Produrre e scambiare valore territoriale
Pubblicato da danilo castagnetti
Scenari di ricostruzione territoriale fondati su neoagricoltura e nuovi stili di vita.
Politecnico di Milano Facoltà di Architettura e Società. Seminario Internazionale Milano 11 e 12 dicembre 2009.
In virtù della recente collaborazione instaurata con Atelier Territorio che vede in Andrea Calori uno dei soci fondatori nonché uno degli organizzatori della due giorni di Milano, ho voluto affrontare questa trasferta da cui ho potuto ricavare suggestioni molto positive. La sensazione è che siamo ad una svolta, ho potuto constatare che argomenti, considerati sino ad ora marginali, stanno acquisendo centralità nei temi di ricerca degli Atenei. Questi ultimi stanno iniziando a dialogare e collaborare per affrontare i cambiamenti finalmente con un approccio di analisi e progettazione multidisciplinare.
Il seminario ha voluto evidenziare il ruolo dell’ agricoltura non solo come attività primaria per il sostentamento della popolazione del mondo, ma anche come generatrice di nuovi spazi e comunità , come fondante di un nuovo patto/rapporto tra città e campagna, come risposta alla crescente richiesta di nuovi modelli economici di scambio e consumo basati sulla valorizzazione dei territori attraverso la ridefinizione della qualità della vita, del paesaggio, della qualità delle produzioni e delle reti sociali.
Vorrei farmi perdonare sino da ora perché quanto seguirà non è un discorso organico sul tema ma bensì una raccolta degli spunti, che mi sono appuntato, dei moltissimi interventi che si sono succeduti e che mi hanno stimolato, non tanto per la novità rappresentata quanto per la conferma di tendenze in atto. Esperienze di cui noi ancora teorizziamo ma che già da tempo sono applicate con notevole successo altrove.
Immaginate dei flash che mi auguro possano stimolare anche in Voi nuove ed interessanti suggestioni, come quelle che mi hanno obbligato, durante la presentazione di Reti Glocali, presso la vecchia Camera di Commercio di Imperia nel seminario organizzato da Confcoperative “Un nuovo modello di sviluppo locale: lavoro, cooperazione e responsabilità” di sabato scorso (12/dic), a rivedere quanto avevo previsto di dire e raccontare, a ruota libera, questa esperienza per introdurre il concetto di “reti” su cui si basa proprio il nostro social network e il cambiamento che noi tutti tanto auspichiamo.
A come agricoltura, come attività primaria per ri-costruire il territorio e la comunità, abbiamo dimenticato temi portanti della nostra società del passato che, in chiave moderna saremo obbligati a riprendere per la nostra stessa sopravvivenza. E’ in atto una profonda crisi urbana che di fatto ci porterà a rivedere la struttura della società attraverso un patto tra città e campagna, che è stata definita “ forma urbis et agri” espressione latina che maggiormente definisce l ‘ obiettivo che dovremo perseguire nel prossimo futuro.
Nutrire il pianeta e ricostruire il territorio, a partire dalla crisi dell’ attuale modello di sviluppo, abbandonando gli approcci settoriali per una visione di insieme con la partecipazione di nuovi attori: le reti e nuovi mezzi: la democrazia partecipata, diversi stili di vita, diverse modalità di consumo.
Creare sistemi economici locali basati sulle filiere agroalimentari corte come elementi di una strategia di sviluppo partecipato e auto-sostenibile ( come i DES
) ; non solo regolazione dell’ uso/consumo del suolo ma costruzione di un indirizzo strategico delle trasformazioni complessive degli insediamenti e dei processi. Si dovrà uscire rapidamente dal mercato “convenzionale” attraverso la creazione di nuovi mercati (vedi i GAS
) in grado di consentire la tutela della biodiversità come patrimonio delle generazioni a venire, ma anche soprattutto come mezzo per continuare ad alimentare il pianeta.
Si dovranno stabilire nuovi patti tra città e campagna riconoscendo agli agricoltori il merito di funzioni che attualmente non vengono considerate nella composizione dei prezzi delle derrate, come la tutela della biodiversità, la sistemazione ed il mantenimento del paesaggio, la tutela da disastri ambientali ( incendi, dissesti idrogeologici).
Si dovrà costruire la coerenza tra la discontinuità urbana e gli spazi agricoli e quelli boschivi, naturali ovvero una continuità ecologica del territorio.
Esempi come il Parco Agricolo del Dipartimento dell’ Ile de France intorno a Parigi e di quello di Barcellona attivi già da almeno una decina di anni sono esempi di come una pubblica amministrazione illuminata possa progettare insieme agli attori locali sistemi che esemplificano quanto descritto fino a qui, garantendo una relativa autonomia alimentare del territorio, produzioni di qualità, posti di lavoro, filiere corte, mantenimento e tutela dell’ ambente. Il tutto promuovendo le iniziative attraverso la creazione di un marchio che possa comunicare in modo efficace qualità e provenienza delle merci che si può sintetizzare in più vicino, più fresco, più naturale.
