Come sopravvivere (felici) ad Halloween
Giovedì sera. Buio
Guido birroso verso casa: dopo una giornata di lavoro ho voglia di incontrare i musi della mia compagna, dei miei figli e del cane Alù. Anzi forse il muso del cane Alù è meglio evitarlo, causa lingua bavosa e saettante.
All’improvviso, al termine della galleria della Crenna, VRAMMM un muro lattiginoso di nebbia rende misteriosi anche i luoghi conosciuti.
Cerco con gli occhi la linea di mezzeria davanti a me, mentre l’auto che mi precede accende il retrofaro antinebbia. Aggiunto ai rossi occhi posteriori l’effetto è quello di una zucca di Halloween. Cavolo (anzi zucca): Halloween!!! I bimbi mi avevano chiesto aiuto per l’allestimento della festa di sabato e io mi sono dimenticato. Per fortuna a casa anche loro sono distratti dai giochi: un’ora di tregua. Mangio veloce e dopocena mi metto all’opera.
Una decorazione semplice ed efficace rispolvero la tecnica del foglio piegato a fisarmonica e ritagliato ad hoc (tranne che sul bordo di giunzione): niente di meglio per ottenere catene di fantasmini e pipistrelli, da usare come decorazione murale. Domani pensiamo alle maschere.
Mi sembra bizzarro dover darsi da fare per questa tradizione, che ai miei tempi era solo una citazione dei fumetti di Charlie Brown.
Festa di tradizione celtica che in origine vedeva le rape svuotate e sagomate come lanterne, al posto delle odierne zucche (ma c’è ancora qualcuno che coltiva rape?).
Pensandoci è proprio questo che mi intriga di Halloween, il bisogno dell’uomo di fare luce anche quando fuori regna il buio pre-invernale. Le luci nella notte rassicurano, simboleggiano l’antica tensione umana a rischiarare il mondo dell’ignoto (magari aggiungendo alle luci i colori delle emozioni, come a Natale).
Certo Halloween non è una ricorrenza a km/0, ma vi assicuro che nell’inverno dell’Oltregiogo ogni occasione per fare “ribotta” è preziosa e va sfruttata.
Inoltre non siamo noi quelli che dicono che la diversità è una ricchezza? Che dobbiamo aprirci alle altre culture? Basta tenere sotto controllo gli aspetti consumistici che costituiscono la coda avvelenata di ogni ricorrenza.
Inoltre per i puristi delle nostre latitudini, alla sera invece che rimpinzarsi di dolcetti meglio riconciliarsi con la tradizione con una scodella di “Zemin” di ceci, tipico della festa dei Santi (o dei morti?), sentendosi in pace con la coscienza e con il palato… sapete come si fa, vero?
E lasciamo che siano i bambini a pigliarsi freddo e umidità della notte facendo “dolcetto o scherzetto”.
Noi esseri umani “vintage” contempliamo la brace nella stufa, meditando con un gotto dell’ultimo dolcetto: tra non molto, a San Martino, sarà già vino nuovo.
Buona festa.
Sergio
