LE CONSEGUENZE DELL’INNOVAZIONE
Pubblicato da Augusto Anselmo

Il futuro ha le gambe per andare avanti anche da solo.
Ma se vuole avere un senso ha bisogno di una visione.
E di «visionari» dietro di sé
I limiti del possibile sembrano chiudere il futuro in un’incessante ripetizione del conosciuto.
Ma i limiti del possibile si spostano, come dimostra la storia. E per spostarli bisogna prima di tutto vedere oltre. L’impossibile, spesso, è solo l’invisibile.
Per questo, i visionari sono necessari. Vedono ciò che gli altri non vedono. E per questo, a molti, i visionari sembrano soltanto dei pazzi.
La ricerca sul genoma è un percorso difficile e ricco di risultati, ma il concetto di “medicina personalizzata” è una visione. Lo sviluppo delle tecnologie internettiane è una strada straordinariamente fruttosa, ma l’idea del rinnovamento dei media portato dalla rete delle persone che si esprimono e connettono nel web 2.0 è una visione. In qualche modo, i visionari sono capaci di immaginare un futuro e una strada per costruirlo. Se sanno raccontare quello che immaginano in modo convincente, riescono a farlo vedere anche ad altre persone.
Questo è decisivo per avviare un movimento innovativo che riesca davvero a realizzare la sua visione. Sicché il ruolo dei visionari è parte integrante dell’ecosistema dell’innovazione, composto da novità scientifiche e tecnologiche, rischi ed errori, creatività e imprenditorialità, leadership e scommessa collettiva sui progetti, finanziamenti e risorse culturali, apertura alla sperimentazione e una miriade di piccoli gesti quotidiani orientati nella stessa direzione. Il ruolo dei visionari è l’elemento sintetico di tutto questo.
Certo, il problema è quello di distinguere tra le visioni giuste e quelle sbagliate. Perché è chiaro che non tutti i visionari hanno ragione (e alcuni sono pazzi veramente). Quindi è necessario comprendere come la visione si sviluppa e come viene dimostrata. La visione parte in qualche modo da osservazioni e teorie, ma si sviluppa in qualcosa di più complesso e, paradossalmente, comunicabile in modo semplice: la descrizione di un contesto futuro possibile, che in qualche modo risolve problemi dell’oggi e apre nuove opportuntà. Il che significa che le componenti teoriche ed empiriche della visione sono in una certa misura verificabili, mentre altri elementi restano legati al carisma e al fascino del visionario, o alla sua capacità di cogliere un desiderio e far credere di poterlo esaudire.
Sicché, l’accettazione o il rigetto di una visione può avvenire per motivi razionali o irrazionali.
Le società rigettano, spesso, le visioni che le mettono troppo in discussione. La condanna di Galileo Galilei, tanto per fare un esempio adatto al 2008, anno durante il quale inizieranno le celebrazioni delle scoperte rese possibili dal telescopio del 1609 – come scrive Enrico Bellone (“L’origine delle teorie”, Codice Edizioni) – «non dipese certo da pure controversie sul numero dei satelliti di Giove o sull’isocronismo del pendolo semplice». In realtà, le scoperte e le teorie di Galileo contribuivano a mettere in discussione un’intera visione del mondo. O meglio, il paradigma – studiato da Thomas Kuhn – che a quei tempi definiva la visione dell’universo.Parola-chiave, paradigma. Dal punto di vista culturale, il possibile, di solito, è definito dal paradigma interpretativo del mondo presente. Le innovazioni radicali emergono dalla messa in discussione di quel paradigma attraverso l’individuazione di un nuovo quadro interpretativo più adatto a spiegare il contesto futuro. Si danno paradigmi generali, come quello copernicano, e paradigmi in una certa misura più pratici.
In un determinato periodo storico, lo stato della tecnologia e la struttura dell’economia, per esempio, corrispondono al limite del possibile. In una società contadina come quella europea del Duecento, un limite importante è nella capacità dell’agricoltura di produrre cibo in quantità sufficiente ai bisogni della popolazione. L’espansione generalizzata che la popolazione europea vive in quel secolo avviene attraverso un’opera gigantesca di conquista di terreni incolti all’agricoltura: più terreno coltivato corrisponde a più produzione.
È un’innovazione applicativa ma non un’innovazione radicale. Perché il limite resta indiscusso, ed è precisamente determinato dalla tecnologia disponibile e dalla struttura del sistema economico: quando la società raggiunge quel limite, va in crisi, sicché il Trecento è un secolo di peste e carestia. Fernand Braudel, storico francese, ha mostrato che questo limite resta sostanzialmente indiscusso fino alla fine del Settecento. Ed è l’industrializzazione che consente alla popolazione di superarlo.
Oggi ci rendiamo conto che un nuovo paradigma è alle porte, lo chiamiamo post- industriale se guardiamo la storia con lo specchietto retrovisore.
Oppure lo descriviamo come epoca della conoscenza se tentiamo di mettere in luce le sue caratteristiche specifiche: il valore di fondo non deriva dalla produzione di beni materiali ma dal senso, dall’immagine, dall’informazione contenuta nei beni.
I visionari di oggi sono in grado di vedere come si struttura la società nell’epoca della conoscenza e spiegano le conseguenze delle singole innovazioni alle quali si dedicano. I paradigmi ai quali rivolgono la loro attenzione innovativa sono fondamentalmente culturali.
È la difficoltà della nostra epoca. Nella quale l’innovazione non è mai soltanto tecnologica.
Ma è sempre, appunto, anche culturale. Come nel l’epoca industriale la dinamica del l’innovazione, schumpeterianamente, rende spesso necessaria la distruzione creativa degli assetti produttivi tradizionali, così nella cultura – secondo Konrad Lorenz – avviene che l’adattamento passi per «uno smantellamento di certe strutture preesistenti». Cioè di certe idee preconcette. Il che provoca inevitabilmente un senso di disorientamento al quale i visionari pongono in una certa misura rimedio.
La loro conoscenza non è probabilmente scientifica, ma la loro ricerca è oggi più necessaria che mai: se la si potesse sviluppare in una disciplina, si chiamerebbe «consapevolezza delle conseguenze». Senza questa consapevolezza, l’innovazione non migliora il mondo, ma si limita a riempirlo di novità: per un’innovazione che funzioni, che sia cioè dotata di senso (e consenso), c’è bisogno di una visione.
© 2002 – 2007 Luca De Biase
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