari di lungo respiro e delle strategie di intervento immediato.

    Ora tutti insieme dobbiamo passare agli scenari e alle strategie di intervento.

  • Valerio Viani scrive:

    Gesualdi, sei un grande! Leggo solo oggi il tuo articolo “una crisi tutt’altro che passeggera” e devo dire che hai descritto i fatti senza circonlocuzioni e fronzoli. Descritta così, la capisco anche io (che ho sempre timore di capire una cosa per l’altra e di finanza non ne mastico): tutto corrisponde e si incastra che è una meraviglia! Sul “manovratore” qualcuno potrebbe non essere d’accordo: http://groups.google.com/group/centrofondi/browse_thread/thread/778c337c2b2ebb0c?hl=it
    nel senso che c’è chi dice che NON GLI SI E’ ROTTO IL GIOCATTOLO, ma l’hanno pilotata ( e qui i complottisti come me ci vanno a nozze…)!
    Sia come sia, siamo arrivati alla svolta.
    Le soluzioni che proponi tu, sono quelle a cui ho pensato anche io, ma non sono le uniche… Non so se sarà un bel vivere, o se sarà solo accontentarsi.
    Temo che sarà l’economia dell’astronauta, dove si ricicla anche la pipì !

  • Grazie Valerio!
    A proposito, ho rivisto stasera Zeitgeist Addendum.
    http://video.google.com/videoplay?docid=968243479249159958
    Se qualcuno non l’ha ancora visto, si prenda il tempo di guardarlo.
    Secondo me merita!
    Alla prossima
    Marcello