Esperienza diversa quella di Mulhouse cittadina francese di 115.000 ab. che attraverso una azione di democrazia partecipata dei suoi cittadini ha indotto l’ amministrazione a “sposare” la causa per rendere più vivibile sotto ogni aspetto la città per i suoi abitanti. Questi sono solo alcuni degli esempi di esperienze che a vari livelli e in vari modi si stanno sperimentando in tantissime realtà locali del mondo e provocheranno presto una vera e propria rivoluzione culturale.
Dunque due rivoluzioni, con termini che hanno la stessa genesi, colturale e culturale. Colturale per i diversi modi di coltivare che si stanno ipotizzando con l‘utilizzo di fertilizzanti organici di origine naturale, diversificazione delle colture, recupero di semenze abbandonate, arature meno profonde o addirittura senza aratura ( permacoltura con un incredibile abbattimento della produzione di CO2), recupero/riutilizzo delle sostanze nutritive, disegno e gestione del territorio. Culturale attraverso il coinvolgimento di tutti i cittadini verso la partecipazione attiva delle scelte e verso nuovi e diversi stili di vita e di consumo.
Per fare ciò occorrerà favorire l ‘ aggregazione dei piccoli agricoltori per poter ottimizzare le risorse e per riuscire ad ampliare la gamma di servizi offerti, per integrare le loro entrate ( fattorie didattiche, agriturismo, accoglienza, ristorazione, produzioni di qualità), stipulare contratti intra-professionali per garantire la stabilità dei prezzi delle derrate. D’ altro canto si dovrà promuovere una adeguata educazione alimentare nonché la formazione professionale e imprenditoriale degli agricoltori e proporre questa attività come modello di vita positivo. Non a caso sono proprio gli “ultimi arrivati” ovvero coloro che non provengono da famiglie di tradizione contadina i più innovativi e quelli che stanno ottenendo i migliori risultati sia in termini economici che in termini di soddisfazione personale.
Ma purtroppo si è parlato anche di “genocidio” dell’ agricoltura perché nell’ attuale assetto economico i contadini tradizionali stentano a vedere riconosciuto in termini economici adeguati il loro impegno quotidiano, lavorano molto, sostengono costi molto elevati e non riescono a volte ad ottenere neppure un compenso dignitoso. Molti di loro pensano all’ abbandono ma la domanda è se si dovessero arrendere di cosa ci nutriremo ?
Nei nuovi patti città / campagna che si stanno discutendo in termini di legge si parla di obbligare ogni centro abitato a destinare una adeguata porzione di territorio ad uso agricolo ed anche dell’ obbligo di pianificare l ‘ utilizzo di questi terreni per garantire una adeguata e funzionale autonomia alimentare. Moltissime città e metropoli del mondo possiedono già un piano di autonomia alimentare ed è un problema con cui prima o poi ci dovremo confrontare tutti. Come del resto della necessaria svolta ecologica in cui il produrre non sarà più l ‘ accumulazione di beni spesso inutili, ma il produrre benessere per tutti attraverso i concetti di cura, responsabilità e comunità.
E’ così che la bio-regione o l’ eco- territorio diviene tutela e produzione di complessità ecologica a chiusura locale, con produzioni tipiche, paesaggi tipici ed una sua peculiare identità culturale. Nella bio-regione esiste necessariamente una saldatura tra i temi ambientali e l’ agricoltura attraverso la creazione di una rete ecologica polifunzionale.
Se tutti avessimo coscienza di cosa ci nutriamo basterebbe a produrre il cambiamento.
3 Commenti »
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Valerio Viani dice:
Pubblicato il 16 12 2009 alle 8:11 am
Ho l’impressione che si mangerebbe meglio e più sano, anche se qualcuno del GDO non sarebbe contento.
Meno opulenza, meno abbondanza, meno ricchezza, meno carni, meno grassi…
Chissà se in uno scenario così i ricchi torneranno ad essere grassi, come succedeva prima della guerra!
2
Reti Glocali – Glocal Network Liguria dice:
Pubblicato il 16 12 2009 alle 3:19 pm
[...] Danilo Castagnetti, presentando il progetto, ha parlato di sviluppo locale, democrazia partecipata, diversi stili di vita, nuove modalità di consumo, ecc. Per chi volesse approfondire segnalo il suo articolo dal titolo Produrre e scambiare valore territoriale [...]
3
Marcello Moresco dice:
Pubblicato il 31 12 2009 alle 12:33 pm
Molto interessante! Trovo molte analogie con l’approccio proposto dal movimento di transizione. Se non l’hai ancora visto ti segnalo Rob Hopkins che interviene sul palcoscenico di TED (attivabili sottotitoli in Italiano).
http://www.ted.com/talks/view/id/696